Telegram verso lo stop completo?
Secondo il canale Telegram Baza, considerato vicino alle forze dell’ordine russe, il governo starebbe preparando un blocco totale dell’app su tutto il territorio nazionale. L’ipotesi circolata è drastica: Telegram non dovrebbe più caricarsi né tramite reti mobili né attraverso internet fisso.
La Duma ha definito queste notizie “sciocchezze”, senza però smentire in modo netto la possibilità di nuove restrizioni. Intanto, dall’estate scorsa gli utenti assistono a un funzionamento sempre più instabile della piattaforma. Il 10 febbraio Roskomnadzor ha annunciato ulteriori limitazioni, accusando Telegram di pubblicare contenuti illegali e di offrire spazio ai servizi segreti occidentali.
Le autorità sostengono che le restrizioni resteranno in vigore finché la società non collocherà i server in Russia e non si adeguerà completamente alla legislazione nazionale. Il presidente del comitato della Duma per la politica dell’informazione, Sergej Bojarskij, ha parlato di contatti tra Telegram e Roskomnadzor. Ma una fonte vicina al fondatore Pavel Durov ha definito “inevitabile” il blocco totale.
Per Durov, la questione è chiara: fare concessioni al Cremlino significherebbe compromettere l’immagine globale della piattaforma. Ha già accusato le autorità russe di voler costringere i cittadini a passare a un’app “controllata dallo Stato e creata per la sorveglianza e la censura politica”.
Perché Telegram è così centrale
In Russia Telegram non è solo un’app di messaggistica. Secondo Mediascope, vi accedono ogni mese oltre 90 milioni di persone. È uno spazio ibrido: propaganda filogovernativa, blogger pro-guerra, media indipendenti, oppositori.
Proprio per questo il suo eventuale blocco ha scatenato critiche anche tra sostenitori del Cremlino. Il propagandista televisivo Vladimir Solov’ëv si è lamentato pubblicamente del calo di iscritti e visibilità. Anche figure vicine alla linea ufficiale, come Yekaterina Mizulina della Safe Internet League, hanno definito un errore limitare Telegram, temendo di perdere uno strumento efficace di promozione delle idee filorusse.
Le reazioni più dure sono arrivate dagli ambienti militari. Secondo diverse ricostruzioni, soldati russi utilizzano chat private su Telegram per coordinare operazioni in Ucraina. La situazione è diventata ancora più delicata dopo la perdita, da parte dell’esercito russo, dell’accesso ai terminali satellitari Starlink, che ha già creato problemi nelle comunicazioni.
Il ministro dello sviluppo digitale Maksut Shadaev ha assicurato che Telegram continuerà a funzionare nelle zone del fronte, ma ha anche espresso l’auspicio che in futuro i militari “passino ai servizi russi”. Un passaggio che appare tutt’altro che semplice.
Max: l’alternativa voluta dal Cremlino
In parallelo alle restrizioni, il Cremlino promuove Max come sostituto “sicuro” e nazionale. L’app è sviluppata dal gruppo VK, che controlla anche VKontakte. La sua introduzione è stata richiesta personalmente da Vladimir Putin nel quadro della “sovranità digitale”.
Max è preinstallata sui nuovi dispositivi venduti nel Paese ed è pensata come piattaforma multifunzione: comunicazione, servizi governativi, pagamenti. Ma il punto più controverso è nella politica sulla privacy. L’app si riserva il diritto di trasferire i dati degli utenti a qualsiasi autorità su richiesta e di raccogliere informazioni sulle pagine web visitate.
Secondo un’inchiesta del giornalista Andrej Zacharov, Max sarebbe addirittura un asset personale legato alla famiglia del presidente. Accuse che rafforzano l’idea di una fusione sempre più stretta tra infrastruttura digitale e potere politico.
Un percorso già tracciato
Il possibile blocco di Telegram si inserisce in una sequenza precisa. Dal 2022 la Russia ha bloccato Facebook e Instagram, poi Signal, quindi ha limitato e in parte bloccato WhatsApp, Snapchat e FaceTime. Nel febbraio 2026 WhatsApp sarebbe stato completamente oscurato.
Nessuna di queste misure aveva provocato una reazione paragonabile a quella generata dall’ipotesi di chiudere Telegram. Anche perché, a differenza di altre piattaforme, Telegram è diventato parte integrante della vita quotidiana russa.
Molti servizi bloccati restano accessibili tramite VPN. Secondo il Centro Levada, nel marzo 2025 il 36% dei russi dichiarava di usare regolarmente o occasionalmente una VPN, contro il 25% dell’anno precedente. È probabile che, in caso di blocco totale, Telegram continui a vivere in forma “clandestina” digitale.
Sovranità digitale o controllo totale?
La narrativa ufficiale parla di sicurezza nazionale e indipendenza tecnologica. Ma i fatti suggeriscono una strategia più lineare e meno neutrale: si rallenta una piattaforma straniera, la si accusa di violare la legge o di favorire minacce esterne, e nel frattempo si costruisce un’alternativa statale che per design consente un accesso diretto ai dati degli utenti.
Max non appare come una semplice app concorrente. È progettata per concentrare comunicazione privata, servizi pubblici, pagamenti e identità digitale dentro un’unica infrastruttura sotto controllo governativo. Le sue condizioni d’uso prevedono esplicitamente la possibilità di trasferire dati alle autorità su richiesta e di raccogliere informazioni sulle attività online. In un sistema politico dove i contrappesi sono deboli, questo significa offrire allo Stato uno strumento capillare di monitoraggio.
Se Telegram verrà davvero bloccata, il passaggio sarà chiaro: non solo sostituire un servizio, ma ridurre drasticamente gli spazi di comunicazione non controllati. L’obiettivo non sembra semplicemente creare un’alternativa nazionale, ma costruire un’infrastruttura che renda il controllo tecnico delle comunicazioni parte integrante dell’architettura dello Stato.
Quando comunicazione, servizi essenziali e dati personali confluiscono in una piattaforma promossa e regolata dal potere politico, la distinzione tra gestione amministrativa e sorveglianza si assottiglia. In quel momento, la libertà di comunicare non dipende più solo dalla legge, ma dall’infrastruttura stessa. E se l’infrastruttura è progettata per controllare, il controllo diventa la norma.









