Colpo di scena nella politica commerciale americana. Il presidente Donald Trump ha annunciato una sospensione di 90 giorni sui dazi reciproci con gran parte dei Paesi, mantenendo però una linea durissima contro la Cina: le tariffe su Pechino saliranno al 125%. Ma cosa ha realmente spinto la Casa Bianca a fare retromarcia, almeno temporaneamente?
Il mercato ha parlato, Trump ha ascoltato
A sorprendere è stata la sincerità con cui Trump ha motivato la sua decisione: “Ho osservato il mercato obbligazionario, è molto complicato”, ha detto, ammettendo che i dazi aggiuntivi “sembravano spaventosi”.
Secondo il presidente, era il momento di mostrare flessibilità. Così, dazi ridotti al 10% per tutti, tranne la Cina.
Il segnale d’allarme: crollano i Treasury
Il vero campanello d’allarme però non è arrivato dalla Borsa, ma dal mercato dei titoli di Stato americani. Il sell-off dei Treasury, con i rendimenti volati al 5%, ha fatto scattare l’allerta.
Un esodo dagli asset USA come non si vedeva dal 2020 ha travolto bond e dollaro, con l’euro a un passo da quota 1,11.
Citigroup è stata netta: il debito americano, almeno per ora, ha perso la sua aura da “bene rifugio”.
Il timore di una fuga globale dai titoli USA
Ex segretari del Tesoro come Larry Summers hanno parlato di “situazione anomala”, con il rischio di innescare “spirali pericolose” nel mercato globale. Il messaggio era chiaro: o si corregge la rotta, o si va incontro a una perdita di fiducia sistemica verso il debito USA.
Pressioni forti sulla Casa Bianca
Il dietrofront di Trump arriva in un contesto di pressioni crescenti da parte di investitori, economisti e persino dei suoi stessi sostenitori.
Se le turbolenze azionarie erano state minimizzate, la perdita di credibilità del mercato dei Treasury ha spaventato davvero la Casa Bianca.
Il rischio più temuto? Una recessione profonda e la perdita dello status di “porto sicuro” per dollaro e bond USA.
Wall Street ringrazia: +5.500 miliardi in un giorno
L’effetto sui mercati è stato immediato. Dopo l’annuncio, gli indici USA hanno guadagnato 5.500 miliardi di dollari in capitalizzazione. Una risposta euforica che rifletteva il sollievo degli investitori: la guerra commerciale totale, almeno per ora, è stata evitata.
L’ombra lunga della Cina
La Cina, secondo detentore mondiale di Treasury dopo il Giappone, resta il nodo principale. La paura è che possa decidere di vendere titoli americani per ritorsione o per necessità. Per ora la minaccia è latente, ma la tensione resta.
La sospensione di Trump non coinvolge Pechino, e il rischio che la Cina reagisca colpendo proprio il debito USA non è svanito.
90 giorni di tregua, ma anche di incertezza
Alcuni osservatori avvertono che la sospensione è solo una pausa. Nei prossimi tre mesi si riapriranno le trattative, ma non c’è alcuna garanzia che si arrivi a un accordo stabile.
Per ora, Trump ha guadagnato tempo e attenuato la pressione. Ma i mercati sanno che il conto, alla fine, potrebbe comunque arrivare.








