Il fondo da 1,8 miliardi di dollari voluto da Trump per i suoi alleati scatena lo scontro: cosa sapere sull’accordo con l’IRS e sulle accuse di uso politico della giustizia

Quella che sembrava una causa privata di Donald Trump contro l’Internal Revenue Service per la diffusione illegale delle sue dichiarazioni fiscali si è trasformata in un accordo molto più ampio, che riguarda non solo il suo contenzioso personale ma anche la creazione di un fondo pubblico da quasi 1,8 miliardi di dollari destinato a persone che si considerano vittime di un uso politico delle istituzioni. Il cuore del problema sta qui: Trump ha fatto causa al governo come privato cittadino, ma l’intesa che ne è nata è stata usata dal suo stesso governo per inventare uno strumento politico che può distribuire soldi dei contribuenti ad alleati e a chi sostiene di essere stato perseguitato dal sistema giudiziario o amministrativo. In questo modo, la vicenda esce fuori dai limiti di un normale accordo tra un individuo e un’agenzia pubblica e diventa un caso di politica e di potere, prima ancora che di diritto.

Una causa che diventa un’operazione politica

La storia inizia quando Trump ha citato in giudizio l’IRS per la fuga di informazioni dalle sue dichiarazioni dei redditi e quelle delle sue società, lamentando che l’agenzia non avesse protetto adeguatamente i suoi dati. In termini giuridici, si tratta di una classica richiesta di danni per violazione della riservatezza fiscale, ma la differenza è che il querelante è il presidente degli Stati Uniti, cioè il capo dell’esecutivo che in teoria controlla l’agenzia contro cui si lamenta. Questo fa sì che il caso non sia solo un contenzioso tra “cittadino e Stato”, ma abbia l’aria di un presidente che si muove contro un’agenzia che dipende da lui. Più avanti, però, la situazione diventa ancora più complessa: invece di chiudere il tutto con un semplice accordo personale, il governo ha deciso di trasformare la causa in un accordo che autorizza la creazione di un fondo pubblico destinato a compensare altri soggetti, non solo Trump.

Perché si parla di “fondo per gli alleati”

Il punto che fa più discutere è proprio questo: il denaro usato per il fondo non viene dal patrimonio privato di Trump, ma dal Judgment Fund, un capitolo finanziario federale alimentato con le tasse dei contribuenti, pensato per coprire le transazioni economiche dello Stato quando deve pagare in seguito a cause o accordi. In altre parole, il governo usa soldi pubblici per finanziare un meccanismo che aiuta persone che si considerano vittime di “lawfare” e “weaponization”, cioè di un uso strumentale delle istituzioni contro di loro. In pratica, si tratti di un modo indiretto per distribuire risorse a chi è politicamente vicino a Trump o condivide la sua narrativa di persecuzione giudiziaria, pur senza usare il termine “partito” nelle regole ufficiali del fondo.

Il programma è stato battezzato Anti-Weaponization Fund e dovrebbe servire a esaminare le richieste di risarcimento di chi sostiene di essere stato colpito ingiustamente da indagini, perquisizioni o azioni amministrative del governo.

Il fondo pubblico creato nel quadro dell’accordo con l’IRS non si limita a compensare le presunte violazioni della privacy fiscale, ma serve anche a chiudere le accuse amministrative avanzate da Trump nei confronti del Dipartimento di Giustizia, in particolare quelle legate al mandato di perquisizione eseguito a Mar‑a‑Lago nell’ambito dell’indagine sui documenti classificati e quelle relative all’inchiesta sull’ingerenza russa nelle elezioni presidenziali del 2016. In questo modo, il “Anti‑Weaponization Fund” diventa uno strumento che copre più fronti giuridici e politici, trasformando un insieme di scontri tra il presidente e le agenzie federali in un’unica operazione La gestione del fondo è affidata a una commissione di cinque membri, nominati dal procuratore generale di Trump, che può modificarne la composizione, ma con il dettaglio che il presidente possa licenziare i commissari in qualsiasi momento, consolidando così un controllo diretto esecutivo sulle decisioni di distribuzione dei soldi. Fra i cinque, solo uno sarà scelto in “consultazione” con il Congresso, secondo quanto indicato nel comunicato del Dipartimento di Giustizia, il che significa che il coinvolgimento del potere legislativo resta limitato e di carattere più consultivo che effettivamente vincolante.

Le accuse, i conflitti d’interesse e il blocco permanente sui controlli fiscali

A questo punto, il quadro diventa ancora più complesso e politicamente fragile proprio per via di alcune affermazioni che mettono in discussione la stessa legittimità del contenzioso e dell’accordo che ne è scaturito. Le accuse avanzate da Trump contro l’IRS, infatti, sembrano collidere con un termine di prescrizione di due anni per le cause di violazione della privacy fiscale, un periodo che inizia a decorrere dal momento in cui una persona si rende conto che le proprie informazioni sono state divulgate in modo illegittimo. I democratici della Camera hanno sottolineato che, anche considerando una ricostruzione dei fatti più favorevole allo stesso Trump, egli avrebbe dovuto presentare le sue richieste entro l’ottobre 2025, perché sarebbe stato certamente a conoscenza della fuga di informazioni almeno dall’udienza del 2023 in cui il contractor governativo aveva ammesso pubblicamente le sue responsabilità, e perché un suo avvocato personale aveva assistito in aula proprio in rappresentanza di Trump. In altre parole, i critici sostengono che la causa, già sul piano formale, partiva con un grosso problema di tempistica e che lo Stato avrebbe potuto far valere questa difesa per bloccarla anziché accettarne il contenuto.

In secondo luogo, il modo in cui il Dipartimento di Giustizia ha reagito alla causa di Trump è stato visto come una svolta drastica rispetto a come si è comportato in altre situazioni simili. In una class action avviata da altre persone e aziende il cui patrimonio fiscale è stato ugualmente violato tramite lo stesso appaltatore, il Dipartimento ha cercato di ottenere la chiusura del fascicolo e non è riuscito a impedire che il caso proseguisse, difendendo l’IRS con tutti gli strumenti disponibili. Invece, di fronte alla causa personale di Trump, l’esecutivo ha scelto una strada completamente opposta: non ha insistito sulle difese possibili, ma ha negoziato un accordo che si estende ben oltre un semplice risarcimento, arrivando a creare un fondo pubblico e a vincolare le future azioni dell’IRS. Trump, inoltre, ha più volte sottolineato l’aspetto paradossale della sua posizione, vantandosi di essere al tempo stesso l’attore privato che cita in giudizio e il presidente che controlla l’agenzia citata, arrivando a dire ai giornalisti che “dovrebbe trovare un accordo con se stesso”. Questo atteggiamento, secondo esperti come Gregory Sisk, professore di diritto alla University of St. Thomas School of Law e già funzionario del DOJ, evidenzia quanto profonda sia l’impronta del presidente sul Dipartimento di Giustizia, rompendo una prassi tradizionale secondo cui i capi del governo americano mantenevano una certa distanza da questioni così delicate proprio per evitare l’apparenza di conflitti d’interessi o di abuso di potere.

L’elemento più politicamente esplosivo riguarda però la sezione dell’accordo che limita l’azione dell’IRS sui contenziosi fiscali passati di Trump e della sua cerchia. In un passaggio pubblicato dal Dipartimento di Giustizia, viene precisato che il governo federale è “per sempre impedito e precluso” dal perseguire o proporre “richieste” o “indagini” relative a questioni pendenti davanti all’IRS, comprese le dichiarazioni dei redditi presentate da Trump prima della firma dell’intesa. La formulazione, tuttavia, lascia insoluta una domanda giuridica di fondo: in che modo un audit su eventuali irregolarità fiscali si collega alle accuse di violazione della legge sulla privacy sollevate da Trump, che riguardavano la mancata protezione dei suoi documenti da parte di un contractor? In altre parole, sembra che il governo, in un solo accordo, abbia accettato di limitare la propria capacità di controllare situazioni di possibile non conformità fiscale per motivi legati a una causa sulle informazioni divulgate, senza chiarire i nessi giuridici tra questi due piani. In più, il Dipartimento di Giustizia non ha affrontato in modo esplicito una norma penale federale che vieta ai presidenti e ai vertici dell’esecutivo di chiedere la cessazione di controlli fiscali dell’IRS, proprio il tipo di clausola che oggi i critici utilizzano come base per parlare di illegalità nell’impianto dell’accordo.

La portata del dispositivo è estremamente ampia: il divieto non riguarda solo Donald Trump, ma si estende alla sua famiglia, ai trust, alle sue aziende e ad altri soggetti affiliati, il che significa che un’intera rete di entità economiche e familiari viene messa al riparo da accertamenti passati su base generale. Per questo il deputato Richard Neal, il senior democratico della Commissione Ways and Means, il principale comitato di Bilancio e Finanze della Camera, ha definito l’aggiunta all’accordo “corruzione”, intendendo che lo strumento della giustizia sia stato usato per trasformare un contenzioso potenzialmente fragile in un vantaggio politico e fiscale permanente per il presidente e per il suo entourage. In sintesi, questa combinazione di prescrizione dubbia, trattamento diverso rispetto ad altri casi simili, coinvolgimento diretto del presidente nel processo decisionale e blocco generalizzato dei controlli fiscali passati rende la vicenda non solo molto complessa da spiegare, ma anche particolarmente difficile da difendere sul piano etico e costituzionale.

Il fondo può essere fermato in tribunale? Gli ostacoli giuridici e la questione della legittimazione

Una domanda da porsi è se Il fondo può essere fermato? Anche se gli oppositori di Trump si scontrano con ostacoli procedurali molto alti, i critici dell’accordo stanno mettendo in evidenza diversi problemi di legittimità sia sul fondo annunciato dal Dipartimento di Giustizia sia sulla causa che lo ha generato. Un punto cruciale è il requisito costituzionale che un caso possa essere giudicato solo se esiste una vera “controversia” vivente tra le parti: su questo tema la giudice Kathleen Williams, designata da Obama, aveva già mostrato forti dubbi e aveva chiesto pareri esterni per chiarire la situazione. Gli avvocati di Trump hanno poi sostenuto che, una volta ritirata la causa, il ruolo della giudice fosse concluso, lasciando irrisolte le domande su se il fascicolo fosse stato aperto correttamente. Inoltre, Williams ha osservato che non esiste alcun documento ufficiale dell’accordo depositato in tribunale, sottolineando che il Dipartimento di Giustizia, pur avendo il dovere di tutelare l’interesse pubblico alla trasparenza e alla corretta amministrazione della giustizia, non ha mai spiegato in aula perché un’intesa di quella portata fosse necessaria. I critici ricordano anche che le accuse di Trump, già deboli per via del termine di prescrizione e delle difese possibili, non sarebbero state di per sé abbastanza solide da giustificare un accordo di transazione, che la legge federale limita ai casi di contenziosi “effettivi o imminenti”, definizione che secondo i democratici della Camera non si applica a una causa che appare costruita ad arte o ritirata proprio per evitare un giudizio giurisdizionale. In risposta, alcuni esperti legali hanno ipotizzato ricorsi sulla base della clausola sugli Emolumenti, che vieta al presidente di ricevere benefici economici oltre al salario, o dell’Administrative Procedures Act, per contestare eventuali azioni di agenzie federali che violino la legge, ma il vero ostacolo resta la cosiddetta “legittimazione”: la Corte Suprema ha già reso molto difficile, per i contribuenti, far valere il proprio danno economico indiretto, e non è ancora chiaro quali soggetti potrebbero convincere un tribunale di soffrire un danno concreto e diretto dall’esistenza del fondo, anche se diversi osservatori ritengono che il tentativo di fermarlo in via giudiziaria, in un modo o nell’altro, sarà quasi certamente messo in atto.

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