L’Italia ha una lunga storia di problemi legati al debito pubblico, il quale ha attraversato diverse fasi di crescita e riduzione nel corso del tempo. Il debito pubblico viene comunemente valutato in relazione ad altri fattori, tra cui le dimensioni del PIL. È importante ricordare che il debito in sé non è negativo, ma diventa tale quando non è sostenibile, ovvero quando il debitore non è in grado di onorare i suoi impegni finanziari. Nel caso di uno stato, ciò significa essere in grado di pagare gli interessi e restituire il capitale al momento della scadenza dei titoli di stato. È un errore comune pensare che uno stato debba necessariamente essere “capace di ripagare” il proprio debito. In realtà, è sufficiente che ci siano altri investitori disposti a fornire nuovi capitali, i quali in parte possono essere utilizzati per rimborsare i titoli in scadenza. Pertanto, mantenere la fiducia dei mercati risulta essere di fondamentale importanza.
Dalla creazione del debito unificato degli stati pre-unitari nel 1861, si sono verificati cinque principali periodi di accumulo del debito pubblico:
- Dopo l’unificazione
- La prima guerra mondiale
- La seconda guerra mondiale
- Tra gli anni Settanta e Novanta
- Dal 2008 al Covid
L’Unità d’Italia
Al momento dell’Unificazione d’Italia, i debiti degli Stati costituenti vennero consolidati, attestandosi intorno al 37,6% del Pil. A causa delle dispendiose campagne militari, in particolare della guerra austro-prussiana del 1866, e della costruzione di infrastrutture pubbliche, il debito triplicò nel corso dei successivi 10 anni. A causa della crisi economica di fine Ottocento, questo raggiunse il 126% nel 1894. Solo con la tumultuosa crescita economica del periodo giolittiano tornò a scendere a quota 70%, nonostante le spese legate alla guerra di Libia.
La Prima Guerra Mondiale
L’Italia uscì dalla prima guerra mondiale con un elevato debito pubblico. Il rapporto debito-PIL aumentò dal 74% nel 1913 al 98% nel 1917, per poi raggiungere il picco storico del 159% nel 1920 durante il periodo del “biennio rosso” del 1919-1920. Tra il 1925 e il 1927, gran parte del debito pubblico, in gran parte costituito da debito estero, venne condonato grazie all’azione del ministro delle finanze Giuseppe Volpi. Alla fine del 1925, il governo degli Stati Uniti concesse all’Italia un prestito noto come Prestito Morgan, con l’obiettivo di sostenere la lira e acquisire parte del debito pubblico italiano. Nel gennaio del 1926, l’Italia siglò un accordo simile con il Regno Unito, cedendo la propria quota di riparazioni tedesche. Grazie a questo accordo, l’Italia riuscì a ripagare parte dei debiti esteri, rinunciando al flusso costante di riparazioni di guerra tedesche.
La situazione economica e debitoria italiana subì un repentino cambiamento nel 1935, in seguito alla decisione del governo di avviare una campagna di guerra in Africa. Venne introdotta un’importante tassazione sui soggetti privati, sia attraverso un’imposta patrimoniale che con iniziative come l’Oro alla Patria. Tale imposizione riguardò anche alcuni settori produttivi, con la tassa IGE che colpì diverse fasi della produzione. A partire dal 1936, il debito pubblico aumentò costantemente, raggiungendo il picco nel 1943.
La Seconda Guerra Mondiale
Negli ultimi due anni del conflitto e nell’immediato secondo dopoguerra, un tasso d’inflazione spaventoso ha eroso il debito, riducendo il rapporto con il Pil al 40% entro il 1946. Il periodo immediatamente successivo alla guerra, fino agli anni sessanta, è stato caratterizzato da un significativo sviluppo economico sostenuto da diversi fattori, tra cui l’ampio volume di esportazioni. L’intero arco temporale dal 1945 al 1975 è stato contrassegnato da un’andatura economica estremamente positiva, tanto che alcuni storici si riferiscono a questi anni come “i trenta gloriosi” o “il miracolo italiano”.
Tra gli anni Settanta e Novanta
Il periodo tra la fine degli anni sessanta e i primi anni ottanta ha visto una diminuzione del ritmo di crescita economica e crisi legate alla produzione di petrolio. Durante il trentennio 1960-1990, la spesa pubblica è aumentata gradualmente, passando dal 29% al 53,5% del PIL. Ciò è avvenuto a seguito dell’istituzione di un sistema di welfare state e dell’adozione di politiche economiche orientate alla crescita tramite un aumento della spesa pubblica. Questo ha comportato un raddoppiamento della spesa pubblica per le prestazioni sociali rispetto al PIL. Nonostante l’aumento del debito pubblico, la pressione fiscale non è aumentata proporzionalmente. L’Italia ha affrontato una situazione politica e economica instabile dagli anni settanta, culminata con crisi valutarie e scandali politici negli anni novanta.
La conseguenza di tale asimmetria tra entrate e uscite nel bilancio dello Stato fu un elevato deficit pubblico. Quest’ultimo aumentò costantemente, passando da una media inferiore al 2% negli anni Sessanta a una media del 5% e del 9% rispettivamente nella prima e nella seconda metà del decennio successivo, per stabilizzarsi intorno al 10-11% negli anni Ottanta. Ciò portò ad un costante incremento del debito pubblico.
Nel 1994, l’indebitamento pubblico dell’Italia ha raggiunto il 121,8% del PIL. In confronto, la Francia, la Germania e il Regno Unito presentavano un livello compreso tra il 40 ed il 50%. A questo punto, l’Italia doveva ridurre il proprio debito, specialmente se intendeva aderire all’Unione Monetaria Europea. Il Trattato di Maastricht stabiliva che il rapporto deficit/PIL dovesse essere inferiore al 3% e il rapporto debito/PIL inferiore al 60%. In caso di mancato rispetto di tali parametri, l’Italia avrebbe dovuto dimostrare di avvicinarsi ad essi il più velocemente possibile. Quindi, a partire dal 1992, la politica economica italiana si è concentrata sulla riduzione del disavanzo del bilancio pubblico e sul conseguente abbassamento del debito nazionale.
I governi italiani degli anni novanta hanno cercato di ridurre la spesa e aumentare le entrate con un piano ambizioso di privatizzazioni. Dal 1991 al 2008 l’Italia ha avuto un avanzo di bilancio, escludendo gli interessi. Il disavanzo complessivo, compresi gli interessi, è sceso al 0,6% del PIL nel 2000, rispetto a valori superiori al 10% negli anni ottanta e novanta. L’Italia è stata ammessa all’Unione economica e monetaria dell’Unione europea (UEM) nel maggio 1998. Nel frattempo, il debito pubblico è sceso costantemente fino al 99,7% del PIL nel 2007, dai massimi del 1994 (121,8%).
Dal 2008 al Covid
La crisi finanziaria globale del 2007-2008 ha avuto un forte impatto negativo sulle finanze pubbliche di molti paesi, inclusa l’Italia. Il debito pubblico italiano è aumentato notevolmente, passando dal 100% del PIL nel 2007 al 135,1% nel 2014, diventando il secondo più alto nell’Unione Europea dopo quello della Grecia. Questo aumento del debito è stato causato da diversi fattori, come la diminuzione significativa del PIL reale (-5,3% nel 2009), il peggioramento del bilancio pubblico (passato da un surplus del 1,4% nel 2007 a un deficit del 4,9% nel 2010), le iniziative per sostenere l’economia e il sistema bancario (come prestiti bilaterali e contributi ai fondi europei di salvataggio) e l’effetto “snowball” derivante dalla differenza tra il tasso di interesse e il tasso di crescita.
L’andamento negativo è peggiorato a causa della pandemia di Covid-19, che ha reso la situazione del debito sovrano europeo ancora peggiore. Molti Stati hanno dovuto spendere di più per sostenere l’economia e il sistema sanitario, portando il rapporto tra il debito pubblico e il PIL a livelli mai visti prima. L’Unione Europea ha preso varie misure di solidarietà e sostegno, come il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), il Fondo di risoluzione unico (FRU), il programma SURE e il piano Next Generation EU. Questi strumenti sono stati creati per fornire aiuto finanziario ai paesi con problemi economici, con condizioni più convenienti e meno restrizioni rispetto al passato.
Inoltre l’Italia ha attuato politiche a carico della fiscalità generale di dubbia utilità (per essere generosi), come il bonus 110%, che si sono rivelate estremamente costose e dai benefici limitati. All fine del 2023, il debito pubblico italiano si attestava al 143% del PIL.








