Venerdì 12 settembre 2026 l’Arabia Saudita ha annunciato la chiusura precauzionale del suo oleodotto Est-Ovest dopo una serie di attacchi con droni lanciati dal territorio iracheno, che hanno colpito le infrastrutture nelle province di Riyadh e Medina e causato alcuni feriti. La chiusura, definita “temporanea e preventiva”, blocca la principale via alternativa di esportazione del petrolio saudita rispetto allo stretto di Hormuz, con possibili ripercussioni sui mercati energetici globali e sugli equilibri del Medio Oriente.
Perché l’oleodotto è cruciale per Riyadh
L’oleodotto Est-Ovest, gestito dalla compagnia statale Aramco, attraversa per circa 1.200 chilometri la penisola arabica, collegando i giacimenti della zona di Abqaiq (nel golfo Persico) al porto di Yanbu sul mar Rosso. Costruito negli anni Ottanta durante la guerra Iran-Iraq per aggirare le difficoltà di navigazione nel golfo Persico, è stato potenziato nel 2026 fino a una capacità massima di 7 milioni di barili al giorno, di cui circa 2 milioni destinati alle raffinerie sulla costa occidentale.
Fino alla scorsa settimana attraverso l’infrastruttura transitavano 4-5 milioni di barili al giorno, pari al 4-5 per cento del petrolio in circolazione nel mondo. La sua funzione strategica è permettere all’Arabia Saudita di esportare greggio verso l’Asia e l’Europa anche quando il transito nello stretto di Hormuz è limitato o interrotto: il petrolio arriva sul mar Rosso e da lì viene imbarcato su navi che passano per lo stretto di Bab el-Mandeb e tornano verso l’oceano Indiano, oppure risalgono il canale di Suez verso il Mediterraneo.
Cosa è successo e cosa si sa degli attacchi
Secondo il ministero degli Esteri saudita, diversi droni partiti dall’Iraq hanno colpito l’oleodotto giovedì mattina, provocando incendi, danni materiali e alcuni feriti nelle province di Riyadh e Medina. Le autorità di Baghdad hanno successivamente confermato che i droni erano stati lanciati dal proprio territorio, localizzando e sequestrando almeno una piattaforma di lancio nella provincia di Maysan, nel sud-est dell’Iraq, area di presenza di milizie filoiraniane.
Riyadh ha scelto per ora di non rispondere militarmente, dichiarando di voler “sostenere gli sforzi del governo iracheno” per individuare e contrastare i responsabili e prevenire nuovi attacchi lanciati dal territorio iracheno contro il regno e i paesi vicini. Fonti saudite e analisti indicano tuttavia che, se i lanci di droni dovessero ripetersi o se le capacità di esportazione rimanessero compromesse a lungo, l’Arabia Saudita potrebbe valutare anche azioni militari, come già avvenuto ad aprile dopo un precedente attacco all’oleodotto.
Impatto sul commercio mondiale di petrolio
La chiusura dell’oleodotto Est-Ovest riduce drasticamente le opzioni di esportazione dell’Arabia Saudita, il maggiore produttore di petrolio al mondo, in un momento in cui le sue esportazioni sono già ai minimi da 13 anni: ad agosto 2026 sono scese a 3,2 milioni di barili al giorno. Per qualche tempo il regno potrà sfruttare le scorte di greggio già stoccate nei terminali occidentali, ma senza riaprire Hormuz o ripristinare l’oleodotto si troverebbe progressivamente senza sbocchi verso i mercati asiatici ed europei.
Una chiusura prolungata ridurrebbe ulteriormente i volumi di petrolio in circolazione, con il rischio di spingere i prezzi del greggio e dei prodotti raffinati verso l’alto, in un contesto già segnato dalla guerra in Medio Oriente iniziata a febbraio con gli attacchi di Stati Uniti e Israele sull’Iran e dalle tensioni sulle rotte marittime. Gli analisti sottolineano che il mercato non ha perso automaticamente 7 milioni di barili al giorno, perché quella cifra rappresenta la capacità massima dell’oleodotto e non il flusso effettivo, ma anche l’interruzione parziale di 4-5 milioni di barili al giorno è significativa per gli equilibri globali.
Il problema aggiuntivo del mar Rosso e degli Houthi
Indipendentemente dall’attacco all’oleodotto, l’Arabia Saudita deve fare i conti con un’altra chiusura de facto di una rotta chiave: quella dello stretto di Bab el-Mandeb, all’uscita meridionale del mar Rosso. Nell’ultima settimana i miliziani Houthi, alleati dell’Iran e in guerra con Riyadh da anni, hanno conquistato la città costiera di Mocha, raggiunto la zona di Dhubab e preso il controllo dell’isola di Perim, che divide il Bab el-Mandeb in due corridoi di navigazione.
Gli Houthi hanno dichiarato che le navi saudite non potranno più transitare dallo stretto; per raggiungere l’Asia dovrebbero quindi passare per Suez, attraversare il Mediterraneo e circumnavigare l’Africa, con tempi e costi molto più elevati. Questa situazione rende ancora più critico il ruolo dell’oleodotto Est-Ovest: se fosse inutilizzabile a lungo, Riyadh si troverebbe con entrambe le principali vie di esportazione (Hormuz e Bab el-Mandeb) di fatto bloccate o estremamente rischiose.
Il contesto regionale: sanzioni all’Iran e guerra per procura
Diversi analisti interpretano l’attacco all’oleodotto come una possibile risposta dell’Iran alle crescenti sanzioni e limitazioni economiche imposte dagli Stati Uniti, che stanno creando gravi problemi al regime di Teheran. Come già nei primi mesi della guerra in Medio Oriente, l’Iran cercherebbe di estendere il conflitto colpendo, tramite milizie alleate in Iraq e Yemen, le infrastrutture energetiche dei paesi vicini agli Stati Uniti, creando danni economici senza uno scontro diretto.
In questo quadro, l’attacco di venerdì è il primo contro l’oleodotto da aprile, quando danni simili avevano causato una perdita stimata di 700mila barili al giorno e avevano spinto l’Arabia Saudita a unirsi ai bombardamenti americani contro obiettivi delle milizie filoiraniane in Iraq. La scelta saudita di non rispondere immediatamente questa volta riflette sia la pressione per evitare un’escalation regionale, sia la volontà di dare spazio alle indagini irachene, ma lascia aperta l’opzione di una reazione più dura in caso di nuovi attacchi o di una chiusura prolungata.
Il patto di mutua difesa Arabia Saudita–Turchia–Pakistan
La tensione crescente ha accelerato anche un processo di ridefinizione delle alleanze regionali. A inizio agosto, alla Mecca, Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato un patto di mutua difesa, presentato come una nuova alleanza militare con possibili effetti sul Medio Oriente e oltre. Il testo definitivo non è ancora stato diffuso, ma i tre governi hanno indicato che l’accordo prevede una clausola di “difesa collettiva”: ogni attacco armato contro uno dei tre stati sarà considerato come un attacco contro tutti gli altri.
Il patto, fortemente voluto dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, nasce dalla percezione saudita di un alleato americano sempre più inaffidabile e instabile, incapace di risolvere la guerra in Medio Oriente e di neutralizzare la minaccia iraniana. Riyadh ha quindi deciso di diversificare le proprie alleanze, senza rompere il legame storico con Washington, ma cercando alternative regionali: Pakistan e Turchia, entrambi paesi a maggioranza sunnita, con eserciti rilevanti e ambizioni di influenza nel Medio Oriente.
Il Pakistan porta nell’alleanza un esercito molto numeroso e la deterrenza nucleare, anche se non è ancora chiaro come questa potrà essere estesa agli altri due paesi. La Turchia contribuisce con uno degli eserciti meglio addestrati della regione, ampie capacità logistiche e di intelligence e una consolidata esperienza nell’uso dei droni. L’Arabia Saudita mette a disposizione un esercito ben equipaggiato e, soprattutto, ingenti risorse finanziarie derivanti dalla rendita petrolifera.
Tutti e tre i partecipanti insistono sul carattere difensivo dell’accordo, ma l’impatto reale dipenderà da quanto vincolante sarà la clausola di mutua difesa e da quali eccezioni verranno previste. È improbabile, ad esempio, che un nuovo bombardamento iraniano sull’Arabia Saudita porti automaticamente a un attacco diretto di Turchia e Pakistan contro l’Iran; più realisticamente, il patto potrebbe tradursi in forniture di armi difensive, addestramento, supporto logistico e coordinamento politico.
Questa settimana il ministro della Difesa pakistano Khawaja Asif ha dichiarato che, in caso di “aggressione non provocata” o di un’espansione in Arabia Saudita di quanto sta accadendo in Yemen, l’accordo della Mecca “entrerà di sicuro in funzione”. Resta da vedere come questa dichiarazione si tradurrà in pratica, soprattutto considerando che tutti e tre i paesi hanno già tensioni o conflitti con i vicini: Riyadh con gli Houthi e l’Iran, Islamabad con l’India, Ankara con la Grecia nel mar Egeo.






