L’immagine pubblica della politica migratoria dell’amministrazione Trump è costruita soprattutto attorno al confine con il Messico: pattuglie rafforzate, arresti, deportazioni e promesse di fermare chi entra negli Stati Uniti senza autorizzazione. Tuttavia, i dati disponibili fino a febbraio 2026 raccontano un fenomeno più ampio e meno dichiarato: il calo più consistente riguarda le entrate legali. Secondo l’analisi del Cato Institute, le iscrizioni legali mensili nelle principali categorie sono diminuite di circa 145.000 unità, contro una riduzione di circa 53.000 ingressi illegali: un rapporto di 2,7 a 1.
In altre parole, per ogni ingresso irregolare in meno, il sistema ha bloccato quasi tre ingressi legali. Non si tratta quindi soltanto di una politica di controllo del confine, ma di una restrizione trasversale che ha colpito coniugi e fidanzati di cittadini americani, studenti internazionali, lavoratori altamente qualificati, rifugiati e richiedenti asilo che si presentavano regolarmente ai punti di ingresso.
Un confronto che va letto con attenzione
Il confronto tra immigrazione legale e illegale non è semplice, perché le due serie di dati misurano fenomeni diversi. Per l’immigrazione irregolare, l’indicatore più utilizzato è il numero di arresti della Border Patrol al confine sud-occidentale. Questo dato, tuttavia, include anche le persone immediatamente respinte o espulse e tende quindi a sovrastimare il numero di migranti che sarebbero rimasti negli Stati Uniti.
Per l’immigrazione legale, invece, si considerano soprattutto i visti rilasciati dal Dipartimento di Stato: visti per residenti permanenti, visti per fidanzati e coniugi, visti studenteschi, visti per lavoratori specializzati, visti per rifugiati e ingressi di richiedenti asilo ai porti ufficiali. L’analisi aggiornata a febbraio 2026 indica che, nelle principali categorie, il calo delle entrate legali è stato di circa 144.569 unità, mentre quello delle entrate illegali si attesta intorno a 53.128. Circa il 73 per cento della riduzione complessiva riguarda quindi canali legali, non irregolari.
Il dato assume un significato politico ancora più rilevante se si considera che la diminuzione degli attraversamenti irregolari era già iniziata prima dell’insediamento di Trump. A dicembre 2024, gli arresti della Border Patrol erano già scesi dell’81 per cento rispetto al picco di dicembre 2023. Il secondo mandato ha proseguito e accentuato quella tendenza, ma una parte molto ampia della riduzione si era già verificata sotto l’amministrazione precedente.
Il confine: un calo iniziato prima di Trump
La narrazione secondo cui l’amministrazione Trump avrebbe “chiuso” un confine in precedenza completamente aperto non corrisponde pienamente ai numeri. Gli arresti al confine sud-occidentale erano già crollati prima di gennaio 2025 e lo stesso vale per i rilasci da parte della Border Patrol, che risultavano diminuiti del 96 per cento rispetto al loro picco prima dell’inizio del nuovo mandato.
Anche le cosiddette gotaways, ovvero le persone che attraversano il confine senza essere intercettate, mostrano lo stesso schema: erano diminuite di circa l’83 per cento rispetto al picco di novembre 2022 già a dicembre 2024. Sotto Trump il calo è proseguito, con una riduzione aggiuntiva stimata intorno all’80 per cento tra dicembre 2024 e settembre 2025, ma il punto di partenza era già molto più basso rispetto ai massimi precedenti.
Questo non significa che le misure dell’amministrazione non abbiano avuto effetti. L’applicazione più severa delle regole, la minaccia di deportazione rapida, la sospensione dei canali di accesso all’asilo e il clima di deterrenza hanno contribuito a ridurre ulteriormente gli arrivi. Attribuire l’intero calo esclusivamente alle nuove politiche, tuttavia, ignora che la curva era già in discesa da mesi, anche per effetto delle condizioni economiche e delle politiche di contenimento adottate in precedenza.
I visti per immigrati permanenti dimezzati
Il nodo centrale riguarda i visti per l’immigrazione permanente, quelli che portano alla residenza legale stabile negli Stati Uniti. Il Dipartimento di Stato ha smesso di pubblicare dati completi sui visti per immigrati dopo settembre 2025, ma le misure adottate tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 hanno avuto un impatto immediato sui flussi.
A partire dal 1° gennaio 2026, l’amministrazione ha vietato i visti per immigrati ai cittadini di 40 Paesi, compresi i Territori Palestinesi. Il 21 gennaio 2026, inoltre, il Dipartimento di Stato ha sospeso il rilascio dei visti per immigrati per altri 75 Paesi, portando il totale dei Paesi coinvolti a 92. La misura è stata giustificata con il rischio che alcuni migranti possano fare ricorso ai sussidi pubblici, ma riguarda Paesi molto diversi tra loro, dall’Afghanistan al Brasile, dalla Russia alla Somalia.
Secondo le elaborazioni del Cato Institute, queste restrizioni avrebbero interessato circa metà degli immigrati legali che arrivano dall’estero, compresi coniugi e figli minorenni di cittadini statunitensi. L’effetto non si limita quindi alle categorie considerate più sensibili dalla sicurezza nazionale: tocca anche il diritto alla riunificazione familiare, uno dei pilastri storici del sistema migratorio americano.
Va ricordato che una parte di queste misure è stata successivamente contestata in tribunale. Ad agosto 2026, un giudice federale ha annullato la sospensione dei visti per immigrati provenienti dai 75 Paesi, ritenendo che il Dipartimento di Stato avesse superato i propri poteri legali. La decisione non cancella però l’impatto prodotto nei mesi in cui la politica è stata applicata.
Famiglie americane coinvolte
Tra le categorie più colpite ci sono i visti K, destinati a fidanzati e coniugi di cittadini statunitensi. Tra febbraio 2024 e febbraio 2026, questi visti sono diminuiti del 61 per cento. Si tratta di un calo che riguarda persone con un legame familiare diretto con cittadini americani e che, in condizioni normali, avrebbero un percorso legale per vivere insieme negli Stati Uniti.
Il divieto che riguarda 40 Paesi incide su questa categoria, con una stima di circa 3.000 visti all’anno esclusi. La sospensione dei visti per immigrati nei 75 Paesi, invece, non colpisce direttamente i visti K: questo potrebbe aver spinto alcune famiglie a tentare di spostarsi dal canale dell’immigrazione permanente a quello dei visti per fidanzati o coniugi, contribuendo a modificare la composizione dei flussi.
Il risultato pratico è che la burocrazia migratoria è diventata più lenta, più incerta e più costosa anche per chi rispetta regole e procedure. Per un cittadino americano che desidera riunirsi con il proprio coniuge o fidanzato all’estero, la distinzione tra “immigrazione legale” e “immigrazione illegale” perde gran parte della sua rilevanza: in entrambi i casi, il progetto familiare può essere bloccato.
Studenti internazionali: meno visti, più incertezza
Anche l’istruzione è stata investita dalla nuova politica. A febbraio 2026, i visti studenteschi rilasciati erano diminuiti del 42 per cento rispetto a febbraio 2024. Non è un dato marginale: gli studenti internazionali rappresentano una componente importante delle università americane, sia per la ricerca sia per le entrate economiche che portano nei campus e nelle città universitarie.
Le misure hanno agito su più fronti. Nel gennaio 2025, un ordine esecutivo contro l’antisemitismo ha portato alla revoca o alla cancellazione dello status di migliaia di studenti, con stime che vanno da 1.700 a 4.500 casi tra gennaio e aprile. A giugno, il Dipartimento di Stato ha sospeso per tre settimane il rilascio dei visti studenteschi proprio durante uno dei periodi di maggiore domanda, introducendo nel frattempo controlli più severi sui profili sociali dei richiedenti.
A questi provvedimenti si sono aggiunti divieti mirati: prima per gli studenti provenienti da 19 Paesi, poi estesi a 40 Paesi a dicembre 2025. Secondo le stime citate nell’analisi, queste restrizioni riguarderebbero rispettivamente circa 10.188 e 23.000 studenti all’anno. A ciò si aggiungono proposte normative che limitano la durata degli studi per gli studenti internazionali e misure economiche che rendono più oneroso il percorso post-laurea.
L’effetto combinato è duplice: meno visti rilasciati e maggiore incertezza per chi già studia negli Stati Uniti. Molti studenti potrebbero scegliere destinazioni alternative, come Canada, Regno Unito, Australia o alcuni Paesi europei, con possibili conseguenze negative per la competitività scientifica e tecnologica americana.
H-1B: il crollo dei visti per lavoratori qualificati
Il caso dei visti H-1B è forse il più emblematico. Si tratta di visti destinati a lavoratori altamente qualificati, spesso impiegati nei settori tecnologico, ingegneristico, medico e accademico. Tra febbraio 2024 e febbraio 2026, i visti H-1B, insieme ai visti H-4 per coniugi e figli, sono diminuiti del 78 per cento.
Nel settembre 2025, Trump ha firmato un ordine esecutivo che introduceva una tassa di 100.000 dollari per le nuove petizioni H-1B presentate per lavoratori che si trovano fuori dagli Stati Uniti. Secondo i dati citati dal Dipartimento della Sicurezza Interna, la misura avrebbe ridotto del 91 per cento le richieste per la categoria di lavoratori interessata.
La tassa è stata in seguito annullata da un tribunale distrettuale come imposta incostituzionale, ma l’incertezza normativa è rimasta. Nel settembre 2026, l’amministrazione ha emesso una nuova proclamazione con una tassa di 100.000 dollari, mentre il DHS ha proposto un’ulteriore tassa di 103.000 dollari tramite regolamento, non ancora in vigore. In un contesto simile, molte aziende e lavoratori potrebbero rinunciare a trasferimenti, assunzioni internazionali o rinnovi all’estero per paura di non poter rientrare negli Stati Uniti.
Il paradosso è che una politica presentata come difesa dei lavoratori americani rischia di ridurre l’attrattività del mercato del lavoro statunitense proprio nei settori in cui la domanda di competenze specialistiche è più alta. Le imprese possono rispondere spostando investimenti, centri di ricerca o assunzioni in altri Paesi, invece di assumere lavoratori stranieri all’interno degli Stati Uniti.
Rifugiati: da 12.518 a 1.341 ingressi mensili
Il programma per i rifugiati è tra quelli più drasticamente ridimensionati. I rifugiati non entrano negli Stati Uniti in modo irregolare: vengono selezionati all’estero, sottoposti a controlli di sicurezza e ammessi attraverso un percorso legale che prevede la protezione internazionale per chi fugge da persecuzioni.
All’inizio del secondo mandato, l’amministrazione ha sospeso il programma di ammissione dei rifugiati, per poi riattivarlo in forma fortemente limitata. Il tetto iniziale per l’anno fiscale 2026 era stato fissato a 7.500 persone, il livello più basso mai registrato, contro i 125.000 previsti nell’ultimo anno dell’amministrazione Biden.
Il numero mensile di rifugiati ammessi è passato da 12.518 a dicembre 2024 a 1.341 a marzo 2026, con una riduzione vicina al 90 per cento. A metà anno, l’amministrazione ha poi aumentato il tetto a 17.500 tramite una dichiarazione di emergenza, ma le ammissioni sono rimaste concentrate quasi esclusivamente su cittadini sudafricani afrikaner: su 16.292 rifugiati ammessi nell’anno fiscale 2026, 16.287 provenivano dal Sudafrica.
Questo dato solleva una questione di coerenza con la tradizione umanitaria americana. Il sistema dei rifugiati è nato per offrire protezione a persone perseguitate per razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza a un determinato gruppo sociale. Una selezione così concentrata su un solo gruppo nazionale rischia di trasformare un programma universale di protezione in uno strumento di preferenza selettiva.
Richiedenti asilo ai porti di ingresso: quasi azzerati
Il calo più netto riguarda i richiedenti asilo che si presentavano legalmente ai punti di ingresso lungo il confine sud-occidentale. A dicembre 2024, gli ingressi mensili in questa categoria erano quasi 40.000. A febbraio 2026 erano scesi a 26, con una riduzione del 99,9 per cento. I dati più recenti indicano invece 31 ingressi ad agosto 2026.
La svolta è avvenuta con la rimozione della funzione di prenotazione dell’app CBP One e con il divieto di accesso all’asilo per chi si presenta alla frontiera. In precedenza, anche amministrazioni repubblicane e democratiche avevano consentito a un numero variabile di richiedenti asilo di presentarsi regolarmente ai porti di ingresso.
Nel giugno 2026, la Corte Suprema ha confermato l’autorità del governo a bloccare gli ingressi legali dei richiedenti asilo ai punti di frontiera. Dal punto di vista amministrativo, la misura è stata quindi legittimata; dal punto di vista umanitario e pratico, ha però eliminato di fatto un canale di accesso regolare per persone che cercavano di sottoporre la propria richiesta alle autorità americane invece di attraversare il confine in modo irregolare.
Cosa dicono davvero i numeri
La somma dei dati disponibili disegna un quadro abbastanza chiaro. Le entrate legali nelle principali categorie sono diminuite di circa 145.000 unità, mentre quelle illegali di circa 53.000: il rapporto è quindi di 2,7 a 1. In termini percentuali, circa tre quarti della riduzione complessiva dell’immigrazione riguarda canali legali, non attraversamenti irregolari.
Il calo più marcato riguarda i visti K, destinati a fidanzati e coniugi di cittadini statunitensi, diminuiti del 61 per cento tra febbraio 2024 e febbraio 2026. Anche i visti studenteschi sono scesi del 42 per cento nello stesso confronto temporale, mentre i visti H-1B e H-4, destinati a lavoratori altamente qualificati e alle loro famiglie, hanno registrato un calo del 78 per cento rispetto a febbraio 2024.
Ancora più netto è il crollo dei canali umanitari. Il numero mensile di rifugiati ammessi è passato da 12.518 a dicembre 2024 a 1.341 a marzo 2026, con una riduzione vicina al 90 per cento. Quanto ai richiedenti asilo che si presentavano legalmente ai porti di ingresso lungo il confine sud-occidentale, gli ingressi mensili sono scesi da quasi 40.000 a 26, con un calo del 99,9 per cento.
Questi numeri, però, non raccontano l’intero fenomeno. Non includono tutte le categorie di visto né tutte le persone già presenti negli Stati Uniti a cui è stato impedito ottenere uno status legale o convertire un permesso temporaneo in residenza permanente. Il quadro reale delle restrizioni potrebbe quindi essere ancora più ampio di quello misurato dalle statistiche disponibili.








