Le promesse fiscali che traballano
La prossima legge di bilancio, che il governo Meloni intende presentare in autunno, rischia di arrivare con meno slancio di quanto annunciato. A mettere in chiaro le difficoltà è stato lo stesso ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, durante un evento elettorale in Valle d’Aosta.
Il titolare del Mef ha ammesso che due capisaldi della politica fiscale della maggioranza – il taglio dell’Irpef per il ceto medio e una nuova rottamazione delle cartelle – non hanno più la stessa solidità di qualche settimana fa. «Il quadro si è complicato con le vicende internazionali che non dipendono dal governo», ha spiegato, facendo riferimento all’instabilità geopolitica e alle pressioni sui conti pubblici.
Il ministro ha parlato di «orizzonte di bilancio triennale» che garantisce la tenuta, ma ha chiarito che le risorse a disposizione sono limitate e richiedono scelte selettive.
Il taglio dell’Irpef al ceto medio
Il governo aveva annunciato un intervento sull’Irpef da circa 4 miliardi di euro, mirato ad alleggerire la pressione fiscale sul ceto medio, quello che Giorgetti ha definito «compresso tra chi guadagna molto e chi riceve già sostegni sulle fasce più basse».
Il piano prevedeva la riduzione dell’aliquota del secondo scaglione dal 35% al 33%, con un innalzamento della fascia di reddito interessata da 50 a 60 mila euro lordi. Si tratterebbe di un ulteriore passo dopo la riforma del 2024 che ha ridotto le aliquote da quattro a tre, introducendo l’aliquota unica al 23% fino a 28 mila euro.
Secondo i calcoli della Fondazione nazionale dei commercialisti, il risparmio fiscale sarebbe stato tangibile: circa 627 euro annui per un reddito lordo di 40 mila euro, 348 euro per chi arriva a 50 mila, e 440 euro per chi guadagna 60 mila. Tuttavia, senza coperture certe, questa misura appare ora rinviata.
La nuova rottamazione delle cartelle
Altro nodo politico è la cosiddetta “rottamazione quater”, voluta dalla Lega. Giorgetti ha ricordato come in Italia esistano oltre 20 milioni di contribuenti con cartelle esattoriali scadute, spesso di difficile riscossione.
La proposta in discussione è quella di una maxi-rateizzazione: fino a 120 rate in dieci anni, tutte uguali e senza interessi. Sarebbe la quinta operazione di questo tipo e costerebbe tra i 2 e i 3 miliardi allo Stato. Una rottamazione più “morbida” delle precedenti, che consentirebbe di saltare fino a 8 rate senza perdere i benefici, evitando così il rischio di maxi-rate iniziali che in passato hanno fatto fallire molti piani di pagamento.
Nonostante le resistenze, Giorgetti ha parlato di necessità di «chiudere il passato», alleggerendo sia i contribuenti sia lo “zavorrante magazzino fiscale” che lo Stato difficilmente riuscirà mai a incassare integralmente.
Flat tax estesa ai lavoratori dipendenti?
Il ministro ha aperto anche a una prospettiva più di lungo periodo: l’estensione della flat tax a qualche forma di retribuzione dei lavoratori dipendenti. Un progetto che, per ora, resta solo sul tavolo delle ipotesi.
«È un percorso che richiede prima di tutto la bonifica del bilancio pubblico», ha dichiarato Giorgetti, sottolineando che l’obiettivo resta quello di una progressiva semplificazione del sistema tributario. Ma la prudenza è d’obbligo: l’Italia si trova a dover gestire un debito pubblico superiore al 137% del Pil, mentre i mercati restano sensibili ai segnali di allentamento fiscale.
Un equilibrio difficile
Il messaggio del ministro è chiaro: le promesse elettorali devono fare i conti con una realtà fatta di tensioni internazionali, rallentamento economico e margini di spesa ridotti. L’idea di rilanciare i consumi e alleggerire il peso fiscale sul ceto medio resta, ma la tempistica rischia di slittare.
Il governo dovrà scegliere se concentrare le risorse disponibili su misure simboliche come la rottamazione, o puntare a riforme strutturali sull’Irpef. In entrambi i casi, la manovra 2026 si preannuncia come una prova di equilibrio politico e finanziario, con Giorgetti nel difficile ruolo di custode dei conti.








