Il New York Times ricostruisce un piano complesso e controverso che avrebbe visto Stati Uniti e Israele puntare non solo a indebolire le capacità militari e nucleari dell’Iran, ma anche a favorire un cambio di regime a Teheran, individuando nell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad una possibile figura di transizione o guida del Paese.
Il piano per il cambio di regime
Secondo quanto riportato dal quotidiano statunitense, l’offensiva lanciata il 28 febbraio contro l’Iran non si sarebbe limitata a obiettivi militari. Dietro le operazioni, denominate “Epic Fury”, vi sarebbe stata anche l’intenzione di destabilizzare l’attuale leadership iraniana e favorire l’ascesa di una figura interna al sistema, ritenuta in grado di gestire una fase di transizione politica, sociale e militare. In questo contesto, Ahmadinejad sarebbe stato considerato un candidato utile, nonostante il suo passato da presidente ultraconservatore e le sue posizioni storicamente ostili verso Stati Uniti e Israele.
L’ipotesi di un cambiamento interno era stata evocata indirettamente anche dal presidente Donald Trump, che nei primi giorni del conflitto aveva parlato della possibilità che “qualcuno dall’interno” prendesse il controllo del Paese. Tuttavia, nelle comunicazioni ufficiali successive, Washington ha evitato di indicare apertamente il rovesciamento del regime come obiettivo esplicito. La Casa Bianca ha ribadito che gli scopi principali restavano la distruzione delle capacità missilistiche iraniane, lo smantellamento degli impianti produttivi, l’indebolimento della marina e dei gruppi alleati di Teheran.
Il ruolo di Ahmadinejad e il tentativo di “liberazione”
Il piano, secondo il Nyt, prevedeva anche un’operazione mirata contro la residenza di Ahmadinejad, che all’epoca si trovava di fatto agli arresti domiciliari. L’obiettivo sarebbe stato quello di eliminare il dispositivo di sicurezza e consentire all’ex presidente di tornare sulla scena politica già nelle prime fasi del conflitto.
Le immagini satellitari mostrano che l’attacco ha colpito principalmente il posto di sicurezza all’ingresso della strada, senza distruggere in modo significativo l’abitazione. Inizialmente dato per morto da alcune agenzie iraniane, Ahmadinejad sarebbe invece sopravvissuto. Fonti a lui vicine, citate anche da The Atlantic, avevano successivamente confermato che l’ex presidente era stato liberato.
Un collaboratore ha dichiarato al New York Times che Ahmadinejad avrebbe interpretato quell’azione come un tentativo di liberarlo e che ambienti statunitensi lo consideravano una figura capace di guidare il Paese in una fase di transizione. Tuttavia, non è chiaro dove si trovi attualmente né quale sia il suo effettivo ruolo nel contesto politico iraniano.
Un piano fallito e le divisioni a Washington
Il progetto si sarebbe progressivamente arenato, anche a causa degli sviluppi militari sul terreno. In particolare, l’attacco che ha portato alla morte della guida suprema Ali Khamenei e di altri funzionari iraniani – alcuni dei quali considerati potenzialmente aperti a un negoziato – avrebbe compromesso la possibilità di una transizione controllata.
All’interno dell’amministrazione statunitense, inoltre, non tutti avrebbero ritenuto realistico il piano. Secondo le ricostruzioni, l’idea ricordava per alcuni aspetti precedenti operazioni di cambio di regime sostenute da Washington, come quella in Venezuela, ma presentava rischi elevati e margini di successo incerti.
Il profilo controverso di Ahmadinejad
La scelta di Ahmadinejad come possibile leader post-regime appare particolarmente controversa. Durante la sua presidenza, dal 2005 al 2013, si è distinto per la repressione del dissenso interno, il sostegno al programma nucleare iraniano e dichiarazioni estremamente dure contro Israele e gli Stati Uniti, arrivando anche a negare l’Olocausto.
Negli anni successivi, tuttavia, il suo posizionamento politico è cambiato. Dopo aver lasciato il potere, ha progressivamente assunto posizioni critiche nei confronti della guida suprema e dei vertici del regime, denunciando episodi di corruzione e cercando più volte di tornare in politica. Le sue candidature alle elezioni presidenziali del 2017, 2021 e 2024 sono state tutte bloccate dal Consiglio dei Guardiani.
Parallelamente, sono aumentate le speculazioni sui suoi rapporti con l’Occidente. Nel 2019 aveva elogiato Trump come uomo capace di valutare pragmaticamente i rapporti tra Paesi. Alcuni suoi collaboratori sono stati arrestati con accuse di spionaggio e legami con servizi stranieri, tra cui il caso di Esfandiar Rahim Mashai, processato nel 2018 per presunti contatti con intelligence israeliane e britanniche.
A rafforzare i sospetti delle autorità iraniane hanno contribuito anche i suoi viaggi all’estero, tra cui quelli in Guatemala nel 2024 e in Ungheria nel 2025, oltre al suo silenzio durante la cosiddetta “guerra dei dodici giorni” del giugno 2025, quando Stati Uniti e Israele colpirono siti nucleari iraniani. Un atteggiamento che avrebbe accelerato la decisione del regime di limitarne la libertà personale.








