La frase “Whatever it takes” pronunciata da Mario Draghi nel 2012 è diventata un simbolo del suo impegno per la stabilità economica europea, recentemente ripresa dopo la sua accettazione dell’incarico di formare un nuovo governo. Questa dichiarazione, fatta il 26 luglio 2012 durante un forum di investitori a Londra, avvenne nel pieno della crisi economica che stava travolgendo l’Europa. All’epoca, Draghi, da meno di un anno presidente della BCE, assicurò che l’istituzione avrebbe fatto “tutto il necessario” per salvare l’euro, una promessa che rassicurò i mercati finanziari:
“All’interno del nostro mandato, la BCE è pronta a fare tutto quel che è necessario per preservare l’euro. E credetemi, sarà abbastanza.”
Queste parole non solo definirono la sua presidenza, ma segnarono l’intera politica economica europea negli anni successivi. Secondo gli esperti, Draghi riuscì a frenare la speculazione sui debiti sovrani che minacciava di far fallire diversi paesi dell’eurozona e di compromettere l’unione monetaria. Christine Lagarde, attuale presidente della BCE, ha definito questo discorso “le parole più potenti nella storia delle banche centrali”. Grazie al “whatever it takes” e alle misure che seguirono, Draghi è oggi considerato il salvatore dell’euro.
Per comprendere la rilevanza di questo discorso, è necessario ricordare il contesto di crisi in cui fu pronunciato.
Il contesto della crisi economica
Tutto ebbe inizio nell’estate del 2011, quando lo spread tra i titoli di stato italiani (BTP) e quelli tedeschi (Bund) superò i 300 punti base. Lo spread misura la differenza di rendimento tra i titoli di stato di due paesi; un aumento indica la percezione di maggiore rischio associato al debito pubblico del paese con rendimenti più alti. Dopo la crisi globale del 2008-2009, alcune economie europee entrarono in recessione, suscitando timori tra gli investitori sulla loro capacità di ripagare i debiti. La Grecia fu il primo paese a mostrare segni di crisi nel 2010, seguita da Italia, Spagna, Irlanda e Portogallo l’anno successivo. Nell’estate del 2011, la preoccupazione per una possibile rottura dell’eurozona si diffuse tra gli operatori di mercato. In Italia, lo spread raggiunse i 574 punti base a novembre, portando alle dimissioni di Silvio Berlusconi e alla nomina di Mario Monti, considerato una figura capace di rassicurare i mercati.
Tuttavia, la situazione rimase instabile. Nel luglio 2012, il peggioramento della situazione economica spagnola ebbe ripercussioni su altri paesi periferici, facendo risalire lo spread italiano sopra i 500 punti base. A questo punto, sembrava inevitabile un intervento deciso per evitare il default di paesi come Italia e Spagna.
Il discorso del 26 luglio 2012
Il 26 luglio 2012, Draghi pronunciò il celebre “whatever it takes”, un messaggio chiaro e deciso che indicava la disponibilità della BCE a usare tutte le risorse necessarie per difendere l’euro. Questo discorso segnò una svolta nella gestione della crisi, segnalando ai mercati che scommettere contro l’euro significava scommettere contro la BCE stessa, una battaglia persa in partenza.
Questo intervento pose fine all’incertezza che aveva caratterizzato la risposta dell’UE alla crisi del debito sovrano. Mentre le banche centrali di altri paesi avevano già iniziato a comprare titoli di stato e a immettere liquidità nell’economia, la BCE era stata fino a quel momento riluttante, anche a causa delle resistenze interne da parte di paesi come la Germania, preoccupati per l’inflazione e per l’uso delle risorse comuni per sostenere paesi con finanze poco disciplinate.
Le conseguenze del “whatever it takes”
Dopo il discorso di Draghi, i mercati invertirono rapidamente la tendenza negativa. Nei mesi e anni successivi, Draghi mantenne la sua promessa, presentando un piano di acquisto illimitato di titoli di stato dei paesi in difficoltà e, nel gennaio 2015, annunciando un piano di “Quantitative Easing” da 1.100 miliardi di euro. Queste misure contribuirono a stabilizzare i mercati finanziari europei e a porre fine alla crisi del debito sovrano, consolidando la reputazione di Draghi come uno dei più influenti leader economici della sua generazione.








