La crisi nucleare iraniana torna al centro dello scenario internazionale, intrecciando diplomazia fallita, escalation militare e scelte politiche stratificate nel tempo. Il confronto tra Washington e Teheran, oggi riacceso sotto la presidenza Trump, non è soltanto il risultato di dinamiche recenti, ma l’esito di una sequenza di decisioni che, negli ultimi dieci anni, hanno progressivamente eroso i margini di controllo sul programma atomico iraniano.
Dall’accordo del 2015 alla rottura di Trump
Al cuore della tensione vi è una realtà difficile da aggirare: l’Iran dispone oggi di una quantità significativa di uranio arricchito, inclusi materiali prossimi al grado militare, che rappresentano una soglia tecnologica critica verso la costruzione di un’arma nucleare. Secondo le stime più recenti, Teheran conserva circa dieci tonnellate di materiale arricchito, tra cui quasi 1.000 libbre al 60% di purezza, un livello che riduce drasticamente il tempo necessario per raggiungere il 90% richiesto per uso bellico.
Questa situazione rappresenta, almeno in parte, una conseguenza diretta della decisione degli Stati Uniti del governo di Trump di ritirarsi nel 2018 dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo siglato nel 2015 durante l’amministrazione Obama. L’intesa aveva imposto limiti estremamente dettagliati e stringenti al programma nucleare iraniano. In base all’accordo, Teheran accettò di eliminare completamente le sue riserve di uranio a medio arricchimento, di ridurre del 98% quelle a basso arricchimento e di tagliare di circa due terzi il numero delle centrifughe a gas operative per un periodo di oltre dieci anni. Per i successivi quindici anni, l’Iran avrebbe potuto arricchire l’uranio esclusivamente fino al 3,67% di uranio-235, mantenendo le scorte entro il limite di 300 chilogrammi.
Le restrizioni riguardavano anche l’infrastruttura nucleare: le attività di arricchimento venivano limitate a un solo impianto, utilizzando centrifughe di prima generazione per dieci anni, mentre gli altri siti sensibili sarebbero stati riconvertiti per ridurre i rischi di proliferazione. L’accordo vietava inoltre la costruzione di nuovi reattori nucleari ad acqua pesante per tutta la durata prevista.
Un elemento centrale era il sistema di controllo: l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) avrebbe avuto accesso regolare agli impianti nucleari iraniani per verificare il rispetto degli impegni. In cambio, l’Iran ottenne la progressiva revoca delle sanzioni economiche imposte da Stati Uniti, Unione europea e Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, formalmente rimosse a partire dal gennaio 2016. Tuttavia, la scelta di Donald Trump di abbandonare l’accordo e reintrodurre severe sanzioni economiche ha innescato una reazione graduale ma costante da parte di Teheran.
Già nel 2019, l’Iran ha iniziato a violare i limiti previsti dall’accordo, superando il tetto di stoccaggio e aumentando il livello di arricchimento. Parallelamente, ha riattivato impianti sensibili come Fordow e Natanz, introducendo centrifughe avanzate vietate dall’intesa. Questi passaggi hanno segnato l’avvio di una fase di accelerazione tecnologica che, negli anni successivi, si è consolidata fino a portare il Paese vicino alla soglia nucleare.
I tentativi falliti sotto Biden
Con l’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno cercato di riaprire il canale diplomatico con Teheran, proponendo un ritorno al JCPOA a condizione che l’Iran tornasse pienamente conforme ai suoi obblighi. La risposta iraniana si è basata su una lettura opposta della crisi: secondo Teheran, le violazioni dell’accordo erano legittime in base al meccanismo previsto dal JCPOA stesso, che consentiva di ridurre gli impegni in caso di reintroduzione delle sanzioni. Per questo, le autorità iraniane hanno sostenuto che spettasse a Washington fare il primo passo, revocando le misure economiche prima di qualsiasi ritorno ai limiti sull’arricchimento.
Nel febbraio 2021, gli Stati Uniti hanno accettato la proposta dell’Unione europea di riavviare i colloqui nel formato P5+1, accompagnando questa apertura con segnali distensivi, tra cui l’allentamento delle restrizioni sui diplomatici iraniani e il riconoscimento dell’assenza di validità legale del ripristino delle sanzioni ONU rivendicato dall’amministrazione Trump. Tuttavia, le tensioni sono rimaste elevate: dopo un attacco aereo statunitense in Siria contro milizie filo-iraniane, Teheran ha rifiutato nuovi negoziati diretti, ribadendo che senza la rimozione preventiva delle sanzioni non ci sarebbe stato alcun incontro.
A partire da aprile 2021 sono iniziati colloqui indiretti a Vienna, mediati dagli europei, con l’obiettivo di far rivivere l’accordo. In parallelo, però, il contesto si è deteriorato rapidamente: l’impianto nucleare di Natanz è stato colpito da un attacco attribuito a Israele e, pochi giorni dopo, l’Iran ha reagito annunciando l’aumento dell’arricchimento dell’uranio fino al 60%, un livello senza precedenti per un Paese non dotato di armi nucleari. Nello stesso periodo, Teheran ha anche limitato progressivamente le attività di monitoraggio dell’AIEA, accettando solo un accordo temporaneo che riduceva l’accesso degli ispettori e sospendeva le ispezioni a sorpresa.
Il negoziato si è ulteriormente complicato dopo l’elezione del presidente Ebrahim Raisi nel 2021, che ha portato a una pausa di mesi nei colloqui e a una linea più rigida da parte iraniana. Uno dei principali nodi irrisolti è rimasto la richiesta di “garanzie credibili” che gli Stati Uniti non si sarebbero ritirati nuovamente dall’accordo, una condizione che l’amministrazione Biden non è mai stata in grado di soddisfare. Nonostante dichiarazioni congiunte con gli alleati europei a favore del ritorno al JCPOA, i negoziati non hanno prodotto risultati concreti.
Nel frattempo, il programma nucleare iraniano ha continuato ad avanzare. Nel 2023, gli ispettori dell’AIEA hanno rilevato a Fordow particelle di uranio arricchito fino all’83,7%, molto vicino alla soglia militare, anche se l’agenzia ha successivamente ritenuto credibili le spiegazioni iraniane secondo cui si trattava di fluttuazioni tecniche non indicative di una produzione stabile a quel livello.
I rapporti tra Washington e Teheran hanno conosciuto solo limitate aperture tattiche. Nel settembre 2023, le due parti hanno raggiunto un accordo per uno scambio di prigionieri, accompagnato dallo sblocco di sei miliardi di dollari di fondi iraniani congelati, destinati però esclusivamente all’acquisto di beni umanitari sotto stretto controllo. L’intesa è stata però rapidamente ridimensionata: dopo l’attacco di Hamas contro Israele nell’ottobre dello stesso anno, gli Stati Uniti hanno nuovamente congelato i fondi, mentre Teheran ha negato qualsiasi coinvolgimento nell’operazione, sostenendo che l’escalation regionale abbia compromesso anche i tentativi di rilanciare i negoziati sul nucleare.
Nel complesso, la strategia dell’amministrazione Biden si è scontrata con una combinazione di sfiducia reciproca, vincoli politici e deterioramento del contesto regionale, lasciando irrisolta la crisi e permettendo all’Iran di avvicinarsi ulteriormente alla soglia nucleare.
Il ritorno di Trump e la nuova escalation
Il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha riaperto il confronto su basi ancora più dure. La nuova amministrazione ha inizialmente richiesto la completa cessazione dell’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran e lo smantellamento delle principali infrastrutture nucleari, condizioni che Teheran ha respinto senza esitazioni. Solo in una fase più recente, Washington ha mostrato segnali di flessibilità, ipotizzando una sospensione dell’arricchimento per un periodo limitato, ma senza ottenere risultati concreti.
Parallelamente alla diplomazia intermittente, il confronto ha assunto una dimensione militare diretta. Gli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele nel giugno 2025 e successivamente nel febbraio 2026 hanno inflitto danni agli impianti nucleari iraniani. Tuttavia, queste operazioni non hanno eliminato il problema alla radice. Gran parte del materiale fissile resta infatti intatto, sebbene in parte sepolto sotto le macerie, e soprattutto l’Iran conserva il know-how scientifico e tecnologico necessario per ricostruire il proprio programma.
Un elemento chiave della crisi attuale è rappresentato proprio dalla resilienza del sistema nucleare iraniano. Nonostante l’uccisione di numerosi scienziati e la distruzione di infrastrutture critiche, il Paese mantiene una rete di competenze e una base industriale sufficiente a riprendere l’arricchimento in tempi relativamente brevi. Questo rende difficile per Washington raggiungere quello che è diventato uno degli obiettivi principali della strategia di Trump: impedire in modo definitivo all’Iran di acquisire la capacità di costruire un’arma nucleare.
Il presidente americano ha recentemente dichiarato di voler sospendere ulteriori azioni militari, confidando nella possibilità di un accordo diplomatico. Tuttavia, gran parte degli analisti resta scettica. Le posizioni delle due parti appaiono ancora distanti, e il contesto politico interno iraniano, segnato da cambiamenti nella leadership e da un possibile irrigidimento delle posizioni, riduce ulteriormente lo spazio per compromessi.








