Per decenni il calo delle nascite è stato considerato un problema quasi esclusivamente dei paesi ricchi. Italia, Giappone, Germania e Corea del Sud erano visti come casi particolari: economie avanzate, urbanizzate e sempre più anziane. Oggi però il fenomeno è diventato globale. Il numero medio di figli per donna sta diminuendo quasi ovunque contemporaneamente, a una velocità che sta sorprendendo economisti e demografi.
Secondo i dati delle Nazioni Unite, oltre due terzi dei paesi del mondo hanno ormai un tasso di fertilità inferiore alla soglia di sostituzione di 2,1 figli per donna, cioè il livello necessario per mantenere stabile la popolazione in assenza di immigrazione. In 66 paesi il tasso è addirittura più vicino a 1 che a 2. La Corea del Sud rappresenta il caso più estremo: nel 2024 il paese ha registrato un tasso di fertilità vicino a 0,7 figli per donna, il più basso al mondo.
Il fenomeno non riguarda più soltanto l’Occidente. Paesi come Messico, Brasile, Iran, Tunisia e Sri Lanka hanno ormai tassi di natalità inferiori o simili a quelli di molte economie sviluppate. La grande novità storica è che numerosi paesi stanno invecchiando prima ancora di essersi arricchiti davvero.
Il grande shock demografico del XXI secolo
Il rallentamento della crescita della popolazione mondiale era previsto da tempo. Ma ciò che sta sorprendendo gli studiosi è la rapidità del cambiamento. Solo cinque anni fa le previsioni dell’ONU stimavano circa 350 mila nascite in Corea del Sud nel 2023. Il dato reale è stato vicino a 230 mila, quasi il 50% in meno rispetto alle attese.
Economisti come Jesús Fernández-Villaverde sostengono che il calo della fertilità sia uno dei temi economici più importanti del nostro tempo. Fernández-Villaverde ha dichiarato che “quasi tutto il resto è a valle”, intendendo che molti problemi economici e politici derivano indirettamente dall’invecchiamento della popolazione.
Le implicazioni economiche sono enormi. Una popolazione più anziana significa meno lavoratori, minore crescita della produttività e una pressione crescente sui sistemi pensionistici e sanitari. Il Giappone viene spesso citato come esempio emblematico. Dalla metà degli anni ’90 il paese ha sperimentato una lunga fase di stagnazione economica, aggravata dalla diminuzione della popolazione in età lavorativa.
Anche la Cina sta entrando rapidamente nella stessa dinamica. Dopo decenni di crescita esplosiva, il paese ha iniziato a registrare una riduzione della popolazione totale. Per un’economia che ha costruito il proprio sviluppo su abbondanza di manodopera e urbanizzazione, il cambiamento è potenzialmente enorme.
Alcuni sostengono che una popolazione più piccola possa aiutare il pianeta riducendo le emissioni. Ma diversi studi recenti indicano che il contributo del calo delle nascite alla lotta contro il cambiamento climatico sarà relativamente limitato nei prossimi decenni, soprattutto rispetto all’impatto delle tecnologie energetiche e delle politiche industriali.
Non è solo una questione di soldi
La spiegazione più intuitiva è economica: fare figli costa. Case più care, precarietà lavorativa, salari stagnanti e difficoltà nel conciliare carriera e famiglia rendono più complicato avere bambini. Tutti fattori reali, soprattutto nelle grandi città.
L’aumento dei prezzi delle abitazioni sembra avere un ruolo importante. In molti paesi sviluppati i giovani acquistano casa sempre più tardi, oppure continuano a vivere con i genitori per molti anni. Senza stabilità abitativa, diventa più difficile progettare una famiglia.
Ma questa spiegazione da sola non basta più. Se fosse soltanto una questione economica, i paesi nordici dovrebbero avere tassi di natalità elevati grazie a welfare generosi, servizi per l’infanzia efficienti e maggiore uguaglianza di genere. Invece anche lì la fertilità è in calo. Inoltre il fenomeno si osserva sia nei paesi colpiti da crisi economiche sia in quelli cresciuti rapidamente negli ultimi anni.
C’è poi un altro elemento interessante: il calo delle nascite è oggi legato soprattutto alla diminuzione delle coppie, non tanto alla riduzione del numero di figli per coppia.
Negli Stati Uniti, ad esempio, diversi studi mostrano che le donne che diventano madri continuano ad avere un numero relativamente stabile di figli. Il vero cambiamento è che cresce la quota di persone che non forma una coppia stabile o non ha figli affatto.
Ed è qui che il dibattito diventa più interessante.
Il paradosso: le persone vogliono ancora figli
La parte forse più interessante del fenomeno è che il crollo della fertilità non sembra dipendere principalmente da un improvviso rifiuto della genitorialità.
In molti sondaggi internazionali, la maggioranza dei giovani continua a dichiarare di desiderare circa due figli. Questo vale anche in paesi con fertilità bassissima come la Corea del Sud. Il problema è che esiste sempre più spesso un forte “fertility gap”, cioè una distanza tra il numero di figli desiderati e quelli effettivamente avuti.
Per anni il dibattito pubblico ha attribuito il calo delle nascite soprattutto alle donne in carriera o a stili di vita individualisti. Ma le ricerche più recenti mostrano una realtà diversa.
Uno studio del demografo Stephen J. Shaw evidenzia che in molti paesi sviluppati il numero medio di figli tra le donne che diventano madri è relativamente stabile. Ciò che sta diminuendo drasticamente è invece la quota di persone che forma una coppia stabile o che ha figli.
In altre parole, oggi il problema principale non è che le coppie abbiano pochi figli. È che ci sono meno coppie.
Negli Stati Uniti, ad esempio, alcuni studi mostrano che se i tassi di matrimonio e convivenza fossero rimasti ai livelli di dieci anni fa, la fertilità complessiva del paese sarebbe oggi più alta. Il calo delle nascite coincide quindi soprattutto con un crollo della formazione familiare.
E il fenomeno è particolarmente marcato tra le fasce meno istruite e meno benestanti. Tra laureati e professionisti ad alto reddito, la probabilità di sposarsi e avere figli rimane relativamente più elevata. Tra i giovani economicamente fragili, invece, crescono solitudine, instabilità relazionale e rinvio della vita familiare.
Alcuni sociologi parlano ormai di “family formation inequality”: la famiglia stabile sta diventando sempre più un bene associato alla stabilità economica e culturale.
Lo smartphone potrebbe aver cambiato tutto
Negli ultimi anni alcuni ricercatori hanno iniziato a concentrarsi su una spiegazione diversa: il ruolo della tecnologia digitale e degli smartphone.
Uno studio pubblicato recentemente dagli economisti Nathan Hudson e Hernan Moscoso-Boedo ha analizzato la diffusione delle reti mobili 4G negli Stati Uniti e nel Regno Unito. I ricercatori hanno osservato che i tassi di natalità hanno iniziato a diminuire prima e più rapidamente nelle aree che avevano ricevuto prima internet mobile veloce.

La loro ipotesi è che smartphone e piattaforme digitali abbiano trasformato radicalmente il modo in cui i giovani trascorrono il tempo, socializzano e costruiscono relazioni. Più tempo online significherebbe meno interazioni faccia a faccia, meno relazioni stabili e quindi meno famiglie.
Le coincidenze temporali sono difficili da ignorare. Negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Australia il forte calo delle nascite tra i giovani accelera dopo il 2007, cioè con l’esplosione degli smartphone. In Francia e Polonia il fenomeno emerge intorno al 2009. In Messico, Marocco e Indonesia intorno al 2012. In diversi paesi africani tra il 2013 e il 2015.
Tutti questi punti di svolta coincidono con la diffusione di massa degli smartphone e delle app mobili.
Naturalmente dimostrare un rapporto diretto di causa-effetto è difficile. Ma la teoria si collega ad altri dati sociali: aumento della solitudine, riduzione delle uscite tra giovani, meno relazioni stabili e più tempo trascorso online.
Le app di dating, paradossalmente, potrebbero aver peggiorato alcuni problemi. Diversi studiosi ritengono che l’eccesso di scelta, la gamification degli incontri e la crescente polarizzazione delle preferenze abbiano reso più difficile costruire relazioni durature, soprattutto per una parte dei giovani uomini.
Una trasformazione storica ancora sottovalutata
Molti governi stanno cercando di reagire con bonus bebè, incentivi fiscali e politiche familiari. Ma finora nessun grande paese è riuscito davvero a invertire la tendenza.
La Corea del Sud ha speso centinaia di miliardi di dollari in politiche per la natalità senza ottenere risultati significativi. Anche paesi con welfare avanzati come Francia o Svezia stanno registrando nuovi minimi storici nelle nascite.
Questo suggerisce che il problema sia molto più profondo di una semplice questione economica. Il calo della fertilità sembra essere il prodotto di una trasformazione strutturale della società moderna: urbanizzazione, digitalizzazione, precarietà abitativa, cambiamento delle relazioni sociali e nuove dinamiche culturali stanno agendo contemporaneamente.
Per gran parte della storia umana il timore principale era la sovrappopolazione. Oggi, invece, una parte crescente del mondo si confronta con il problema opposto: società sempre più anziane, meno giovani e meno famiglie.








