Dopo mesi di guerra, il traffico energetico attraverso lo stretto di Hormuz sta lentamente tornando vicino ai livelli registrati prima del conflitto. Le petroliere hanno ripreso a percorrere una delle rotte marittime più importanti del mondo e le esportazioni di greggio dei principali produttori del Medio Oriente sono risalite ai livelli mensili più alti dall’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. La riapertura dei flussi, tuttavia, non equivale a un ritorno alla normalità: il passaggio resta rischioso, alcune navi procedono con i sistemi di identificazione spenti e diversi clienti continuano a non ricevere i carichi già acquistati.
Secondo i dati preliminari raccolti da Kpler e riportati da Reuters, a settembre le esportazioni di greggio dei principali produttori della regione hanno raggiunto circa 16,3 milioni di barili al giorno. Il dato comprende le spedizioni di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Oman, Qatar, Kuwait e Iran e rappresenta il livello più elevato dall’inizio della guerra, alla fine di febbraio. È però ancora inferiore di circa 3,2 milioni di barili al giorno rispetto ai 19,5 milioni registrati nello stesso mese prima dell’inizio delle ostilità. Kpler stima quindi che le esportazioni mediorientali siano tornate a poco meno dell’80 per cento dei livelli prebellici.
La spinta dell’Arabia Saudita
Il principale fattore della ripresa è stato l’aumento delle esportazioni saudite. Riyadh ha più che raddoppiato le spedizioni rispetto ad agosto, passando da circa 2,45 milioni di barili al giorno a circa 5,4 milioni in settembre. L’incremento è arrivato anche dai terminali del Golfo, dopo che alcuni attacchi hanno danneggiato l’oleodotto Est-Ovest, infrastruttura che permette all’Arabia Saudita di trasportare il greggio verso i porti sul Mar Rosso e di evitare il passaggio da Hormuz.
Le esportazioni dal terminale saudita di Ras Tanura, nel Golfo Persico, sono salite a circa 3,25 milioni di barili al giorno, contro i 929 mila di agosto. Si tratta comunque di un volume ancora distante dai 6,4 milioni di barili al giorno registrati a febbraio. La scelta saudita di tornare a utilizzare in misura maggiore i porti del Golfo mostra il compromesso con cui i produttori stanno affrontando la crisi: le rotte alternative riducono il rischio legato allo stretto, ma non hanno capacità sufficiente per sostituirlo completamente.
La ripresa dei flussi è stata inoltre favorita dalla maggiore disponibilità delle compagnie di navigazione a entrare nella zona di pericolo. Le operazioni di sminamento condotte nei mesi estivi e l’individuazione di corridoi considerati relativamente sicuri hanno permesso a diverse petroliere di riprendere il transito. La marina statunitense ha contribuito a sorvegliare alcune aree e a fornire protezione alle navi, anche attraverso il controllo aereo della regione. La sicurezza resta però precaria: prima della guerra lo stretto era attraversato da circa 125 grandi navi commerciali al giorno, mentre oggi i passaggi sono molto più numerosi solo in alcuni periodi e possono diminuire rapidamente dopo un attacco o una minaccia.
In alcuni casi, le petroliere procedono spegnendo il sistema di identificazione automatica, noto come AIS. Il transponder consente di riconoscere una nave e seguirne la posizione; disattivarlo rende più difficile stabilire quali imbarcazioni stiano entrando o uscendo dallo stretto. Per questo i dati sul traffico devono essere considerati preliminari: le società di monitoraggio possono osservare solo una parte delle navi e ricostruire gli itinerari sulla base delle ultime posizioni disponibili, delle immagini satellitari e delle informazioni portuali. Reuters ha sottolineato che le stime sulle esportazioni non comprendono necessariamente le navi che hanno attraversato Hormuz con il transponder spento.
Una riapertura ancora incompleta
Il parziale ritorno delle esportazioni petrolifere attraverso lo stretto di Hormuz non indica che l’Iran abbia perso la capacità di condizionare il traffico marittimo. Teheran può ancora aumentare i costi e i rischi della navigazione minacciando le petroliere, ostacolando i corridoi utilizzati dalle navi o prendendo di mira le infrastrutture energetiche dei Paesi del Golfo. Ogni operazione viene quindi valutata dalle compagnie sulla base della situazione militare, dei premi assicurativi e del rischio che le imbarcazioni o i loro carichi restino fermi per un periodo prolungato.
Nel frattempo, gli esportatori regionali hanno adottato un sistema più flessibile per limitare gli effetti del blocco. Quando possibile, utilizzano oleodotti diretti verso il Mar Rosso e porti situati fuori dall’area più esposta; in altri casi organizzano i transiti marittimi con il supporto della sorveglianza statunitense, ricorrendo anche a trasferimenti di petrolio tra navi. Queste soluzioni hanno permesso di mantenere attiva una parte delle esportazioni, ma non hanno cancellato la fragilità della regione: un attacco contro un terminale, un oleodotto o una nave potrebbe interrompere nuovamente i flussi.
La pressione economica più pesante continua a ricadere sull’Iran. Prima della guerra, circa l’80 per cento delle sue esportazioni veniva trasportato via mare e il petrolio costituiva la principale fonte di entrate per il regime. Il blocco navale statunitense e le difficoltà legate al transito attraverso Hormuz hanno ridotto drasticamente la possibilità di vendere il greggio all’estero, soprattutto verso la Cina. Secondo dati citati da Reuters, per circa sette settimane Teheran non avrebbe effettuato esportazioni significative di petrolio attraverso lo stretto.
Le alternative terrestri e gli accordi con i Paesi confinanti non sono però sufficienti a sostituire il trasporto marittimo. La conseguenza è un ulteriore aggravamento delle difficoltà economiche iraniane, già alimentate dalle sanzioni, dalla riduzione delle entrate petrolifere e dalle spese della guerra. In questo quadro si comprende anche la minaccia di colpire le infrastrutture degli altri Paesi del Golfo: se Teheran non riesce a vendere liberamente il proprio petrolio, può tentare di ostacolare le esportazioni dei suoi concorrenti.
La pressione potrebbe estendersi oltre Hormuz
Secondo diversi analisti, la ripresa delle spedizioni regionali potrebbe spingere l’Iran a rendere più ampia la propria campagna di pressione. L’obiettivo sarebbe costringere i Paesi vicini a sostenere un costo crescente per la collaborazione con gli Stati Uniti e per la continuità delle loro esportazioni energetiche. In questo modo Teheran cercherebbe di trasformare la vulnerabilità dei propri commerci in un problema per l’intera regione e, di conseguenza, per Washington.
La strategia potrebbe concentrarsi non solo sullo stretto di Hormuz, ma anche sulle infrastrutture che permettono di aggirarlo. Oleodotti, porti e rotte del Mar Rosso diventano quindi obiettivi potenziali, soprattutto quando consentono all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti di continuare a vendere petrolio nonostante le difficoltà nel Golfo Persico. Un attacco contro queste strutture avrebbe un effetto economico immediato anche senza bloccare completamente Hormuz.
In questa prospettiva viene osservata con particolare attenzione l’avanzata degli Houthi in Yemen, movimento alleato dell’Iran. Il gruppo ha conquistato nuove posizioni lungo la costa occidentale del Paese e ha esteso la propria presenza nella zona dello stretto di Bab el-Mandeb, che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e all’Oceano Indiano. Una delle aree più importanti è l’isola di Perim, situata nel mezzo dello stretto e strategica per controllare il passaggio delle navi.
Gli Houthi hanno annunciato che il traffico internazionale potrà continuare, ma hanno minacciato di impedire il passaggio alle navi saudite. La misura colpirebbe direttamente la strategia di Riyadh, che negli ultimi mesi ha cercato di utilizzare sempre di più i porti sul Mar Rosso per ridurre la dipendenza da Hormuz. Una parte consistente del petrolio saudita viene trasportata attraverso l’oleodotto Est-Ovest fino a Yanbu, sulla costa occidentale, e da lì caricata sulle navi dirette verso l’Asia.
Il controllo di Bab el-Mandeb permetterebbe quindi agli Houthi di minacciare la principale via alternativa utilizzata dall’Arabia Saudita. Riyadh rischierebbe di trovarsi sotto pressione su entrambi i lati del Paese: a est, per le difficoltà nello stretto di Hormuz; a ovest, per le minacce contro le navi in partenza dai terminali del Mar Rosso. Se il traffico fosse interrotto, anche solo parzialmente, le compagnie potrebbero scegliere di evitare l’intera area e di trasportare il petrolio attraverso la rotta molto più lunga attorno all’Africa.
Il gas del Qatar resta il punto più fragile
La ripresa del petrolio non si è ancora tradotta in una normalizzazione del mercato del gas naturale liquefatto. Il Qatar, uno dei maggiori esportatori mondiali di GNL, dipende quasi completamente dal passaggio attraverso Hormuz. Il Paese non dispone infatti di una rotta alternativa capace di sostituire lo stretto per portare il gas dai terminali di Ras Laffan ai clienti internazionali.
A settembre alcune metaniere legate al Qatar hanno ripreso ad attraversare Hormuz. Tra queste sono state identificate la GasLog Skagen, proveniente dal terminale di Ras Laffan, la Al Ghashamiya, che ha consegnato un carico in India, la Shandong Redwood, diretta in Pakistan, e la Al Daayen, uscita dallo stretto con un carico destinato alla Cina. Una nave vuota collegata al Qatar, la Al Mafyar, è stata inoltre individuata mentre entrava nello stretto il 22 settembre. Il numero complessivo dei transiti resta però incerto, perché alcune metaniere spengono i sistemi di tracciamento durante il passaggio.
I dati mostrano comunque quanto il commercio qatariota sia stato colpito dalla guerra. Nei primi sei mesi del conflitto il Qatar ha esportato appena 18 carichi di GNL, contro i 509 registrati nello stesso periodo dell’anno precedente secondo ICIS. La contrazione è stata stimata da Reuters intorno al 96 per cento alla fine di agosto. La riapertura parziale del traffico non ha quindi ancora permesso di ripristinare i normali programmi di consegna.
QatarEnergy ha prorogato la clausola di forza maggiore per diversi clienti europei e asiatici. La clausola consente a un’azienda di sospendere gli obblighi contrattuali quando eventi fuori dal suo controllo rendono impossibile rispettare le consegne. Edison, uno dei principali clienti europei di QatarEnergy, ha comunicato di avere ricevuto un nuovo avviso: altri sei carichi destinati al terminale Adriatic LNG non saranno consegnati e la sospensione è stata estesa fino all’inizio di dicembre.
Con le nuove cancellazioni, i carichi non consegnati a Edison dall’inizio delle interruzioni, ad aprile, sono saliti a 35. La società italiana ne ha sostituiti 23, soprattutto acquistando gas dagli Stati Uniti. Il contratto venticinquennale tra Edison e QatarEnergy prevede la fornitura di 6,4 miliardi di metri cubi di gas all’anno, una quantità equivalente a circa il 10 per cento dei consumi complessivi italiani. Anche alcuni clienti in Pakistan e Bangladesh sono stati informati che la sospensione delle consegne proseguirà almeno fino a novembre.
Danni a Ras Laffan e tempi lunghi per la ripresa
Alla crisi dei trasporti si aggiungono i danni subiti dagli impianti qatarioti. Gli attacchi contro Ras Laffan hanno danneggiato due unità di produzione di GNL e ridotto di circa il 17 per cento la capacità produttiva del Paese. Il ministro dell’Energia Saad Sherida Al-Kaabi ha affermato che la riparazione delle strutture danneggiate potrebbe richiedere circa tre anni.
Le dodici unità rimaste intatte potrebbero invece tornare a funzionare normalmente nel giro di poche settimane, ma solo quando le navi saranno in grado di attraversare Hormuz in modo regolare e sicuro. È questa la principale differenza tra il mercato del petrolio e quello del GNL: il greggio può essere redistribuito più facilmente attraverso oleodotti, terminali alternativi, stoccaggi e trasferimenti tra navi; il gas qatariota dipende invece da una catena logistica molto più rigida.
Al-Kaabi ha escluso che la costruzione di un gasdotto per aggirare lo stretto possa rappresentare una soluzione economicamente sensata. Un’infrastruttura di questo tipo richiederebbe infatti un nuovo impianto situato fuori dal Qatar per trasformare nuovamente il gas trasportato via tubo in GNL prima di caricarlo sulle metaniere. I costi sarebbero elevati e la capacità non sarebbe disponibile in tempi brevi. La crisi ha quindi reso evidente la dipendenza del Qatar da una singola arteria marittima, ma non ha ancora prodotto un’alternativa concreta.
La diplomazia resta bloccata
La ripresa parziale delle esportazioni coincide con una fase diplomatica ancora incerta. L’Iran ha proposto di riaprire lo stretto entro sette giorni e di porre fine ai combattimenti, chiedendo in cambio la fine del blocco navale statunitense, la sospensione delle sanzioni sulle vendite di petrolio iraniano e un cessate il fuoco. La proposta è stata trasmessa a Washington attraverso mediatori qatarioti, che continuano a spingere per l’avvio di negoziati.
Il presidente statunitense Donald Trump ha però respinto il piano iraniano. Il presidente del Parlamento di Teheran, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha dichiarato che nessuna infrastruttura della regione sarà al sicuro finché non verrà garantita la sicurezza dell’Iran. «In una regione in cui l’Iran non può vendere petrolio, nessun altro venderà petrolio», ha aggiunto, secondo quanto riferito dalla televisione di Stato IRIB.
Le dichiarazioni mostrano che Hormuz non è soltanto un passaggio commerciale, ma anche il principale strumento di pressione a disposizione di Teheran. Il controllo, o anche solo la minaccia di controllo, dello stretto permette all’Iran di influenzare i prezzi, aumentare il costo delle assicurazioni e mettere sotto pressione i governi che dipendono dalle importazioni energetiche. Allo stesso tempo, però, il blocco sta danneggiando soprattutto l’economia iraniana: impedire le esportazioni dei Paesi vicini non garantisce a Teheran la possibilità di vendere il proprio petrolio e può provocare una risposta militare più dura da parte degli Stati Uniti.
Il mercato recupera, ma non è al sicuro
Il ritorno delle esportazioni regionali a circa l’80 per cento dei livelli prebellici riduce il rischio di una crisi energetica globale immediata. La crescita dei flussi sauditi, la riapertura parziale dei passaggi e l’utilizzo di percorsi alternativi hanno permesso di compensare una parte della produzione rimasta bloccata. È anche per questo che il premio di rischio sui prezzi del petrolio si è ridotto rispetto alle fasi più acute della guerra.
Il mercato, tuttavia, non ha recuperato completamente la normalità. Le esportazioni restano inferiori di milioni di barili al giorno rispetto a febbraio, il traffico navale può rallentare dopo ogni nuovo attacco e le stime sono condizionate dalla presenza di navi non tracciabili. Nel settore del GNL, inoltre, la situazione è molto più grave: le consegne qatariote sono ancora sospese per numerosi clienti, l’Italia deve sostituire carichi mancanti con forniture soprattutto statunitensi e la competizione internazionale per il gas può intensificarsi con l’avvicinarsi della stagione invernale.
Hormuz è quindi diventato più poroso, ma non è tornato aperto. Le petroliere riescono nuovamente a passare grazie alla protezione militare, alla pianificazione dei transiti e all’uso di rotte alternative; le metaniere, invece, continuano a muoversi in modo sporadico e selettivo. Finché non ci sarà un accordo politico tra Washington e Teheran, ogni miglioramento resterà reversibile: basta un nuovo attacco contro una nave o un’infrastruttura energetica per riportare il traffico ai livelli minimi e riaccendere la pressione sui prezzi internazionali.






