Bruxelles rilancia il sostegno: tra crisi umanitaria e pressione diplomatica
Mentre la Striscia di Gaza affronta la carestia e ospedali privi di elettricità cercano di funzionare con generatori d’emergenza, l’Unione Europea ha deciso di aumentare in modo significativo il proprio impegno finanziario verso la Palestina. Con un pacchetto complessivo da 1,44 miliardi di euro messo in campo dal cosiddetto Team Europa — formato da Commissione, Stati membri e Banca europea per gli investimenti (BEI) — Bruxelles tenta di sostenere una popolazione intrappolata da un conflitto che non mostra segni di tregua.
Solo nell’ultima tranche, annunciata a margine dell’Assemblea Generale Onu del 24 settembre a New York, l’Europa ha confermato un pacchetto da 450 milioni di euro, diviso in 400 milioni sotto forma di linee di credito per le piccole e medie imprese palestinesi, e altri 50 milioni di aiuti umanitari immediati diretti a Gaza e Cisgiordania. Una scelta che combina l’urgenza dell’aiuto materiale con la necessità di garantire un minimo di continuità economica in un contesto dove il mercato interno palestinese è ormai ridotto a brandelli.
La presidente della BEI, Nadia Calviño, ha definito questo accordo “un impegno concreto verso le popolazioni e le imprese palestinesi colpite dalla guerra”.
Un’emergenza senza precedenti
A Gaza, la normalità ormai è fatta di esplosioni, bombardamenti e colonne di fumo che si alzano sopra città come Khan Younis e Deir al-Balah, mentre la popolazione — ormai concentrata in meno del 12% del territorio — è intrappolata senza possibilità di mettersi in salvo. Oltre l’87% della Striscia è sottoposta a ordine di evacuazione e lo spazio vitale si riduce giorno dopo giorno, in un contesto in cui chi riesce a sopravvivere alle bombe viene ormai condannato da fame, sete e assenza di cure.
Il lavoro delle organizzazioni umanitarie è ostacolato dai continui raid aerei israeliani e il blocco degli aiuti impedisce l’ingresso di cibo, acqua e medicinali. Il prezzo dei generi alimentari è cresciuto del 1.400% rispetto al periodo di tregua e le cliniche funzionano con personale ridotto, spesso impossibilitato a raggiungere i pazienti. Secondo Emergency, operatori presenti sul territorio, ciò che accade è una “condanna a morte per milioni di persone” e “nessun luogo è sicuro”.
Nel solo 25 settembre sono almeno 18 le vittime registrate in Cisgiordania e Gaza, tra cui 11 sfollati uccisi dalle bombe israeliane su Al-Zawaida, con decine di feriti e dispersi, tra cui molti bambini. Queste cifre si aggiungono a quelle che, giorno dopo giorno, testimoniano la distruzione sistematica di vite, alloggi e speranze per i palestinesi della Striscia.
L’impegno europeo da 1,44 miliardi va quindi qualificato non solo come aiuto economico e umanitario, ma come tentativo di fronteggiare una situazione che sta assumendo i tratti di una vera emergenza. È necessario denunciare chiaramente — come le maggiori ONG e fonti internazionali stanno facendo — che a Gaza i limiti della decenza umanitaria e del diritto internazionale sono stati da tempo superati
Che cosa significano 1,44 miliardi per Gaza?
In condizioni normali, una linea di credito da 400 milioni di euro per le PMI di un’area con meno di 5 milioni di abitanti avrebbe un impatto significativo: accesso a finanziamenti, sostegno alle catene di fornitura, incentivi alla creazione di posti di lavoro. Ma Gaza non si trova in condizioni normali.
Dal 7 ottobre 2023, giorno dell’attacco di Hamas e dell’inizio della campagna militare israeliana, fino al settembre 2025, la situazione economica e umanitaria si è deteriorata progressivamente. Secondo dati Onu, oltre il 90% degli abitanti di Gaza è stato sfollato almeno una volta. Dal 22 agosto 2025 la Striscia è classificata ufficialmente in fase 5 di carestia (IPC), con circa mezzo milione di persone in condizioni disperate e un altro milione in emergenza grave [fonte: ONU].
In questo contesto, la misura europea vuole centrare due obiettivi: rispondere all’immediata crisi con fondi umanitari (cibo, acqua, medicine, rifugi), ma al tempo stesso salvaguardare quel minimo di struttura economica rimasta in piedi, evitando un collasso totale delle imprese locali. La Palestina presenta da anni una delle disoccupazioni giovanili più alte al mondo, superiore al 60% in alcune fasce di età [fonte: World Bank], e negli ultimi due anni l’embargo israeliano e la distruzione di infrastrutture hanno paralizzato il commercio.
I 400 milioni veicolati dalla BEI passeranno attraverso l’Autorità Monetaria Palestinese e banche locali, con condizioni creditizie agevolate. Tuttavia, i tassi di default rischiano di essere elevati: non solo mancano garanzie materiali, ma le stesse filiere produttive sono tagliate fuori dai mercati esterni. Da Bruxelles è stato annunciato che 220 milioni dei fondi diventeranno operativi entro la fine del 2025, un picco storico nella cooperazione europea con Ramallah.
Il ruolo geopolitico dell’Europa e le pressioni interne
L’aiuto europeo non si inserisce solo in una logica economica, ma anche politica. La “guerra” a Gaza è diventata infatti sempre più impopolare tra i cittadini europei. Diversi Paesi, tra cui Spagna, Irlanda e Norvegia, hanno già riconosciuto formalmente lo Stato palestinese, mentre l’Italia mantiene una posizione ambigua.
Negli ultimi giorni, un ulteriore fronte di pressione internazionale è arrivato dal mare. È partita a settembre la Global Sumud Flotilla, un convoglio civile con oltre cinquanta imbarcazioni che intende raggiungere Gaza portando beni di prima necessità. L’attacco con droni avvenuto al largo di Creta contro alcune navi della missione ha alzato ulteriormente la tensione. Di conseguenza, Madrid ha inviato una nave militare in supporto, mentre Roma ha dispiegato la fregata Fasan nell’area, pur mantenendo una linea ufficialmente più cauta
Durante il suo intervento alle Nazioni Unite, la premier Giorgia Meloni ha definito la missione della flotilla “pericolosa e irresponsabile”, proponendo invece canali ufficiali per il trasferimento degli aiuti umanitari. Ma nello stesso discorso ha riconosciuto che Israele ha “superato i limiti della proporzionalità” nella sua offensiva, accusandolo di violazioni del diritto internazionale. Una posizione sfumata che riflette la tradizionale prudenza italiana, divisa tra alleanza con Israele e crescente pressione interna ed europea per un riconoscimento formale della Palestina.






