Netflix ha annunciato il taglio di circa mille posti di lavoro e il cambio al vertice della propria divisione contenuti, sostituendo la Chief Content Officer Bela Bajaria con il dirigente Peter Rice, proveniente dalle esperienze in Fox e Disney. Le decisioni arrivano in un momento particolarmente delicato per l’azienda: la crescita dei ricavi rallenta, il coinvolgimento degli abbonati mostra segni di stanchezza e il titolo ha perso circa il 40 per cento del proprio valore nell’ultimo anno. Tuttavia, il problema di Netflix non riguarda soltanto la capacità di produrre nuove serie di successo o di contenere i costi. La pressione più insidiosa non proviene dai concorrenti diretti dello streaming, come Disney+, HBO Max, Amazon Prime Video o dal futuro gruppo nato dalla fusione tra Warner Bros. Discovery e Paramount Skydance. A mettere in difficoltà Netflix è soprattutto YouTube, una piattaforma che ha smesso da tempo di essere un semplice archivio di video per trasformarsi in una televisione parallela, gratuita, potenzialmente infinita e capace di attrarre l’attenzione di pubblici di ogni generazione
Una settimana di profondi cambiamenti
La settimana di ottobre è stata tra le più turbolente degli ultimi anni per Netflix. L’azienda ha comunicato l’eliminazione di circa mille posizioni lavorative, pari al 6 per cento della forza lavoro globale: si tratta del taglio più consistente dal 2022. Il giorno successivo ha annunciato l’uscita di Bela Bajaria, entrata in Netflix nel 2016 e diventata Chief Content Officer nel gennaio 2023, sostituita da Peter Rice a partire dal 26 ottobre. Rice, che ha ricoperto ruoli di vertice in 20th Century Fox e Walt Disney Television, dovrà guidare l’intera organizzazione dei contenuti della piattaforma, dalle serie scripted e non scripted al cinema, dagli eventi dal vivo allo sport, fino ai videopodcast.
Le scelte non rappresentano una semplice riorganizzazione interna. Netflix sta cercando di cambiare il proprio racconto dopo aver riconosciuto che la crescita non procede più al ritmo desiderato. Nel terzo trimestre del 2026 i ricavi sono aumentati del 12 per cento, raggiungendo quasi 12,9 miliardi di dollari, ma si tratta dell’incremento trimestrale più lento degli ultimi tre anni. L’azienda ha inoltre previsto un’ulteriore decelerazione nei tre mesi finali dell’anno. Per una società abituata a presentarsi come il motore principale dell’intrattenimento globale, questi segnali pesano più di qualsiasi dato positivo sui profitti, perché indicano che il modello di crescita storico sta incontrando limiti sempre più evidenti.
Il nodo non è che Netflix abbia smesso di guadagnare. La piattaforma continua a generare ricavi e profitti enormi e resta il servizio di streaming più diffuso al mondo. Il problema vero è un altro: Netflix fatica ad aumentare il tempo che gli utenti trascorrono sulla piattaforma. Il rapporto semestrale sull’engagement, pubblicato a luglio, ha evidenziato una crescita contenuta, pari a circa il 2 per cento, del tempo di visione nella prima metà dell’anno. I co-amministratori delegati Ted Sarandos e Greg Peters hanno ammesso che si tratta di un ambito da migliorare. Per un servizio basato sull’abbonamento, l’engagement non è un indicatore secondario: è ciò che giustifica il pagamento mensile, riduce il rischio di disdetta e sostiene la percezione che il catalogo valga davvero il prezzo richiesto.
Una crisi più creativa che finanziaria
Netflix ha costruito la propria egemonia trasformando radicalmente il modo in cui il pubblico guarda film e serie televisive. Dalla distribuzione di DVD per posta è passata alla produzione originale, proponendo titoli come House of Cards, Stranger Things, The Crown, Squid Game e Mercoledì. Per anni la sua formula è stata vincente: investimenti enormi, analisi dei dati sugli ascolti, ingaggi di talenti di alto profilo e una capacità senza precedenti di lanciare contenuti contemporaneamente in decine di paesi. Quel modello ha costretto Hollywood a rivedere le proprie regole e ha trasformato Netflix da semplice distributore a studio globale.
Oggi, però, la macchina mostra segni di affaticamento. Bloomberg ha osservato che le seconde stagioni delle serie Netflix tendono da tempo a registrare pubblici molto più piccoli rispetto alle prime, un segnale di difficoltà nel costruire franchise duraturi e relazioni stabili con il pubblico. Le eccezioni esistono, naturalmente: Stranger Things, Mercoledì e KPop Demon Hunters dimostrano che la piattaforma può ancora generare fenomeni globali. Ma questi successi sono sempre più rari rispetto all’enorme quantità di contenuti prodotti, e la sensazione è che Netflix abbia difficoltà a ripetere con regolarità lo stesso impatto culturale.
Negli ultimi anni l’azienda ha cercato di ampliare il proprio perimetro. Ha investito nei videogiochi, ha sperimentato i videopodcast, ha puntato su reality, eventi dal vivo, sport e contenuti legati a personalità del web. L’obiettivo era chiaro: offrire qualcosa per tutti, aumentare le occasioni di contatto con la piattaforma e contrastare la frammentazione dell’attenzione. Tuttavia, questa strategia ha prodotto risultati ambigui. I videogiochi non sono diventati un pilastro riconoscibile dell’offerta Netflix, mentre i videopodcast hanno faticato a trovare una collocazione stabile. Non è un caso che, secondo quanto ricostruito da Business Insider, l’azienda abbia ridotto l’enfasi su giochi e podcast nelle comunicazioni più recenti.
Il paradosso è che Netflix ha in parte adottato la logica di YouTube per difendersi da YouTube. Ha cercato di creare contenuti più rapidi, frammentari, alimentati da celebrità e dalla cultura digitale. Ma nel fare ciò ha rischiato di perdere ciò che la distingueva: la sensazione di accedere a un catalogo curato, prestigioso e capace di proporre prodotti che il resto dell’industria non avrebbe finanziato con la stessa libertà. Quando Netflix si avvicina al reality e al contenuto virale, perde parte della propria identità. YouTube, al contrario, può permettersi di ospitare tutto: dal video amatoriale al documentario di alto livello, dal tutorial alla finale sportiva, dal podcast al film. La sua forza non deriva dalla qualità media dei contenuti, ma dalla vastità e dalla libertà del suo ecosistema.
YouTube non è un concorrente: è un ambiente
Definire YouTube come “un sito dove caricare video” è oggi una descrizione obsoleta. La piattaforma di Alphabet è diventata una vera e propria infrastruttura dell’intrattenimento contemporaneo: un catalogo potenzialmente infinito, aggiornato ogni secondo e alimentato da milioni di creator che pubblicano contenuti senza che l’azienda debba sostenere i costi di produzione tipici di uno studio tradizionale. Netflix deve commissionare, sviluppare, produrre e promuovere ogni serie o film. YouTube, invece, riceve gratuitamente un flusso continuo di contenuti creati da terzi, che vengono poi distribuiti attraverso un algoritmo capace di adattarsi ai gusti di ciascun utente.
Questa differenza strutturale spiega perché YouTube è così difficile da battere. Non compete per un singolo titolo, ma per l’intero tempo libero dello spettatore. Un abbonato Netflix può finire una serie e chiedersi cosa guardare dopo; un utente YouTube può passare da un video di cucina a un’analisi politica, da una partita di calcio a un podcast, da un tutorial a un documentario, senza mai uscire dalla piattaforma. YouTube non chiede all’utente di scegliere tra generi e cataloghi: gli propone un flusso personalizzato, in cui la scoperta è continua e il costo percepito è praticamente nullo.
I dati confermano questo cambiamento. Secondo la società di ricerca Digital i, YouTube ha superato Netflix nel tempo medio di visione giornaliero su circa venti mercati internazionali. Nel 2025 la visione media giornaliera per account YouTube è salita da 87,2 a 99,1 minuti, mentre quella di Netflix è scesa da 100,5 a 93,4 minuti. Non si tratta di un dettaglio statistico, ma del sintomo di un cambiamento nelle abitudini di consumo, amplificato dal fatto che YouTube viene sempre più spesso guardato in televisione. La quota di visione di YouTube sullo schermo TV è passata dal 28 per cento di gennaio 2024 al 35 per cento alla fine del 2025.
Negli Stati Uniti il divario è ancora più netto. Secondo Nielsen, a luglio Netflix rappresentava il 7,8 per cento del tempo totale di visione televisiva, con un calo di un punto percentuale rispetto all’anno precedente. YouTube, nello stesso periodo, superava il 14 per cento. In pratica, YouTube occupa quasi il doppio del tempo televisivo di Netflix in uno dei mercati più importanti al mondo. E non lo fa soltanto tra i giovani: la piattaforma è diventata familiare anche a pubblici adulti e anziani, che la utilizzano per informazione, sport, musica, tutorial, intrattenimento e contenuti legati alle proprie passioni.
Cosa può fare Netflix
La risposta più ovvia sarebbe “puntare sulla qualità”. Ma la soluzione è meno semplice di quanto sembri. Netflix si è allontanata da una certa idea di prodotto prestigioso anche per una scelta strategica: cercare volumi maggiori di spettatori, contenuti più immediati e formati capaci di generare engagement rapido. Tornare alla qualità significa accettare investimenti lunghi, rischi creativi e risultati non sempre misurabili nei primi giorni dopo l’uscita. Significa anche rinunciare, almeno in parte, alla corsa al contenuto immediato, un territorio in cui YouTube è strutturalmente più forte.
Peter Rice rappresenta proprio questa scommessa. Il nuovo Chief Content Officer arriva con un curriculum costruito nella televisione e nel cinema tradizionali, con esperienze in Fox e Disney. Netflix sembra quindi voler rafforzare la propria capacità di individuare, sviluppare e produrre grandi serie e film, soprattutto negli Stati Uniti, dove i titoli di maggiore impatto possono poi viaggiare a livello globale. Sarandos ha descritto Rice come uno dei dirigenti più efficaci dell’industria dell’intrattenimento su larga scala. La sfida, però, non sarà soltanto assumere un buon dirigente: sarà capire se Netflix possa ancora generare titoli capaci di dominare la conversazione pubblica, e non soltanto di raccogliere ascolti per qualche settimana.
Netflix sta comunque cercando di adattarsi. Ha firmato accordi per portare sulla piattaforma podcast di grande popolarità, ha acquisito o ottenuto in licenza contenuti da studi come Disney, Sony e Universal e ha sperimentato la televisione in diretta, come nel caso dell’accordo con l’emittente francese TF1. Ha inoltre tentato di attirare alcune delle star più importanti di YouTube, nella convinzione che la personalità del creator possa trasferire alla piattaforma una parte del proprio pubblico. È una strategia comprensibile, ma non risolve il problema di fondo: Netflix può importare i volti di YouTube, ma non può importare facilmente il suo ecosistema di interazione, commenti, algoritmo e libertà di pubblicazione.
Una competizione asimmetrica
Netflix e YouTube non sono, in senso stretto, la stessa cosa. Netflix è un servizio a pagamento, con un catalogo selezionato e una produzione editoriale centralizzata. YouTube è una piattaforma aperta, gratuita nella sua forma base, finanziata dalla pubblicità e sostenuta da un’infrastruttura di creator. Netflix deve convincere l’utente che il suo abbonamento meriti un costo mensile; YouTube deve soltanto convincerlo che valga la pena aprire l’app. Questa asimmetria rende la competizione particolarmente difficile per lo streamer.
Tuttavia, Netflix non è condannata. Dispone di risorse finanziarie enormi, di una distribuzione globale, di una base di abbonati ancora vastissima e della capacità di produrre contenuti che nessun creator indipendente può realizzare con la stessa scala. Può puntare su eventi sportivi, film d’autore, franchise internazionali, documentari, intrattenimento dal vivo e produzioni ad altissimo budget. Può anche migliorare l’esperienza sociale della piattaforma, senza trasformarsi in un social network, restituendo agli utenti strumenti di condivisione, discussione e scoperta. La domanda non è dunque se Netflix possa sopravvivere, ma se possa tornare a essere il centro dell’immaginario popolare.
Per farlo, però, dovrà accettare una verità scomoda: non può battere YouTube sul suo stesso terreno. YouTube vince perché è ovunque, perché è gratuito, perché è alimentato da una comunità infinita di creator e perché trasforma ogni interesse, per quanto piccolo, in un contenuto potenzialmente guardabile. Netflix può vincere soltanto tornando a essere indispensabile in un campo diverso: quello della grande narrazione, dell’evento culturale e del prodotto che non si trova altrove. La lotta contro la televisione tradizionale è stata vinta, ma non da Netflix. Ad arrivare prima è stata YouTube. Ora Netflix deve decidere se continuare a imitarla oppure se provare a ricordare al pubblico perché, per anni, è stata lei a cambiare il modo di guardare.








