Perché la prima serata TV inizia sempre più tardi: la strategia di Rai e Mediaset spiegata

Negli ultimi anni guardare la televisione in Italia è diventato un esercizio di pazienza. Quella che per decenni è stata la “prima serata” — storicamente collocata tra le 21:10 e le 21:30 — oggi spesso comincia ben oltre le 21:40, arrivando talvolta a ridosso delle 22. E la conseguenza è evidente: programmi che finiscono dopo mezzanotte, quando una parte consistente del pubblico ha già spento la TV.

Eppure non è sempre stato così. Fino alla fine degli anni Ottanta, la prima serata coincideva con un appuntamento molto più compatto e prevedibile: un film per tutta la famiglia o uno spettacolo di varietà che iniziava attorno alle 20:30, subito dopo il telegiornale, e si concludeva verso le 22:30. L’equilibrio cominciò a cambiare con l’introduzione di nuovi format, tra cui Striscia la notizia, che diedero vita alla cosiddetta “primissima serata”, oggi nota come access prime time. Da quel momento, la prima serata ha iniziato a slittare progressivamente in avanti.

Il processo si è consolidato nel tempo, con Rai e Mediaset che si sono progressivamente adattate a questo nuovo equilibrio competitivo. Nella stagione televisiva 2025-2026, la prima serata sulle reti ammiraglie come Rai 1 e Canale 5 inizia ormai stabilmente tra le 21:45 e le 21:55, mentre sulle altre reti si colloca tra le 21:20 e le 21:30.

Non si tratta quindi di un errore di palinsesto o di una semplice deriva organizzativa. È, al contrario, una scelta precisa e razionale da parte delle principali emittenti italiane. Una scelta che riflette un cambiamento profondo nell’economia dell’attenzione e nei modelli di consumo dei contenuti.

Il dibattito è stato recentemente riacceso dal produttore televisivo Carlo Degli Esposti, che ha lanciato un appello pubblico per anticipare l’inizio della prima serata, denunciando l’impatto negativo di questi ritardi sul pubblico e sulla qualità dei contenuti. Ma dietro la questione degli orari si nasconde qualcosa di più interessante: una trasformazione strutturale del mercato televisivo.

L’access prime time è diventato il vero business

Per capire cosa sta succedendo bisogna partire da un dato: oggi la fascia più redditizia della televisione non è più la prima serata, ma quella immediatamente precedente, il cosiddetto access prime time. È qui che si gioca la partita più importante in termini di audience e ricavi pubblicitari.

Programmi come Affari tuoi e La ruota della fortuna raccolgono regolarmente oltre 5 milioni di spettatori, numeri spesso superiori a quelli dei programmi che seguono. Questo dato è cruciale: in un mercato pubblicitario che remunera l’attenzione, è naturale che le emittenti cerchino di massimizzare il tempo trascorso in quella fascia.

Il risultato è un progressivo allungamento di questi programmi. Se nei primi anni 2010 duravano circa 40 minuti, oggi arrivano tranquillamente a un’ora — e spesso sforano. È una strategia difensiva e offensiva allo stesso tempo: da un lato si trattiene il pubblico, dall’altro si sottrae spazio alla concorrenza.

Secondo analisi di settore come quelle di Studio Frasi, questa dinamica è iniziata oltre quindici anni fa, ma si è intensificata recentemente. La competizione tra le reti ha portato a una sorta di “guerra dei minuti”: ogni emittente allunga i propri programmi per evitare che lo spettatore cambi canale nei momenti di transizione.

Dal punto di vista economico, la logica è impeccabile. Più tempo in access prime time significa più pubblicità venduta a prezzi elevati, grazie a uno share più stabile e prevedibile rispetto alla prima serata, dove la concorrenza dello streaming è molto più forte.

Streaming e nuove abitudini: il declino della prima serata

Se l’access prime time cresce, la prima serata perde centralità. Il motivo principale è la concorrenza delle piattaforme digitali come Netflix, Amazon Prime Video e i servizi gratuiti delle stesse emittenti, come RaiPlay e Mediaset Infinity.

Queste piattaforme hanno cambiato radicalmente il modo in cui consumiamo contenuti. La logica lineare — “mi siedo sul divano alle 21:30 e guardo quello che c’è” — è stata sostituita da una logica on demand, in cui lo spettatore sceglie cosa vedere e quando.

Questo ha due effetti rilevanti. Primo, la prima serata perde il suo ruolo di appuntamento collettivo. Secondo, diventa molto più difficile per le emittenti generaliste competere con un’offerta praticamente infinita di contenuti disponibili in qualsiasi momento.

In questo contesto, la TV tradizionale si sta adattando. Sempre più spesso viene utilizzata come “compagnia di sottofondo” durante attività quotidiane come cucinare o cenare. Ed è proprio in questo scenario che i quiz dell’access prime time risultano perfetti: leggeri, ripetitivi, facilmente fruibili anche senza un’attenzione costante.

Come ha osservato il critico televisivo Davide Maggio, il punto non è che la prima serata inizi tardi, ma che “l’access è diventato il nuovo prime time”. Una definizione che sintetizza bene il cambiamento in atto.

Effetti collaterali: qualità, lavoro e informazione

Questa trasformazione non è priva di conseguenze. Una delle più discusse riguarda la qualità dei contenuti. Secondo Degli Esposti, l’allungamento dell’access prime time e il conseguente ritardo della prima serata spingono gli autori a semplificare le narrazioni, per adattarle a un pubblico più stanco e meno concentrato.

Ma c’è anche un impatto sull’intero ecosistema televisivo. Negli anni passati, l’allungamento dei programmi serali ha progressivamente eroso lo spazio della cosiddetta “seconda serata”, tradizionalmente dedicata a programmi di approfondimento, documentari e satira.

Oggi molti di questi contenuti sono stati ridimensionati o cancellati, soprattutto quando non raggiungono determinate soglie di share. In un sistema sempre più guidato dai dati di ascolto e dalla pubblicità, è inevitabile che i contenuti meno redditizi vengano penalizzati. Ma questo solleva una domanda più ampia: quale ruolo dovrebbe avere la televisione generalista in un’epoca dominata dalle piattaforme digitali?

Un equilibrio ancora da trovare

Il ritardo della prima serata non è quindi un’anomalia temporanea, ma il sintomo di un cambiamento più profondo. Le emittenti stanno ottimizzando i palinsesti in base a incentivi economici chiari, in un contesto competitivo sempre più complesso.

Dal punto di vista del mercato, la strategia è razionale: si investe dove il ritorno è maggiore, cioè nell’access prime time. Ma dal punto di vista del pubblico, il risultato è meno soddisfacente, con orari sempre più incompatibili con i ritmi quotidiani.

Come spesso accade, il mercato trova un equilibrio — ma non necessariamente quello ottimale per tutti. Se la pressione competitiva continuerà a crescere, è probabile che i palinsesti restino orientati in questa direzione. Un eventuale cambiamento potrebbe arrivare solo da una modifica delle abitudini degli spettatori o da un intervento più deciso delle stesse emittenti pubbliche.

Nel frattempo, la “prima serata” continuerà a spostarsi sempre più avanti. E forse, più che salvare il sonno degli italiani, la vera sfida sarà ridefinire cosa significhi davvero fare televisione nell’era dello streaming.

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