Quanto guadagnano i tassisti nelle grandi città italiane?

Guardando i dati ufficiali, potrebbe sembrare che i tassisti italiani riescano a guadagnare quasi 18.000 euro lordi l’anno. Ma chi non è sul campo ignora cosa resta in tasca dopo aver sottratto carburante, assicurazione, manutenzione e – soprattutto – le tasse non sempre dichiarate fino in fondo. Quel “reddito medio” nasconde un’equazione tristemente ingannatrice: entrate lorde meno una valanga di spese e un probabile “nero” che tiene pulite le cifre ufficiali.

2. Spese da capogiro: dal carburante al bollo

Mettiamo da parte per un attimo il tema fiscale e consideriamo i costi indispensabili per restare in strada ogni giorno:

  • Carburante: con i prezzi medi in Italia, un tassista percorre migliaia di chilometri al mese, spendendo facilmente 600–800 euro solo per benzina o gasolio.
  • Assicurazione: la polizza professionale costa fino al doppio di un’auto privata, spesso superando i 2.000 euro annui.
  • Manutenzione e bollo: tagliandi, gomme, riparazioni inaspettate e tasse automobilistiche possono incidere per altri 1.500–2.000 euro l’anno.

Se togliamo almeno 5.000 euro di spese fisse da un lordo di 18.000, il reddito netto scende già sotto i 13.000 euro. E attenzione: non abbiamo ancora parlato delle licenze.

3. Licenze da 300.000 euro: un investimento illogico

Il vero mistero è il prezzo delle licenze tassistiche, arrivate a costare fino a 300.000 euro nelle grandi città come Milano e Roma. Un costo che, ammortizzato sui tanti anni di attività, richiederebbe guadagni enormi. E invece, con i ricavi al netto delle spese che si avvicinano pericolosamente alla soglia della povertà, ci si chiede come sia possibile che un tassista riesca davvero a onorare un investimento simile…

Con un guadagno netto stimato intorno ai 12.000–13.000 euro l’anno (poco più di 1.000 euro al mese), ammortizzare una licenza da 300.000 richiederebbe decenni, senza considerare interessi o svalutazioni. Forse è qui che entrano in gioco i “pasti esclusi” dalle dichiarazioni.

4. Tasse elusive e un sistema al limite

Il paradosso diventa ancora più crudo se si pensa al sistema fiscale. L’obbligo del POS, introdotto nel 2024, avrebbe dovuto garantire trasparenza e tracciabilità: invece, tra commissioni bancarie e resistenze all’uso, le ricevute cartacee continuano a fare il bello e il cattivo tempo. Molti tassisti preferiscono il contante, che permette di non far emergere intere fasce di guadagni, riducendo l’imponibile.

Ne esce un quadro in cui, tra spese ineludibili e ricavi sottodichiarati, il reddito effettivo dei tassisti somiglia più a una comparsata in bilico tra soglia di povertà e evasione sistematica. La retorica del “reddito medio” appare così una scorciatoia per nascondere un’economia sommersa che nessuno ha davvero il coraggio di affrontare.

5. I redditi medi per città: la foto impietosa del 2023

Secondo i dati del Dipartimento delle Finanze del MEF elaborati da Il Sole 24 Ore, i redditi medi annui lordi per i tassisti nelle sette grandi città italiane nel 2023 sono:

  • Firenze: 24.160 € (+17% vs 2022)
  • Milano: 22.551 € (+15,2%)
  • Bologna: 18.899 € (+12,1%)
  • Roma: 15.726 € (+23,5%)
  • Torino: 13.349 € (+12,7%)
  • Napoli: 12.791 € (+25,4%)
  • Palermo: 10.730 € (+17,8%)

Con questi numeri, anche prima delle spese obbligatorie, risulta impossibile giustificare licenze da centinaia di migliaia di euro o maintenance costs così elevati.

6. Cosa resta tra le tasche? Un lavoro quasi gratis

Facciamo un rapido calcolo finale:

  1. Reddito lordo medio: 18.000 euro
  2. Spese minime obbligatorie: –5.000 euro
  3. Ammortamento licenza (stimato): –10.000 euro annui
  4. Tasse ufficiali pagate (ridotte dal contante): –1.500 euro

Risultato: circa 1.500 euro netti annui, meno di 150 euro al mese. A fronte di questo, come fanno i tassisti a restare in piedi? La risposta, senza giri di parole, è che buona parte dei loro incassi non transita per il fisco ufficiale.

7. Conclusioni amare: serve trasparenza o la categoria imploderà

Il successo di un settore soggetto a costi di ingresso e di esercizio altissimi, può reggersi solo su due pilastri: un gigantesco sommerso o qualche forma di sostegno pubblico. Senza un controllo fiscale serio, l’obbligo del POS resterà una misura vuota.

L’arrivo di Uber in Italia sarebbe una benedizione: finalmente una vera concorrenza, trasparenza nei pagamenti e un’alternativa moderna che potrebbe costringere il settore taxi a riformarsi e a offrire un servizio migliore, a tariffe più eque e con standard più alti di qualità e tracciabilità.

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