I giovani hanno ragione a protestare, ma la vera battaglia è per crescita e produttività. Non nuova spesa

Le manifestazioni giovanili degli ultimi tempi hanno rimesso al centro una domanda che l’Italia continua a rimandare da decenni: che futuro hanno i giovani in un Paese in cui gli stipendi reali sono fermi da oltre trent’anni, la scuola è sottofinanziata, le università perdono studenti, le periferie restano ai margini e accedere a una casa dignitosa nelle grandi città è sempre più difficile? La risposta onesta è che molte delle rivendicazioni emerse in piazza sono legittime, ma rischiano di restare generiche se non vengono tradotte in un’analisi precisa delle cause e in proposte concrete. Il problema italiano non è soltanto la mancanza di soldi: è la maniera in cui il Paese produce ricchezza, la distribuisce e sceglie su cosa spendere le risorse pubbliche

Salari fermi da trent’anni: un dato, non un’opinione

La questione salariale è probabilmente il cuore più solido delle proteste recenti. Non si tratta di una percezione soggettiva né di un luogo comune generazionale: i dati ufficiali raccontano una stagnazione straordinariamente lunga. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio, tra il 1990 e il 2026 le retribuzioni lorde reali dei dipendenti del settore privato sono scese del 6,6%. In termini semplici, tolta l’inflazione, un lavoratore italiano del settore privato oggi ha in media una retribuzione inferiore a quella di oltre trent’anni fa.

L’OCSE conferma la stessa tendenza con una metodologia leggermente diversa: i redditi da lavoro reali annuali in Italia sono diminuiti del 3,4% tra il 1990 e il 2023. Nel frattempo, la media dei Paesi OCSE ha registrato un aumento del 32,5%. Il divario non riguarda soltanto il lungo periodo: anche dopo il calo dell’inflazione e i primi rinnovi contrattuali, a inizio 2025 i salari reali italiani erano ancora inferiori del 7,5% rispetto al 2021, il peggior risultato tra le grandi economie dell’organizzazione.

Questo significa che la protesta salariale ha una base oggettiva. Ma significa anche che non basta chiedere “più salario” in astratto. Se la produttività non cresce, se le imprese non investono, se il sistema formativo non produce competenze adeguate e se il costo del lavoro resta elevato senza tradursi in retribuzioni nette adeguate, ogni aumento nominale rischia di essere eroso dall’inflazione, assorbito dalle imprese o compensato da meno assunzioni. La battaglia salariale è giusta, ma deve diventare una battaglia per la crescita.

Perché in Italia gli stipendi non decollano

La stagnazione salariale italiana ha radici strutturali. Il sistema produttivo italiano è caratterizzato da un’elevata presenza di piccole imprese, da investimenti in tecnologia e innovazione spesso insufficienti, da difficoltà nell’accesso al credito per le aziende più piccole e da un peso rilevante di servizi a bassa produttività. Quando la produttività resta ferma, i margini per aumenti salariali generalizzati si restringono: le imprese non possono pagare di più lavoratori che non producono di più.

Il problema, però, non è soltanto la bassa produttività. Anche nei periodi in cui la produttività cresceva, la quota di reddito destinata ai lavoratori non è aumentata nella stessa misura. Una parte crescente del valore prodotto è andata verso profitti, rendite o altre forme di redistribuzione, mentre la quota del lavoro è rimasta indietro. Questo squilibrio tra produttività e salari è uno dei nodi centrali del modello economico italiano.

Il cuneo fiscale: lavoro costoso, stipendi bassi

Il paradosso italiano è che il lavoro costa molto alle imprese, ma rende poco ai lavoratori. Il cuneo fiscale, cioè la differenza tra il costo totale sostenuto dall’azienda per un dipendente e ciò che il lavoratore riceve effettivamente in busta paga, è in Italia tra i più alti d’Europa. Secondo i dati OCSE, quasi il 45,8% del costo del lavoro complessivo finisce in tasse e contributi, contro una media OCSE del 35%.

Questo meccanismo produce un doppio effetto negativo. Da un lato, le imprese devono sostenere costi elevati per assumere e mantenere personale, il che può scoraggiare assunzioni stabili e spingere verso forme di lavoro flessibili o precarie. Dall’altro, il lavoratore vede una parte rilevante della propria retribuzione teorica assorbita prima ancora che arrivi in busta paga. Il risultato è che l’Italia può avere salari lordi non altissimi, costi del lavoro elevati e stipendi netti bassi allo stesso tempo.

Non a caso, lo stipendio netto medio italiano si colloca al 23° posto tra i 38 Paesi OCSE, superato non solo da Francia, Germania e Spagna, ma anche da Polonia e Turchia. Questo dato non dimostra da solo che la soluzione sia semplicemente “tagliare le tasse”: ogni riduzione del prelievo deve essere finanziata in modo sostenibile. Ma indica chiaramente che una riforma della fiscalità sul lavoro è una delle leve indispensabili per aumentare il salario netto senza distruggere la sostenibilità dei conti pubblici.

L’inflazione ha trasformato la stagnazione in emergenza

La crisi inflazionistica ha reso evidente un problema che prima cresceva lentamente. L’impennata dei prezzi energetici e lo shock post-pandemico hanno eroso il potere d’acquisto a una velocità che il sistema contrattuale italiano non era attrezzato ad assorbire. Molti lavoratori si sono trovati vincolati a contratti collettivi firmati anni prima, senza meccanismi automatici di aggiornamento dei salari.

Secondo il Rapporto Annuale 2025 dell’Istat, tra il 2019 e il 2024 le retribuzioni contrattuali hanno perso il 10,5% del loro valore reale. Al picco della crisi, nel 2022, la perdita aveva raggiunto il 15%. Sono numeri eccezionali: in pochi anni, milioni di lavoratori hanno visto diminuire la capacità della propria busta paga di comprare beni e servizi, nonostante gli aumenti nominali.

Dal 2024 il calo dell’inflazione e alcuni rinnovi contrattuali importanti hanno permesso un recupero parziale. Ma il recupero è stato lento e disomogeneo. L’OCSE, nell’Employment Outlook 2025, ha rilevato che a inizio 2025 i salari reali italiani erano ancora inferiori del 7,5% rispetto al 2021. In altre parole, l’Italia sta risalendo la discesa, ma non è ancora tornata nemmeno ai livelli precedenti alla crisi inflazionistica.

Salario minimo: una garanzia necessaria, non una bacchetta magica

Il salario minimo legale è uno dei temi più ricorrenti nel dibattito sulle retribuzioni. In Italia non esiste una soglia retributiva imposta per legge a tutti i settori: la tutela salariale è affidata alla contrattazione collettiva. Questo modello ha una storia lunga e, nei settori in cui i sindacati sono forti e i contratti vengono rinnovati regolarmente, può funzionare. Ma mostra crepe sempre più evidenti.

22 dei 27 Paesi dell’Unione europea hanno introdotto un salario minimo legale. L’Italia è tra le cinque eccezioni, insieme a Paesi come Danimarca, Svezia e Austria, che però compensano l’assenza di una soglia legale con sistemi di contrattazione collettiva storicamente molto più solidi. Nel caso italiano, invece, la frammentazione contrattuale, la presenza di contratti di dubbia rappresentatività e la lentezza dei rinnovi rendono più debole la garanzia complessiva.

Il CNEL stima che nel solo settore privato esistano quasi mille contratti collettivi. Questa proliferazione apre spazio ai cosiddetti contratti pirata, accordi firmati da sigle con scarsa rappresentatività che propongono minimi salariali inferiori, talvolta del 20-30%, rispetto a quelli dei sindacati maggiormente rappresentativi. In queste condizioni, la mancanza di un salario minimo legale può trasformarsi in una vulnerabilità concreta per i lavoratori più deboli.

La Corte di Cassazione, con due sentenze del 2023, ha riconosciuto che i giudici possono disapplicare un contratto collettivo quando la retribuzione prevista non garantisce un’esistenza dignitosa, come richiede l’articolo 36 della Costituzione. È un segnale importante: il sistema contrattuale, in alcuni casi, non riesce più a svolgere da solo la funzione di tutela che gli è stata affidata.

Tuttavia, sarebbe un errore presentare il salario minimo come la soluzione a tutti i problemi salariali. Un minimo legale può proteggere dallo sfruttamento più grave, ma non crea produttività, non aumenta gli investimenti e non risolve da solo il problema della crescita. Se fissato troppo alto rispetto alla capacità produttiva di piccole imprese, artigiani, commercianti e servizi locali, può produrre effetti indesiderati: meno assunzioni, più lavoro nero, maggiori costi e maggiore pressione sui prezzi. Se invece viene costruito come una garanzia di dignità, collegato ai contratti collettivi più rappresentativi e aggiornato con criteri trasparenti, può avere senso.

Il modello spagnolo: un confronto che fa riflettere

Il caso spagnolo è particolarmente interessante perché mostra come un Paese un tempo considerato simile all’Italia, se non addirittura in una sorta di competizione al ribasso salariale, sia riuscito a invertire parcialmente la rotta. Nel 2024 la Spagna ha superato l’Italia per stipendio medio annuo. Uno degli elementi che hanno contribuito a questo risultato è l’introduzione e l’aumento progressivo del salario minimo legale, che dal 2019 è quasi raddoppiato.

Questo non significa che la Spagna abbia risolto tutti i suoi problemi del lavoro. Significa però che la combinazione tra salario minimo, crescita dell’occupazione e riforme del mercato del lavoro può produrre risultati diversi da quelli italiani. Per l’Italia, la lezione non è necessariamente “copiare la Spagna”, ma capire che l’assenza di una garanzia legale non è una neutralità: è una scelta che lascia più spazio alle asimmetrie di potere tra lavoratore e datore di lavoro, soprattutto nei settori più fragili.

I giovani hanno pagato il conto di tutto

I giovani italiani hanno ragione a sentirsi esclusi dalle prospettive di miglioramento. Sono la generazione che ha attraversato la stagnazione economica degli anni Duemila, la crisi finanziaria del 2008, la crisi dell’euro, la pandemia, l’inflazione e oggi le difficoltà abitative e lavorative. In ciascuna di queste fasi, i giovani hanno spesso pagato il prezzo più alto.

Hanno pagato in termini di disoccupazione, soprattutto durante le crisi. Hanno pagato in termini di precarietà, con contratti a termine, apprendistati trasformati in occupazione instabile, collaborazioni e forme di lavoro atipiche. Hanno pagato in termini di retribuzioni iniziali basse, che rendono difficile l’autonomia abitativa e la costruzione di un progetto di vita indipendente. E pagheranno anche in futuro, attraverso il debito pubblico da ripagare, gli interessi da sostenere e i servizi pubblici che rischiano di essere sempre meno generosi.

Questo non significa che tutte le generazioni precedenti siano responsabili individualmente delle scelte collettive. Significa però che le politiche pubbliche hanno spesso protetto di più il presente di chi è già inserito nel sistema che il futuro di chi deve ancora entrarvi. Le pensioni, gli interessi sul debito, la tutela delle posizioni acquisite e la resistenza alle riforme hanno assorbito risorse che avrebbero potuto essere destinate a scuola, università, ricerca, casa, famiglia e politiche per il lavoro giovanile.

Il bilancio pubblico: molto speso, poco investito

L’Italia spende molto, ma spende in modo squilibrato. Nel 2024 le amministrazioni pubbliche italiane hanno speso il 50,4% del PIL, contro una media UE27 del 49,1%. In termini assoluti, la spesa pubblica totale ha superato i 1.100 miliardi di euro. Il problema non è quindi soltanto la dimensione della spesa: è la sua composizione.

La voce più pesante è la protezione sociale, che comprende pensioni, sussidi e misure assistenziali e assorbe il 21,3% del PIL. È oltre un terzo dell’intera spesa pubblica e più del doppio rispetto a qualsiasi altra voce. Seguono i servizi generali dello Stato, con il 7,7% del PIL, una categoria che include anche gli interessi sul debito pubblico. La sanità rappresenta il 6,6%, gli affari economici il 5,1%, mentre l’istruzione si ferma al 4%.

Se si guarda alla composizione della spesa, ogni 100 euro spesi dallo Stato italiano circa 42 vanno alla protezione sociale, 15 ai servizi generali, 13 alla sanità e solo 8 all’istruzione. La protezione sociale da sola assorbe quindi più risorse di sanità, scuola e ordine pubblico messe insieme.

Pensioni e interessi: il nucleo rigido della spesa

Il vero nodo del bilancio italiano è rappresentato dalle voci che non possono essere facilmente riallocate. Le pensioni di vecchiaia valgono da sole il 13,9% del PIL, la quota più alta tra i principali Paesi europei considerati. Aggiungendo le pensioni ai superstiti, si arriva al 16,3% del PIL. Le sole pensioni di vecchiaia assorbono nove volte le risorse destinate alla famiglia e all’infanzia.

Gli interessi sul debito pubblico valgono invece circa il 4% del PIL, quasi il quadruplo dell’1,1% della Germania e più del doppio della media europea dell’1,9%. È il valore più alto dell’intera area euro. Pensioni di vecchiaia, reversibilità e interessi sul debito assorbono insieme circa il 40% dell’intera spesa pubblica italiana. In Germania la stessa somma si ferma a poco più del 26%, in Francia al 29% e in Spagna al 33%.

Questo significa che, prima ancora di discutere di nuove politiche, lo Stato italiano ha già impegnato una quota enorme delle proprie risorse per far fronte a diritti maturati e a obblighi verso i creditori. Su tutto il resto — sanità, istruzione, famiglia, investimenti, ricerca, trasporti, ambiente — rimane meno spazio. L’Italia spende circa cinque punti di PIL in meno della media europea su queste voci, una differenza che vale oltre 100 miliardi di euro l’anno.

La scuola: il grande investimento mancato

Se c’è un ambito in cui la protesta giovanile dovrebbe essere particolarmente netta, è quello della scuola. L’Italia destina all’istruzione il 4% del PIL, contro il 4,8% della media UE. È il valore più basso tra i principali Paesi europei confrontati.

Il divario diventa ancora più grave all’università. L’Italia dedica appena lo 0,4% del PIL all’istruzione terziaria, la metà dello 0,8% medio dell’Unione europea. Di conseguenza, l’università assorbe circa un decimo dell’intera spesa italiana per l’istruzione, contro circa un sesto nella media europea.

Le conseguenze si vedono nei risultati. Tra i 25 e i 34 anni possiede una laurea solo il 32% degli italiani, contro il 44% della media europea. Tra i Paesi dell’Unione, solo la Romania registra un risultato peggiore. Inoltre, ogni anno l’Italia perde oltre 20 mila laureati che emigrano all’estero, portando con sé il capitale umano formato dal sistema pubblico italiano e contribuendo alla crescita di altri Paesi.

Questo è forse il paradosso più grave: l’Italia investe poco nella formazione dei suoi giovani e poi si lamenta quando molti di loro se ne vanno. Non si tratta solo di un problema di fondi, ma di qualità dei servizi, stabilità del personale, condizioni degli edifici, digitalizzazione, orientamento, borse di studio, alloggi universitari, ricerca e collegamento tra università e mondo del lavoro.

Sanità e famiglia: gli altri squilibri

La sanità italiana rappresenta un altro ambito in cui la carenza di risorse produce conseguenze dirette sui cittadini. L’Italia destina alla salute il 6,6% del PIL, contro il 7,4% della media UE, l’8,9% della Francia e il 7,6% della Germania. Se si considera solo la spesa sanitaria corrente secondo il criterio OCSE, la quota italiana scende al 6,3% del PIL, contro il 7,1% medio dei Paesi avanzati, collocando l’Italia all’ultimo posto nel G7.

Il problema non è solo quantitativo. Quando la copertura pubblica non è sufficiente, una parte dei costi si sposta sulle famiglie. Secondo l’ottavo rapporto della GIMBE sul Servizio sanitario nazionale, circa 5,8 milioni di persone hanno rinunciato almeno in parte alle cure, mentre la spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle famiglie supera i 40 miliardi di euro. Chi ha risorse economiche può acquistare prestazioni private; chi non le ha rischia di rinunciare alle cure.

Anche le politiche per la famiglia restano indietro. L’Italia destina a questo settore appena l’1,5% del PIL, contro il 2% della media europea e il 2,3% della Francia. Il confronto con la Francia è significativo: Parigi investe da decenni circa il 2,5% del proprio prodotto nelle politiche familiari e registra una fecondità intorno a 1,8 figli per donna, mentre in Italia il numero medio è sceso sotto 1,2. Meno nascite oggi significano, nel lungo periodo, meno lavoratori e una base contributiva più ristretta su cui finanziare pensioni e welfare.

Periferie: dove la disuguaglianza diventa quotidiana

Le periferie rappresentano il luogo in cui le disuguaglianze non sono più astratte, ma visibili nella vita quotidiana. Un quartiere con servizi pubblici scarsi, trasporti inadeguati, scuole deboli, spazi pubblici degradati e poche occasioni lavorative non è soltanto un problema urbanistico: è un meccanismo di esclusione sociale.

Chi cresce in una periferia svantaggiata parte con meno opportunità. Ha meno accesso a attività sportive, culturali e formative. Ha più difficoltà a raggiungere il lavoro o l’università. Ha meno occasioni di costruire reti sociali utili per trovare un impiego. E, se la scuola del territorio è debole, la mobilità sociale diventa ancora più difficile.

Le rivendicazioni sulle periferie sono quindi pienamente legittime. Ma servono politiche stabili, non interventi emergenziali. Servono trasporti efficienti, scuole funzionanti, centri culturali, impianti sportivi, servizi sociali, spazi pubblici sicuri, politiche attive del lavoro e programmi di rigenerazione urbana. Non basta inviare forze dell’ordine quando esplode la tensione: bisogna intervenire prima, sulle cause.

Integrazione: un tema che non può essere ignorato

Il tema dell’integrazione è più complesso e meno facile da ridurre a slogan. Un Paese che accoglie persone deve anche costruire le condizioni perché possano partecipare pienamente alla vita economica e sociale. Questo significa apprendimento della lingua italiana, riconoscimento delle qualifiche, accesso al lavoro, scuola, housing, servizi sociali e contrasto alle discriminazioni.

Non esistono soluzioni semplici. L’integrazione richiede risorse, regole chiare e capacità amministrative. Ma ignorare il problema produce ghetti, esclusione, tensioni sociali e sfruttamento lavorativo. Una società che lascia persone ai margini non diventa più sicura: diventa più fragile.

Qui la protesta giovanile potrebbe avere un ruolo importante, se riuscisse a passare dalla denuncia alla proposta. Le periferie e le comunità migranti non hanno bisogno solo di più controlli o di misure emergenziali: hanno bisogno di servizi stabili, opportunità reali e politiche di coesione sociale.

Casa: un problema reale, ma non uniforme

La questione abitativa è reale, ma va letta con precisione. L’Italia ha una percentuale molto alta di proprietari di case: secondo l’Istat, il 73,9% delle famiglie vive in un’abitazione di proprietà. Anche a livello europeo, l’Italia è sopra la media: il 75% delle famiglie italiane vive in casa di proprietà, contro il 59% della Francia e il 41% della Germania.

Anche tra i giovani la situazione appare diversa da quella di altri Paesi. Secondo i dati Istat, il 29,8% delle persone sole con meno di 35 anni vive in una casa di proprietà, e tra le giovani coppie senza figli la quota sale al 41,9%. Questo non significa che i giovani italiani siano tutti proprietari: significa che, tra quelli che sono usciti dalla famiglia di origine, la proprietà è più diffusa che in altri Paesi europei.

Il confronto con la Germania va quindi gestito con cautela. In Germania l’affitto è molto più diffuso: secondo Eurostat, il 53% della popolazione tedesca vive in affitto. Inoltre, i giovani italiani escono dalla famiglia molto più tardi: in Italia l’uscita avviene in media a 30,2 anni, contro circa 24 anni in Germania. Questo significa che confrontare la proprietà tra i 16-34 anni nei due Paesi senza considerare la diversa età di uscita dalla famiglia può produrre conclusioni fuorvianti

Il problema abitativo italiano è quindi reale, ma localizzato. Nelle grandi città, nelle aree universitarie e nei poli economici, gli affitti sono cresciuti più rapidamente dei redditi e l’offerta di alloggi in affitto è insufficiente. Il problema non è soltanto il prezzo delle case in sé, ma la combinazione tra redditi bassi, offerta limitata e concentrazione della domanda dove ci sono lavoro, università e servizi.

In molte aree del Paese, invece, esistono case disponibili ma lontane dalle opportunità lavorative e formative. Questo suggerisce che la soluzione non può essere solo un intervento sui prezzi: servono più affitti pubblici e a canone moderato nelle città dove la domanda è alta, riqualificazione di immobili vuoti, semplificazione delle regole edilizie, trasporti efficienti e politiche che riducano il divario tra territori.

Difesa: necessaria, ma non una macchina per crescere

Il tema della difesa è politicamente difficile, soprattutto quando si parla di aumentare le spese militari mentre le scuole hanno bisogno di interventi e le famiglie faticano a far fronte ai costi della vita. È comprensibile che molti giovani reagiscano con diffidenza.

Tuttavia, il contesto geopolitico è cambiato. L’invasione russa dell’Ucraina, gli attacchi di Israele Stati uniti all’Iran e l’instabilità internazionale rendono la sicurezza europea una priorità non rinviabile. La difesa è un bene pubblico: senza sicurezza, anche la prosperità economica diventa fragile.

Ma il riarmo non è una macchina per creare crescita. Secondo le analisi richiamate dal Fondo monetario internazionale, la spesa militare può sostenere la domanda nel breve periodo, ma ha un moltiplicatore limitato e non si autofinanzia. Può aumentare il debito, alimentare pressioni inflazionistiche e, se una parte degli acquisti avviene all’estero, sostenere più l’industria straniera che quella nazionale.

Per questo la posizione più coerente non è “niente armamenti”, ma “difesa sì, senza sacrificare investimento futuro e senza fingere che produca crescita”. In un Paese con un debito pubblico intorno al 135% del PIL, finanziare la difesa con nuovo debito senza riforme e riallocazioni sarebbe irresponsabile. La domanda giusta è: quali spese meno produttive si tagliano, quali inefficienze si eliminano e quali investimenti si proteggono?

I miliardi sprecati contano più degli slogan

Chi protesta contro la spesa per la difesa dovrebbe porre la stessa domanda anche sui centinaia di miliardi di spesa pubblica degli ultimi anni. Non tutte le spese sono uguali: un euro investito in scuola, ricerca, infrastrutture, digitalizzazione, prevenzione sanitaria o politiche abitative produce benefici diversi rispetto a un euro speso in misure temporanee, sussidi poco mirati o interventi senza valutazione dei risultati.

Il problema italiano non è soltanto quanto lo Stato spende, ma quanto spende per il futuro. Se pensioni e interessi assorbono circa il 40% della spesa pubblica, mentre istruzione, famiglia, ricerca e investimenti restano sotto la media europea, allora la protesta giovanile dovrebbe avere un obiettivo molto chiaro: ribaltare le priorità del bilancio.

La violenza tradisce la protesta

Chi sfonda vetrine, incendia auto o aggredisce forze dell’ordine non rappresenta una rivendicazione sociale. Rappresenta la sconfitta della politica. La violenza non ottiene salari più alti, non finanzia le scuole, non costruisce case e non migliora le periferie. Produce soltanto immagini che sostituiscono le richieste legittime con la cronaca del disordine.

Chi organizza manifestazioni ha la responsabilità di garantire che la piazza resti uno spazio di rivendicazione, non di devastazione. Questo può significare separarsi con decisione da gruppi violenti, collaborare con le forze dell’ordine e non tollerare che pochi rovinino il messaggio di molti. Altrimenti, la protesta verrà giudicata non per ciò che chiede, ma per ciò che distrugge.

La sindrome di Sherwood e il rischio di screditare le proteste

Le manifestazioni giovanili che attraversano il dibattito pubblico pongono una questione che va oltre le rivendicazioni su salari, scuola, università, casa e disuguaglianze: quanto può influire la gestione dell’ordine pubblico sulla percezione di una protesta da parte dell’opinione pubblica? È in questo contesto che si inserisce la cosiddetta “Sindrome di Sherwood”, un’espressione utilizzata per descrivere una strategia, reale o presunta, attraverso cui le forze dell’ordine lascerebbero degenerare alcuni episodi di violenza, o ne favorirebbero lo sviluppo, per associare l’intera manifestazione al disordine e rendere più accettabile una successiva risposta repressiva. Il riferimento risale alle teorie di David Piqué, ex dirigente della polizia catalana, diventate oggetto di polemiche nel 2012 dopo la pubblicazione di un suo studio da parte del giornale La Directa. Il tema è tornato d’attualità in seguito alla diffusione di un video girato durante una manifestazione a Reims, in Francia, nel quale un uomo ripreso mentre lanciava un fumogeno nella folla si sarebbe rifugiato tra gli agenti antisommossa, rivelando di essere un poliziotto infiltrato. Un episodio che, da solo, non dimostra l’esistenza di una strategia organizzata per provocare disordini, ma che riporta al centro il problema della trasparenza nella gestione delle proteste. In Italia, del resto, il dibattito ha radici lontane: nel 2008 l’ex ministro dell’Interno Francesco Cossiga suggerì pubblicamente di ricorrere ad agenti provocatori per far degenerare le manifestazioni studentesche e ottenere così il consenso dell’opinione pubblica a interventi più duri. Anche la recente inchiesta di Fanpage, che nel 2025 ha documentato la presenza di agenti infiltrati nel movimento Potere al Popolo, ha contribuito a riaccendere l’attenzione sul tema. Questi precedenti non autorizzano a considerare ogni scontro come il risultato di una provocazione, né cancellano la responsabilità di chi commette atti vandalici o aggredisce altre persone. Impongono, tuttavia, di distinguere tra le condotte dei singoli e le ragioni di una mobilitazione collettiva. È una distinzione particolarmente importante in un Paese in cui molti giovani denunciano problemi strutturali, dalla stagnazione dei salari alla carenza di investimenti nell’istruzione, fino alle difficoltà di accesso alla casa e alle disuguaglianze territoriali. Se le immagini degli scontri finiscono per monopolizzare il dibattito, le richieste che hanno portato migliaia di persone in piazza rischiano di passare in secondo piano. La violenza può screditare una protesta, ma anche l’attribuzione indiscriminata della responsabilità a tutti i manifestanti può impedire di comprendere le ragioni del dissenso. Per questo, prima di giudicare un’intera mobilitazione sulla base degli episodi più spettacolari, occorre ricostruire i fatti, identificare i responsabili e verificare le eventuali responsabilità di chi era incaricato di garantire l’ordine pubblico. Difendere il diritto di manifestare non significa giustificare la violenza: significa anche pretendere che ogni accusa sia sostenuta da prove e che le responsabilità siano accertate senza pregiudizi.

Una protesta utile dovrebbe chiedere questo

Una manifestazione davvero efficace potrebbe rivendicare un patto generazionale concreto: più investimenti in scuola, università e ricerca; riforma della fiscalità sul lavoro per ridurre il cuneo; contrattazione collettiva più rapida e rappresentativa; salario minimo o estensione dei minimi contrattuali come garanzia contro gli abusi; più case in affitto nelle città universitarie; servizi e trasporti nelle periferie; politiche familiari; e una spesa pubblica che sposti risorse dal passato verso il futuro.

Il salario è una battaglia legittima. La scuola è una battaglia legittima. La casa, le periferie e l’integrazione sono battaglie legittime. Ma tutte queste rivendicazioni hanno bisogno della stessa condizione di fondo: un’Italia che ricominci a crescere. Senza crescita, ogni promessa resta una promessa. Con crescita, produttività e investimenti nel capitale umano, invece, le rivendicazioni dei giovani smettono di essere solo protesta e diventano un progetto di Paese

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