Senza più Viktor Orbán, il primo ministro slovacco è diventato il principale riferimento di Mosca all’interno dell’Unione europea. Attorno a lui, però, si muovono governi più cauti come quelli bulgaro e ceco, mentre la Russia guarda alle possibili svolte politiche in Germania, Italia e Francia.
La Russia di Vladimir Putin ha perso quest’anno il suo alleato più affidabile tra i governi dell’Unione europea: l’Ungheria di Viktor Orbán. Dopo la sconfitta elettorale del premier ungherese, il ruolo di paese più ostile alle iniziative europee contro Mosca è passato in gran parte alla Slovacchia di Robert Fico, l’unico leader di governo dell’Ue che continua a coltivare apertamente un rapporto privilegiato con il Cremlino.
Il segnale più recente è la riattivazione della commissione intergovernativa per la cooperazione economica e tecnico-scientifica tra Russia e Slovacchia, che si riunirà a Mosca dopo quasi cinque anni di stop: l’ultimo incontro risaliva infatti al novembre del 2021, pochi mesi prima dell’invasione russa dell’Ucraina. Non è un gesto simbolico isolato, ma parte di una strategia più ampia: la Russia cerca di mantenere stabile il suo canale privilegiato dentro l’Unione europea, e oggi quel canale passa soprattutto da Bratislava.
Fico, l’alleato che resta
Robert Fico è tornato al governo della Slovacchia nel 2023 alla guida di Smer, un partito populista che ha costruito la propria identità anche sulla critica agli aiuti all’Ucraina e alle sanzioni contro la Russia. Da allora il premier slovacco ha ridisegnato la politica estera del paese, interrompendo gli invii militari a Kyiv e avvicinandosi a Mosca con una retorica di “pragmatismo” e di diplomazia rivolta “a tutti e quattro i punti cardinali”.
Quella formula, usata ripetutamente da Fico, dovrebbe indicare una politica estera equilibrata e orientata agli interessi nazionali. In pratica, però, il premier slovacco ha mostrato una costante disponibilità a dialogare con i regimi autoritari, a partire dalla Russia e dalla Cina, trasformando la Slovacchia nell’eccezione più evidente all’interno di un’Unione europea che ha invece rafforzato il sostegno a Kyiv.
La dipendenza energetica gioca un ruolo centrale. La Slovacchia continua infatti a dipendere in misura significativa dal gas russo, mentre gran parte degli altri paesi dell’Unione ha ridotto o eliminato progressivamente le importazioni energetiche da Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina. Questa vulnerabilità spiega in parte perché Fico insista nel presentare le proprie posizioni come una difesa dell’economia nazionale, ma non spiega completamente la regolare disponibilità a legittimare pubblicamente Putin.
Il ritorno del canale con Mosca
La riunione della commissione russo-slovacca è il simbolo più chiaro di questo riavvicinamento. L’organo, dedicato alla cooperazione economica, scientifica e tecnica, era rimasto fermo dal 2021; la sua riattivazione era stata concordata tra Fico e Putin durante un incontro nel 2025.
Secondo le informazioni rese pubbliche nelle scorse settimane, l’incontro dovrebbe affrontare temi come le forniture energetiche, gli scambi commerciali e persino la posizione degli atleti russi nelle competizioni internazionali. Si tratta dunque di un’agenda che va oltre la semplice diplomazia economica: Mosca e Bratislava stanno ricostruendo una serie di legami istituzionali che la guerra aveva congelato.
Per il Cremlino l’obiettivo è evidente. Con l’Ungheria non più guidata da Orbán, la Russia ha bisogno di un interlocutore affidabile all’interno dell’Ue, capace di rallentare le decisioni comuni, ottenere esenzioni e mantenere aperto un varco politico ed economico nell’Europa occidentale. Fico, per il momento, è il candidato più adatto a questo ruolo.
Il potere del veto
La rilevanza di Fico non deriva soltanto dal tono filorusso del suo governo, ma dal funzionamento stesso dell’Unione europea. In materia di politica estera e sicurezza comune, molte decisioni del Consiglio europeo richiedono l’unanimità dei 27: basta quindi un solo governo per bloccare o rinviare sanzioni, pacchetti di aiuti o altre misure contro la Russia.
Fico ha già dimostrato di saper usare questo potere. Il caso più recente ha riguardato il rinnovo delle sanzioni europee contro persone ed entità ritenute vicine al regime russo. La Slovacchia chiedeva da tempo la rimozione di due oligarchi, Alisher Usmanov e Mikhail Fridman; la richiesta è stata poi sostenuta anche da Francia e Lussemburgo, fino alla decisione di settembre di togliere entrambi dalla lista.
Il messaggio è chiaro: per Fico le sanzioni non sono soltanto uno strumento di pressione contro Mosca, ma una leva negoziale da usare per ottenere concessioni. È lo stesso schema che aveva reso Orbán così utile alla Russia negli anni precedenti, quando il premier ungherese usava il veto per rallentare gli aiuti a Kyiv e strappare esenzioni, soprattutto in materia energetica.
L’isolamento dalle posizioni europee
La distanza di Fico dall’orientamento maggioritario dell’Unione è emersa anche in occasione dell’“impegno di Toronto”, la dichiarazione sottoscritta da 54 stati e organizzazioni internazionali per sostenere il ritorno dei bambini ucraini trasferiti in Russia, dei civili detenuti e dei prigionieri di guerra. A fine settembre la Slovacchia è stata l’unico paese dell’Unione a non firmare il documento.
È una scelta che ha una valenza politica precisa. Il tema dei bambini ucraini deportati è tra i più delicati dell’intero conflitto, perché riguarda direttamente le accuse internazionali rivolte alla Russia per la condotta della guerra. Rifiutare di aderire a un’iniziativa condivisa da quasi tutti gli alleati europei significa quindi collocare Bratislava fuori dal consenso occidentale, non semplicemente in una posizione di neutralità.
Lo stesso vale per il rifiuto di partecipare al prestito europeo da 90 miliardi di euro destinato a finanziare le spese militari e il bilancio ucraino. Fico ha così confermato la linea avviata nel 2023, quando la Slovacchia aveva interrotto gli aiuti militari all’Ucraina, trasformando il paese in uno dei pochi membri dell’Ue a non contribuire attivamente allo sforzo di sostegno a Kyiv.
La parata del 9 maggio
Il legame tra Fico e Putin è diventato particolarmente visibile nelle celebrazioni del 9 maggio, il giorno in cui la Russia commemora la vittoria nella Seconda guerra mondiale. Nel 2025 e di nuovo nel 2026 il premier slovacco è stato l’unico leader di un governo dell’Unione europea a recarsi a Mosca per l’occasione, incontrando in entrambe le occasioni il presidente russo.
La presenza a Mosca in un momento di guerra ha un valore politico che va oltre il protocollo. Per Putin significa mostrare che l’isolamento internazionale della Russia non è totale e che esistono ancora leader europei disposti a sedersi al suo tavolo. Per Fico significa rafforzare, davanti all’opinione pubblica slovacca, l’immagine di un uomo di Stato capace di parlare con tutti, compresi i governi che l’Unione europea considera avversari.
Fico rivendica infatti di mantenere rapporti sia con Putin sia con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Nei prossimi mesi, inoltre, governi slovacco e ucraino sono attesi a Leopoli per un incontro che Kyiv utilizza anche per controbilanciare il riavvicinamento di Bratislava a Mosca.
Le contraddizioni di Bratislava
La politica di Fico non è però priva di contraddizioni. Pur avendo sospeso gli aiuti militari diretti all’Ucraina, il governo slovacco non ha vietato le esportazioni di armi dal paese. Il risultato è che le vendite di armamenti slovacchi verso Kyiv sono aumentate, spinte dalla domanda ucraina e dalla presenza di un’industria della difesa attiva nel mercato internazionale.
Questa ambiguità riflette la natura del governo Fico. Il premier deve tenere insieme una maggioranza fragile composta da Smer, dal partito Hlas fondato dal presidente Peter Pellegrini e dall’SNS, formazione di estrema destra. Sono forti diverse tra loro, ma unite da una comune ostilità verso le istituzioni europee e da una linea estera meno dura nei confronti della Russia.
Questa coalizione, tuttavia, non appare destinata a durare a lungo. Le elezioni parlamentari sono previste nel 2027 e i sondaggi indicano un calo di consensi per tutti e tre i partiti governativi rispetto alle elezioni del 2023. Se la maggioranza dovesse perdere, anche la Russia rischierebbe di perdere il suo principale punto di appoggio all’interno dell’Ue.
La Bulgaria di Radev
Fico non è l’unico leader europeo che crea difficoltà alle politiche di sostegno all’Ucraina. In Bulgaria, il primo ministro Rumen Radev, in carica da maggio dopo anni come presidente del paese, ha interrotto gli aiuti militari a Kyiv e ha minacciato il veto su un nuovo pacchetto di sanzioni europee contro la Russia.
Radev ha giustificato la propria opposizione con ragioni di interesse nazionale. Il pacchetto esaminato dall’Ue includeva infatti l’ex presidente della compagnia petrolifera russa Lukoil, Vagit Alekperov, e il patriarca Kirill, capo della Chiesa ortodossa russa e stretto alleato di Putin. Il governo bulgaro teme che le sanzioni contro Alekperov possano complicare la situazione della raffineria di Burgas, controllata da Lukoil e centrale per le forniture di carburante del paese.
La posizione di Sofia è però diversa da quella di Bratislava. Radev non celebra pubblicamente Putin né si presenta come un alleato ideologico del Cremlino: usa il veto soprattutto come strumento di pressione, per proteggere interessi economici concreti e assecondare una parte dell’opinione pubblica bulgara contraria alle sanzioni e agli invii di armi.
Il mar Nero cambia il calcolo
Questa distinzione è diventata più evidente dopo l’intensificazione degli attacchi contro le navi mercantili nel mar Nero. Negli ultimi mesi le incursioni si sono estese anche verso la parte occidentale del bacino, al largo di Bulgaria e Romania, entrambi membri di Nato e Unione europea. In pochi giorni sono state colpite sette navi, tre delle quali affondate, con almeno trenta persone morte o disperse.
Nessuno ha rivendicato formalmente gli attacchi, ma il governo ucraino, diversi governi europei e esperti di sicurezza marittima li attribuiscono alla Russia. L’obiettivo sarebbe rendere pericolose le rotte commerciali che attraversano il mar Nero occidentale, colpendo in particolare i convogli legati alle esportazioni di grano ucraino dal Danubio e dai porti della zona di Odessa.
Le conseguenze non riguardano soltanto l’Ucraina. La minaccia alle rotte commerciali rischia di far salire i prezzi dei cereali e di alimentare l’insicurezza alimentare in diversi paesi importatori. Anche per questo la posizione di Radev è diventata più complicata: dopo gli attacchi avvenuti vicino alle coste bulgare, il premier ha convocato l’ambasciatrice russa e ha chiesto una moratoria internazionale sugli attacchi contro le navi civili.
La Cechia di Babiš
Accanto a Fico e Radev, il terzo governo che complica il quadro europeo è quello ceco di Andrej Babiš, in carica dall’autunno scorso. Babiš non è un alleato dichiarato di Mosca come Fico, ma si è dichiarato contrario a nuovi finanziamenti europei all’Ucraina e ha ridimensionato le ambizioni militari del paese, proponendo spese della difesa inferiori agli impegni assunti nell’ambito della Nato.
La sua posizione è stata oggetto di scontro anche con il presidente ceco Petr Pavel, ex generale ed europeista convinto, sostenitore del sostegno all’Ucraina. Il conflitto tra i due riguarda sia la rappresentanza della Cechia nelle riunioni internazionali sia la politica di difesa, e mostra come anche un governo non apertamente filorusso possa indebolire il fronte europeo quando privilegia il risparmio di bilancio e una lettura utilitaristica degli impegni internazionali.
Per Mosca, quindi, la Cechia non è oggi un canale privilegiato come la Slovacchia, ma resta un paese utile perché contribuisce a rallentare il consenso europeo su nuove misure a favore di Kyiv. La differenza è sostanziale: Fico cerca il rapporto con Putin, Babiš cerca soprattutto margine di manovra nazionale.
L’Ungheria dopo Orbán
La sconfitta di Orbán ha modificato profondamente l’equilibrio europeo. Il nuovo governo ungherese guidato da Péter Magyar ha rapporti molto migliori con Zelensky rispetto al passato e ha ritirato il veto di Budapest all’avvio del percorso di adesione dell’Ucraina all’Unione europea.
Questo non significa che l’Ungheria sia diventata automaticamente un sostenitore incondizionato di Kyiv. Magyar ha mantenuto una linea prudente e ha talvolta rallentato passaggi formali legati all’allargamento europeo, ma il cambio di tono è evidente: Budapest non è più il veto automatico contro ogni iniziativa a favore dell’Ucraina.
È proprio questa trasformazione a rendere Fico più importante per la Russia. Finché Orbán era al potere, la Slovacchia poteva essere un alleato secondario; oggi, invece, Bratislava è il principale governo dell’Ue disposto a difendere pubblicamente posizioni vicine a quelle di Mosca.
Le speranze di Putin
Putin non può però contare soltanto sui governi attuali. La Russia guarda con attenzione alle prossime consultazioni elettorali in Europa, dove potrebbero emergere nuovi leader più disponibili verso Mosca o più contrari al sostegno militare all’Ucraina.
In Germania, il partito di estrema destra Alternative für Deutschland continua a crescere nei sondaggi e nelle tornate elettorali, rafforzando la propria presenza politica. In Italia, alle elezioni del 2027 Roberto Vannacci potrebbe affermarsi con Futuro Nazionale, che nei sondaggi oscilla intorno al 7-8 per cento; tuttavia, non è scontato che si presenti da solo, perché potrebbe anche scegliere un’alleanza con il centrodestra. Vannacci ha costruito parte della propria identità politica anche su temi e posizioni percepiti come vicini alle tesi filorusse, un terreno su cui compete direttamente con la Lega.
Il scenario più importante resta però la Francia. Le elezioni presidenziali del prossimo anno potrebbero portare alla vittoria di Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, da sempre critica verso il sostegno militare all’Ucraina e storicamente più benevola nei confronti di Putin. Il suo partito aveva inoltre ricevuto in passato un prestito da una banca russa, un episodio che ha alimentato per anni il dibattito sui rapporti tra la destra francese e Mosca.
Un equilibrio ancora instabile
Per il momento, quindi, Putin può contare soprattutto su Fico. La Slovacchia rappresenta l’unico governo dell’Unione europea che combina ostilità dichiarata alle sanzioni, sospensione degli aiuti militari, riavvicinamento istituzionale a Mosca e una presenza regolare accanto a Putin nelle cerimonie ufficiali russe.
Attorno a questo nucleo esistono però posizioni più sfumate. Radev difende interessi economici concreti e usa il veto con prudenza; Babiš privilegia il contenimento della spesa e la sovranità nazionale; l’Ungheria di Magyar è tornata più collaborativa, pur senza diventare un alleato pieno dell’Ucraina.
Il rischio per Mosca è che anche Fico possa scomparire dal quadro dopo le elezioni slovacche del 2027. Per questo la Russia non si limita a coltivare il rapporto con Bratislava: guarda già ai movimenti sovranisti e di estrema destra in Germania, Italia e Francia, nella speranza che il prossimo vuoto lasciato da Orbán possa essere colmato da nuovi leader europei








