In Italia esiste una categoria di amministratori che sembra non avere data di scadenza. Non sono immortali, ma quando scade il loro mandato trovano un modo per tornare: due mandati consecutivi e poi una pausa, un “respiro” istituzionale, e di nuovo in corsa. Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno per la quinta volta, e Matteo Biffoni, tornato a guidare Prato per la terza volta, non sono eccezioni. Sono il prodotto di un sistema che vieta la permanenza continua, ma non il ritorno.
Le elezioni del 24 e 25 maggio 2026 hanno rimesso al centro del dibattito politico un tema che spesso viene solo accennato: la possibilità per alcuni amministratori locali di riprendere la guida della stessa città dopo aver già svolto due mandati di fila. Il voto ha portato al centrodestra Venezia, unico capoluogo di regione al voto, con Simone Venturini, ma ha anche riportato alla luce una dinamica che attraversa trasversalmente la politica italiana, da destra a sinistra, da nord a sud.
L’uomo che non ha mai lasciato Salerno
Vincenzo De Luca è nato a Ruvo del Monte, in Basilicata, nel 1949, ma la sua vita politica ha un unico vero indirizzo: Salerno. Nel 1993 è stato eletto sindaco per la prima volta, in una delle prime elezioni dirette dei sindaci della storia repubblicana, con il 57,9 per cento al ballottaggio. Quattro anni dopo, nel 1997, è stato rieletto già al primo turno con il 71,3 per cento, consolidando un consenso enorme e altamente personale.
Ma la legge imponeva un limite: dopo due mandati consecutivi non si poteva ricandidare immediatamente. De Luca trovò una soluzione brillante. Nel 2001 si dimise poco prima della fine della consiliatura, entrò alla Camera dei deputati e, nel 2006, tornò a Salerno. Nel 2011 vinse di nuovo, ottenendo circa il 74,5 per cento dei voti. Nel 2015 lasciò il Comune per la presidenza della Regione Campania, dove rimase due mandati, fino al limite consentito, per poi tornare a candidarsi a Salerno.
Nel 2026 è diventato sindaco per la quinta volta, con circa il 58 per cento dei voti, staccando di quasi 40 punti i suoi due principali sfidanti. La sua unica vera sconfitta elettorale risale al 2010, quando fu candidato dal centrosinistra alle elezioni regionali contro Stefano Caldoro, ma perse. Da allora, la sua parabola è stata una sequenza di conferme e vittorie.
Prato rompe il ciclo: il ritorno di Biffoni
A Prato l’esperienza è simile, ma meno lunga e più recente. Matteo Biffoni, avvocato, inizia la sua carriera come consigliere comunale nel 2004. Nel 2014 diventa sindaco e guida la città per due mandati consecutivi, fino al 2024. Tra il suo primo e il suo secondo periodo da sindaco, il Comune viene commissariato a causa degli scandali che coinvolgono la sua successora, Ilaria Bugetti, sindaca del Partito Democratico per cui la Direzione distrettuale antimafia di Firenze ha chiesto il rinvio a giudizio per corruzione.
In questo contesto complicato, Biffoni si candida alle elezioni regionali in Toscana lo scorso anno, raccogliendo oltre 21 mila preferenze e risultando il più votato nella lista del PD. Ora, dopo una pausa che gli ha permesso di ricandidarsi, torna a essere sindaco per la terza volta, con oltre il 54 per cento dei voti.
Anche qui il meccanismo è lo stesso: due mandati, pausa, ritorno.
La legge che permette il ritorno
Il cuore del problema è nell’articolo 51 del Testo unico degli enti locali (TUEL). La norma stabilisce che, nei comuni con oltre 15 mila abitanti, chi ha ricoperto la carica di sindaco per due mandati consecutivi non sia immediatamente ricandidabile per un terzo mandato. La parola chiave è “immediatamente”. Non c’è un divieto assoluto, ma solo temporaneo. Se tra il secondo mandato e la nuova candidatura c’è un’interruzione, tutto è possibile.
In passato, il divieto di superare i due mandati consecutivi valeva anche per i sindaci dei comuni tra i 5 mila e i 15 mila abitanti, mentre per i comuni con meno di 5 mila abitanti il limite era tre. Nel febbraio 2024, con il decreto “Elezioni”, il governo Meloni ha allentato i vincoli: i sindaci dei comuni tra i 5 mila e i 15 mila abitanti possono fare fino a tre mandati consecutivi, mentre per i comuni sotto i 5 mila abitanti è stato eliminato ogni limite.
Questa evoluzione normativa ha reso il sistema ancora più flessibile. Non si tratta più solo di un limite temporaneo, ma, in alcuni casi, di un vero e proprio divieto abolito.
I grandi precedenti: Triest, Palermo e Catania
Se De Luca e Biffoni sembrano eccezionali, in realtà non fanno altro che seguire una tradizione consolidata. La politica locale italiana, a destra e a sinistra, ha prodotto nel tempo una serie di sindaci che hanno superato di gran lunga i due mandati consecutivi.
A Trieste c’è Roberto Dipiazza. Nel 1996 è stato eletto sindaco di Muggia, poi diventa sindaco di Trieste nel 2001. Rimane in carica fino al 2011, per due mandati consecutivi. Dopo la pausa obbligatoria, diventa consigliere regionale nel 2013, ma nel 2016 torna a candidarsi a Trieste, vincendo il ballottaggio con il 52,6 per cento. Nel 2021 viene rieletto con il 51,3 per cento. Le prossime elezioni sono previste nel 2027 e, con la normativa attuale, non potrà ricandidarsi.
Ancora più longevo è il caso di Leoluca Orlando a Palermo. Eletto sindaco per la prima volta nel 1985, quando i sindaci erano ancora scelti dal consiglio comunale, viene eletto direttamente dai cittadini nel 1993 con il 75 per cento dei voti e confermato nel 1997 con il 58,5 per cento. Dopo una pausa, torna nel 2012 e vince al ballottaggio con il 72 per cento delle preferenze, rimanendo sindaco fino al 2022. In totale, è stato alla guida della città per circa 22 anni, il sindaco più longevo della storia di Palermo. Oggi è parlamentare europeo di Alleanza Verdi-Sinistra.
A Catania, Enzo Bianco ha seguito un percorso analogo. Sindaco per la prima volta nel 1988, eletto dal consiglio comunale, guida la città dal 1993 al 2000, poi diventa ministro dell’Interno nei governi D’Alema e Amato. Rientra a Catania nel 2013 e rimane sindaco fino al 2018, completando quattro mandati complessivi. Oggi il sindaco è Enrico Trantino.
Il dibattito politico: quando il limite dei mandati diventa campo di battaglia
Il nodo dei mandati non è una semplice questione tecnica: è un terreno di scontro politico che mette a nudo tensioni profonde nel sistema istituzionale italiano. Da un lato, c’è chi difende il limite dei due mandati come garante dell’alternanza democratica, dall’altro chi lo vede come un ostacolo alla legittimità politica e alla continuità amministrativa.
La Lega, prima dell’approvazione definitiva del decreto “Elezioni”, ha provato a spingere per abolire del tutto il vincolo nei comuni sopra i 15 mila abitanti e per i presidenti di Regione. La mossa non era disinteressata: rispondeva alle richieste di leader come Luca Zaia, presidente del Veneto, e Attilio Fontana, presidente della Lombardia, che da anni ansiavano di poter prolungare il proprio mandato senza interrupzioni. Ma Fratelli d’Italia ha frenato la proposta, mantenendo la contrarietà. Il risultato è un compromesso che allenta i vincoli per i piccoli comuni, ma lascia intatto il limite per i grandi centri e per le Regioni.
Il caso di Vincenzo De Luca rende ancora più evidente il conflitto. Quando era presidente della Campania, ha modificato la legge elettorale regionale per permettere un terzo mandato consecutivo. Una mossa che, a ben vedere, non era solo un’operazione di diritto, ma un tentativo di cristallizzare la propria leadership. La Corte Costituzionale, però, è intervenuta in modo netto: il testo è stato dichiarato incostituzionale dopo l’impugnazione del governo Meloni. Il messaggio è chiaro: non si può aggirare il principio di alternanza con modifiche legislative locali, nemmeno quando a proporlo è un presidente con un consenso solido.
C’è qui una contraddizione di fondo. Da un lato si difende la libertà degli elettori di scegliere chi vogliono, anche più volte. Dall’altro, si riconosce che un sistema che permette lo stesso politico di tornare quasi indefinitamente rischia di trasformarsi in un personalismo di fatto, con la democrazia locale che diventa entertainment di paese. Il limite dei due mandati non serve a impedire il successo, ma a evitare che il successo si trasformi in permanenza permanente. E quando il limite viene aggirato con_pause strategiche_, si finisce per svuotarlo di senso.
In questo senso, il dibattito sui mandati tocca un nervo scoperto della democrazia italiana: fino a che punto la politica locale può reggere la concentrazione del potere senza perdere leggittimità? E quanto spazio resta per il ricambio, quando gli stessi volti tornano sempre, con gli stessi risultati elettorali? La risposta non è ancora scritta, ma è certo che il tema tornerà, ogni volta che un sindaco “per sempre” torna al potere.
La vera domanda: quanto è sano il ritorno continuo?
Il caso di De Luca, Biffoni e degli altri “sindaci per sempre” non è solo una storia di carriere individuali. È uno specchio di come funziona la democrazia locale italiana. Un sistema che permette il ritorno, che premia la continuità, che spesso fonde identità politica e identità personale con il territorio.
Ma la questione rimane aperta: quante volte è utile, per una città, ritrovare sempre lo stesso volto? Quanto spazio resta per il ricambio, per le nuove idee, per le nuove generazioni? E fino a che punto la stabilità diventa immobilismo?
Le elezioni del 2026 hanno dato una risposta chiara a Salerno e a Prato: gli elettori hanno scelto di nuovo chi già conoscevano. Ma la domanda sul senso di questo modello di democrazia amministrativa resta, e continuerà a tornate, ogni volta che un sindaco torna.








