Oro italiano a rischio con Trump? Il 43% delle riserve è ancora negli USA

Oro italiano a rischio con Trump? Il 43% delle riserve è ancora negli USA

Oro italiano a rischio con Trump? Il 43% delle riserve è ancora negli USA

Oro italiano a stelle e strisce

Nel cuore di Manhattan, nei sotterranei della Federal Reserve Bank di New York, e nei bunker blindati di Fort Knox, nel Kentucky, giace una parte consistente della ricchezza italiana. Sono 1.061 tonnellate d’oro, pari al 43% delle riserve auree della Banca d’Italia, che oggi valgono circa 98 miliardi di euro. E non siamo gli unici: anche la Germania conserva negli USA una parte rilevante delle sue riserve (il 37%).

Ma la domanda – legittima – che inizia a circolare con più insistenza è: perché tutto quest’oro si trova ancora lì? E, soprattutto, ha ancora senso lasciarlo negli Stati Uniti?

La collocazione dell’oro italiano all’estero ha radici storiche. Risale all’epoca del sistema di Bretton Woods, quando il dollaro era convertibile in oro e rappresentava la valuta dominante del commercio globale. In quegli anni, l’Italia scelse di stoccare una parte delle riserve direttamente dove avvenivano gli scambi internazionali, in particolare a New York, una delle due piazze mondiali dell’oro insieme a Londra. A ciò si aggiungeva la motivazione geopolitica: durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti erano ritenuti l’alleato più solido e sicuro contro il blocco sovietico.

Quell’asset allocation però è rimasta invariata anche dopo la fine del gold standard, dopo il 1971, quando il presidente Nixon interruppe la convertibilità del dollaro in oro. E oggi, nel 2025, il contesto è ben diverso.


Trump, la Fed e il ritorno del rischio geopolitico

L’ascesa (o il ritorno) di Donald Trump alla Casa Bianca ha riacceso le preoccupazioni su un tema finora considerato tecnico e secondario. Le sue posizioni ostili verso l’Unione Europea, il rapporto burrascoso con la Federal Reserve – più volte minacciata di epurazione – e la promozione di teorie complottiste (tra cui quella secondo cui l’oro di Fort Knox non ci sarebbe più) hanno minato, almeno in parte, la fiducia nella stabilità del sistema americano.

Anche figure chiave come Elon Musk hanno alimentato incertezze sul contenuto reale delle riserve USA, mentre il Tesoro americano è stato costretto a smentire pubblicamente ogni insinuazione, ribadendo che controlli indipendenti confermano la presenza di tutto l’oro depositato.

Non ci sono prove concrete di un rischio imminente. Tuttavia, in finanza – e ancor più in politica monetaria – la percezione conta quasi quanto la realtà. È per questo che diverse banche centrali nel mondo stanno rivedendo la strategia sulla localizzazione delle riserve auree. Secondo un recente sondaggio del World Gold Council, molte autorità monetarie ritengono ormai prioritario avere un maggiore accesso diretto e sicuro al proprio oro.


Rischi, costi e segnali: conviene davvero rimpatriare?

Spostare fisicamente 1.061 tonnellate d’oro non è uno scherzo. Basti pensare che quando nel 2013 la Bundesbank decise di riportare a Francoforte 700 tonnellate da Parigi e New York, l’operazione costò circa 7 milioni di euro e durò quattro anni. Trasporto, sicurezza, assicurazione: il rimpatrio è logisticamente complesso e costoso.

Inoltre, l’oro a New York non è solo al sicuro, ma anche vicino al principale mercato di scambio internazionale. Questo permette di utilizzare i lingotti come garanzia nelle operazioni in dollari o in momenti di crisi senza doverli spostare fisicamente. In caso di emergenza sui mercati, la rapidità di intervento è essenziale, e la Banca d’Italia potrebbe tecnicamente agire direttamente con riserve già nel sistema americano.

C’è poi un altro fattore delicato: il segnale politico. Avviare un piano di rimpatrio dell’oro oggi, con un’amministrazione Trump in arrivo, potrebbe essere letto come un atto di sfiducia verso gli Stati Uniti. Un gesto che l’Italia – alle prese con una delicata trattativa commerciale e diplomatica con Washington – potrebbe preferire evitare. Non a caso, il sottosegretario Fazzolari, tra i più convinti promotori della linea del rimpatrio negli anni scorsi, ha recentemente dichiarato che “non è il momento di gettare benzina sul fuoco”.


Sicurezza strategica o status quo?

La verità è che non esiste una risposta univoca e definitiva, ma un bilanciamento di fattori economici, logistici, storici e geopolitici.

Chi è favorevole al rimpatrio sottolinea che in tempi instabili come questi è preferibile avere accesso immediato e certo alle riserve strategiche. Non tanto per usarle, quanto per la garanzia implicita che rappresentano. D’altronde, in caso di crisi grave, un accesso fisico rallentato o bloccato da frizioni politiche potrebbe avere conseguenze sistemiche.

Chi invece invita alla prudenza, ricorda che l’oro italiano è formalmente di proprietà della Banca d’Italia, anche se si trova a New York, e che non c’è alcun rischio concreto documentato sulla sua accessibilità o integrità. Inoltre, le riserve non servono solo a essere accumulate, ma anche a essere utilizzate nei mercati: e lì, appunto, è dove sono.


Conclusione: serve un dibattito serio, non ideologico

L’Italia è oggi la terza banca centrale al mondo per quantità di oro fisico detenuto (dopo Stati Uniti e Germania), con 2.452 tonnellate complessive. Questo è un vantaggio competitivo, non solo simbolico, in un mondo che rivaluta sempre più i beni rifugio.

La questione non è se fidarsi o meno degli Stati Uniti, ma quale strategia adottare per garantire la massima resilienza del nostro sistema monetario, anche in uno scenario di crisi globale.

Il tema meriterebbe un dibattito trasparente, pubblico e non ideologico. Non si tratta di nazionalismo economico, ma di risk management su scala sovrana.

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