Emendamento sull’oro di Bankitalia, la BCE chiede chiarimenti: «Riconsiderate la norma»

Un emendamento “interpretativo” che non placa le polemiche

L’emendamento di Fratelli d’Italia sull’oro della Banca d’Italia, presentato dal capogruppo al Senato Lucio Malan, è stato riscritto in forma “interpretativa” ma continua a suscitare forti perplessità. La nuova versione, inserita nella legge di bilancio, stabilisce che la disposizione sulla gestione delle riserve ufficiali vada interpretata nel senso che “le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengono al Popolo Italiano”. Una formula meno netta rispetto al testo originale, che proclamava la titolarità diretta dello Stato, ma che non ha comunque convinto né i tecnici del Ministero dell’Economia né la Banca centrale europea.
L’intento politico resta quello di rivendicare la sovranità nazionale sulle riserve auree, circa 2.500 tonnellate custodite nei caveau di Via Nazionale e in parte all’estero. Tuttavia, nella pratica, la riformulazione non risolve i dubbi giuridici né chiarisce le implicazioni economiche di una norma che tocca direttamente l’indipendenza della banca centrale.

I rilievi del MEF: rischio di incostituzionalità e violazione dei Trattati

Il primo campanello d’allarme era arrivato proprio dai tecnici del Tesoro, che avevano segnalato una serie di criticità nel testo iniziale. In base alla Costituzione italiana e ai Trattati europei, la Banca d’Italia fa parte integrante del Sistema europeo delle banche centrali (SEBC) e gode di piena autonomia dall’autorità politica nazionale. Attribuire formalmente la proprietà delle riserve auree allo Stato o direttamente al “popolo italiano” viene interpretato come una possibile violazione del principio di indipendenza delle banche centrali, nonché del divieto sancito dall’articolo 123 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che impedisce alle banche centrali di finanziare i rispettivi governi.
Di fatto, un’interpretazione troppo “sovranista” rischierebbe di tradursi in un esproprio implicito di oltre 275 miliardi di euro, valore stimato dell’oro detenuto da Bankitalia. Il parere dei tecnici del Mef sottolinea inoltre che la banca centrale, pur essendo un ente di diritto pubblico, agisce già “nell’interesse collettivo” e in rappresentanza dell’intera comunità nazionale attraverso la sua partecipazione al SEBC. Non vi sarebbe dunque bisogno, secondo il Tesoro, di dichiarazioni legislative simboliche che rischiano di generare confusione giuridica e tensioni istituzionali.

Il parere della BCE: «Non chiara la finalità, riconsiderate la norma»

Poco dopo il parere del Tesoro, anche la Banca centrale europea è intervenuta ufficialmente sul tema con un documento indirizzato al Mef e pubblicato sul proprio sito. Nel testo si legge che “non è chiara la finalità della proposta di disposizione”, invitando le autorità italiane a “riconsiderare la norma”. Secondo la BCE, l’emendamento potrebbe compromettere “l’esercizio indipendente dei compiti fondamentali” di Bankitalia come membro del SEBC.
In sostanza, l’Eurotower chiede di evitare qualsiasi intervento normativo che possa minare l’autonomia operativa della banca centrale italiana, un principio cardine dell’architettura monetaria europea. Dietro la posizione prudente della BCE si intravede la preoccupazione che la norma possa essere interpretata come un tentativo di politicizzare la gestione delle riserve o di aprire un precedente pericoloso rispetto al controllo dell’oro nazionale, oggi vincolato dai meccanismi euro-unitari di stabilità finanziaria.

Tra simbolismo politico e nodo istituzionale

Il cuore del dibattito resta di natura politica e simbolica. Fratelli d’Italia ha sempre rivendicato l’esigenza di “ribadire la titolarità popolare” dell’oro, in un’ottica di identità nazionale e trasparenza patrimoniale. Ma dietro la retorica dell’“oro agli italiani” si nasconde un intricato intreccio di norme europee, principi costituzionali e funzioni bancarie che rendono di fatto difficile — se non impossibile — un intervento diretto dello Stato.
La riformulazione “interpretativa” tenta di mantenere il messaggio politico senza modificare realmente l’assetto giuridico delle riserve, ma così facendo lascia aperti tutti i nodi istituzionali. Restano da capire le reali intenzioni del governo: se si tratta di un gesto simbolico rivolto all’elettorato o del preludio a un più ampio tentativo di ridefinire i rapporti tra Ministero dell’Economia e Banca d’Italia.

Conclusione: una norma sospesa tra diritto e propaganda

Il caso dell’emendamento sull’oro mostra ancora una volta la tensione latente tra istanze di sovranità nazionale e vincoli europei. La BCE e il MEF hanno espresso le stesse preoccupazioni: evitare che un atto politico travalichi i confini del diritto monetario. Mentre il governo difende la natura puramente “interpretativa” della norma, tra Bruxelles e Roma prevale l’incertezza. Per ora, il destino dell’“oro di Bankitalia” resta sospeso tra la forza simbolica di uno slogan e la rigidità delle regole europee.

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