Crik Crok a rischio chiusura: dipendenti senza stipendio, si teme l’epilogo per un marchio storico

Crik Crok a rischio chiusura: dipendenti senza stipendio, si teme l’epilogo per un marchio storico

Crik Crok a rischio chiusura: dipendenti senza stipendio, si teme l’epilogo per un marchio storico

Una crisi che non si arresta

Lo stabilimento di Crik Crok a Pomezia, fondato nel 1949, oggi è avvolto da un silenzio assordante. Le macchine sono spente, le linee produttive ferme, i corridoi vuoti. Da mesi i lavoratori non ricevono lo stipendio, né hanno accesso a cassa integrazione o forme di integrazione salariale. Sono oltre 90 le famiglie coinvolte, che vivono un’incertezza insostenibile.

La proprietà ha depositato presso il Tribunale di Velletri un nuovo concordato preventivo, il secondo nel giro di dieci anni, nel tentativo di evitare il fallimento. Ma la situazione appare grave e, secondo fonti sindacali, la fiducia nei confronti della proprietà è ormai logorata.


L’allarme dei sindacati

Le organizzazioni sindacali Fai-Cisl, Flai-Cgil e Uila-Uil hanno denunciato pubblicamente una situazione definita “non più tollerabile”. I lavoratori non solo non ricevono il salario da mesi, ma si trovano anche senza alcuna forma di tutela economica. L’INPS non ha ancora attivato gli strumenti di sostegno previsti in questi casi, e l’azienda non ha presentato un piano credibile di rilancio industriale.

La richiesta dei sindacati è chiara: servono risposte concrete, immediate e credibili. Un semplice ricorso al tribunale, senza un’idea precisa su come salvare l’attività e garantire i salari, non basta. In ballo non c’è solo il futuro di un’azienda, ma anche la sopravvivenza economica di decine di famiglie.


Il declino di un brand italiano

Crik Crok è un marchio storico dell’alimentare italiano. Nato nel secondo dopoguerra per volontà di Carlo Finestauri, lo stabilimento di Pomezia ha accompagnato intere generazioni con le sue iconiche confezioni rosse. Dopo un passaggio sotto la britannica United Biscuits negli anni Ottanta, l’azienda è tornata a gestione familiare nel 1996. Tuttavia, il nuovo millennio ha segnato l’inizio di una parabola discendente.

Nel 2015 era già stato presentato un primo concordato preventivo, con il tentativo di ripartire attraverso la creazione di Ica Foods International. Nel 2019 l’azienda è passata sotto il controllo della famiglia Ossani, che ha cercato di rilanciarla attraverso nuovi prodotti e un restyling del brand. Nel 2023, il gruppo Ligea è entrato nel capitale, ma nonostante l’attenzione mediatica – con tanto di visita del Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida – il rilancio è rimasto sulla carta. Nessun piano industriale solido ha preso forma, e la produzione è andata progressivamente calando.

Nel 2024 la crisi si è acuita. L’aumento dei costi energetici e delle materie prime, unito alla crescente concorrenza delle multinazionali e alla riduzione della presenza nella grande distribuzione, ha eroso i margini. Il risultato è un’impasse totale: stabilimento semi-deserto, lavoratori senza salario, e un brand che rischia l’oblio.


Quali prospettive?

La decisione del Tribunale di Velletri sul concordato sarà determinante. Ma senza investimenti seri e un intervento pubblico tempestivo, le probabilità di una vera ripartenza appaiono ridotte. L’azienda avrebbe bisogno non solo di un’iniezione di capitale, ma anche di un nuovo management capace di sfruttare il potenziale del marchio, magari rilanciandolo sui mercati esteri o posizionandolo su segmenti più innovativi.

Nel frattempo, la Regione Lazio e il Ministero del Lavoro non possono restare alla finestra. Serve un tavolo di crisi, un’azione coordinata che coinvolga istituzioni, azienda e sindacati, per trovare una via d’uscita e garantire almeno l’accesso agli ammortizzatori sociali.


Un simbolo a rischio

La possibile scomparsa di Crik Crok non sarebbe solo una perdita economica, ma anche culturale. Si tratta di un brand che ha fatto parte dell’infanzia di milioni di italiani, simbolo di un’Italia industriale che oggi appare sempre più fragile. Se non si interviene subito, il rischio è che si spenga una voce storica del made in Italy alimentare, lasciando solo il ricordo di uno snack e l’amarezza per un’occasione mancata.

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