Lo stretto di Bab el-Mandeb è uno dei passaggi marittimi più strategici del pianeta: un corridoio lungo e stretto che collega il mar Rosso con il golfo di Aden e, attraverso di esso, con l’oceano Indiano, fungendo da “porta di ingresso” meridionale al canale di Suez e quindi alla rotta più breve tra Asia ed Europa. Il suo nome arabo significa letteralmente “Porta delle Lacrime”, un soprannome che evoca le sue difficili condizioni di navigazione e la lunga storia di naufragi, conflitti locali e tentativi di controllo da parte di imperi e potenze regionali. Oggi, dopo anni di guerra in Yemen e di attacchi alle navi nel Mar Rosso, lo stretto è tornato al centro dell’attenzione perché il gruppo armato degli Houthi, sostenuto dall’Iran, ha consolidato il proprio controllo sulla costa yemenita e sull’isola di Perim, ottenendo una leva diretta su una delle principali arterie del commercio e del petrolio mondiali.
Geografia e caratteristiche fisiche dello stretto
Bab el-Mandeb si trova all’estremità meridionale del mar Rosso, tra la penisola arabica (Yemen) e il Corno d’Africa (Gibuti ed Eritrea), e costituisce il punto di passaggio obbligato per chi vuole entrare o uscire dal mar Rosso verso sud. Nel suo punto più stretto lo stretto misura circa 29 chilometri (18 miglia), una larghezza ridotta che costringe il traffico marittimo a concentrarsi in due canali principali, uno per la direzione di entrata e uno per quella di uscita, separati dall’isola vulcanica di Perim, nota in arabo come Mayyun. Perim si trova quasi al centro del passaggio più angusto e divide lo stretto in un canale più stretto sul lato yemenita e uno più ampio sul lato africano, rendendo l’isola un punto di osservazione e di fuoco ideale per chiunque voglia monitorare o minacciare il transito delle navi.
La conformazione geografica rende Bab el-Mandeb intrinsecamente vulnerabile: le dimensioni limitate non consentono di istituire rotte di sicurezza alternative passando dal lato africano, perché anche quella fascia è esposta a possibili attacchi da terra e da mare, e perché le condizioni oceanografiche e meteorologiche della zona sono già di per sé complesse. Le correnti, i venti e la morfologia del fondale contribuiscono a rendere la navigazione delicata, specialmente per le grandi petroliere e portacontainer che richiedono fondali profondi e margini di manovra ampi, e che quindi devono seguire con precisione i corridoi di traffico tracciati dalle autorità marittime internazionali. Questo spiega perché il controllo anche solo di una piccola isola come Perim, o di pochi porti sulla costa yemenita, possa tradursi in una capacità di fatto di “chiudere” o mettere sotto ricatto l’intero stretto.
Importanza per il commercio globale e per il petrolio
Bab el-Mandeb è uno dei principali “chokepoint” energetici e commerciali del mondo, al pari dello stretto di Hormuz nel golfo Persico e del canale di Suez nel Mediterraneo orientale. Attraverso di esso transita circa il 12 per cento del commercio mondiale di merci, compresa una quota molto significativa di petrolio greggio, prodotti raffinati e gas naturale liquefatto diretti verso l’Europa, l’Asia e altre regioni. Insieme a Hormuz, Bab el-Mandeb concentra più di un quarto del traffico marittimo mondiale di petrolio e prodotti petroliferi, mentre quasi un terzo del traffico globale di container passa per il Mar Rosso, e quindi necessariamente attraverso lo stretto.
La sua importanza è strettamente legata al canale di Suez: le navi che dall’Asia vogliono raggiungere l’Europa (e viceversa) senza dover circumnavigare l’Africa devono passare per Bab el-Mandeb, risalire il Mar Rosso, attraversare Suez e poi entrare nel Mediterraneo. Qualsiasi interruzione o forte riduzione del transito nello stretto si ripercuote immediatamente sui tempi e sui costi delle spedizioni, perché le alternative sono molto più lunghe e costose: in caso di chiusura, le navi sarebbero costrette a passare per Suez, il Mediterraneo e poi circumnavigare l’Africa, con un aumento del tempo di navigazione di circa 30 giorni e un forte incremento dei costi di carburante, assicurazione e noleggio. Questo impatto si traduce in rincari dei noli, aumento dei premi assicurativi per le rotte a rischio e, in ultima analisi, in pressioni inflazionistiche sui beni trasportati via mare, dall’energia ai prodotti manifatturieri.
Nel contesto mediorientale, Bab el-Mandeb ha acquisito un’importanza ancora maggiore dopo l’escalation regionale che ha coinvolto Iran, Arabia Saudita e altri attori: con lo stretto di Hormuz reso insicuro o di fatto chiuso dalle tensioni, l’Arabia Saudita ha deviato una parte significativa delle proprie esportazioni di petrolio verso il Mar Rosso, utilizzando oleodotti interni che portano il greggio dai giacimenti orientali fino ai terminali di Yanbu e altri porti sulla costa occidentale. Da lì, le petroliere saudite escono proprio attraverso Bab el-Mandeb per raggiungere i mercati asiatici ed europei, rendendo lo stretto non solo una via di transito per terzi paesi, ma un’arteria vitale per la stessa economia saudita. Di conseguenza, qualsiasi minaccia al passaggio nello stretto ha un effetto diretto sulla capacità dell’Arabia Saudita di esportare petrolio in sicurezza, e quindi sui prezzi globali del greggio.
La guerra in Yemen e l’ascesa degli Houthi sulla costa del Mar Rosso
Per capire come Bab el-Mandeb sia diventato un terreno di scontro diretto, bisogna guardare alla guerra in Yemen, iniziata nel 2014, quando gli Houthi – movimento armato sciita zaidita noto ufficialmente come Ansar Allah (“Difensori di Dio”) – presero il controllo della capitale Sana’a e di ampie zone del nord del paese, costringendo il governo internazionalmente riconosciuto a rifugiarsi ad Aden e poi a cercare sostegno esterno. L’intervento militare guidato dall’Arabia Saudita a partire dal 2015, a sostegno del governo yemenita, trasformò il conflitto in una lunga guerra per procura tra Riyadh e Teheran, con gli Houthi sostenuti dall’Iran e il governo di Aden sostenuto dalla coalizione saudita. Il conflitto ha causato centinaia di migliaia di morti, una delle peggiori crisi umanitarie al mondo e la frammentazione del paese tra diverse fazioni e milizie.
Nel 2022 fu raggiunto un cessate il fuoco che, pur non risolvendo politicamente il conflitto, congelò di fatto le linee del fronte e lasciò gli Houthi al potere in gran parte del nord e dell’ovest dello Yemen, compresa Sana’a. Negli ultimi mesi, tuttavia, le ostilità sono riprese con maggiore intensità: gli Houthi hanno lanciato nuove offensive sulla costa del Mar Rosso, conquistando porti e città strategiche come Hodeidah, Mocha (la storica città che dà il nome a una varietà di caffè) e Dhubab, quest’ultimo situato proprio di fronte all’isola di Perim. Con la presa di Dhubab e di Perim, gli Houthi hanno completato il controllo della costa yemenita affacciata su Bab el-Mandeb, ottenendo una posizione dominante sullo stretto.
Hodeidah, in particolare, è stato un porto chiave da cui, già nel 2023, gli Houthi avevano fatto partire attacchi con razzi e missili contro navi commerciali, in segno di solidarietà con la popolazione palestinese colpita dalla guerra a Gaza. Anche quando gli attacchi si erano temporaneamente ridotti dopo un accordo con gli Stati Uniti, il traffico nello stretto non era tornato ai livelli precedenti, perché molte compagnie di navigazione continuavano a considerare la rotta troppo rischiosa, deviando le proprie navi verso percorsi alternativi e più lunghi. La nuova offensiva degli Houthi sulla costa ha quindi trovato un contesto già segnato da una forte riduzione del transito e da una percezione di insicurezza strutturale della rotta del Mar Rosso.
Il controllo Houthi di Perim e la leva sullo stretto
La conquista dell’isola di Perim rappresenta il punto di svolta dal punto di vista militare e strategico: da lì, gli Houthi possono osservare e, se lo decidono, colpire con relativa facilità qualsiasi nave in transito nei due canali dello stretto, anche utilizzando droni e missili a corto raggio che non avrebbero altrimenti l’autonomia sufficiente per raggiungere le rotte principali partendo dalla terraferma. Perim è un’isola rocciosa e vulcanica di circa 13 chilometri quadrati, praticamente disabitata se non per presidi militari, ma la sua posizione al centro del passaggio più angusto la rende un moltiplicatore di forza: chi la controlla può di fatto “mettere sotto tiro” l’intera larghezza dello stretto senza bisogno di una flotta navale significativa.
Secondo diverse fonti, gli Houthi hanno preso possesso di Perim dopo il ritiro delle forze governative yemenite, completando così il loro controllo dell’area di Bab el-Mandeb e consolidando una posizione che permette loro di influenzare una delle principali rotte di navigazione internazionali. Da Perim, insieme ai porti di Hodeidah, Mocha e Dhubab e alle isole Hanish più a nord, gli Houthi dispongono di una catena di punti di appoggio che coprono l’intero tratto di mare tra il golfo di Aden e l’ingresso meridionale del Mar Rosso. Questo consente loro non solo di minacciare il transito, ma anche di selezionare quali navi far passare e quali bloccare o attaccare, come hanno già fatto in passato prendendo di mira soprattutto le imbarcazioni legate all’Arabia Saudita e ad altri paesi considerati ostili.
Gli Houthi hanno annunciato che il traffico attraverso lo stretto resta “libero e sicuro” per tutti, tranne che per le navi saudite, una dichiarazione che riflette sia la loro volontà di non provocare una chiusura totale immediata, sia il desiderio di mantenere una leva politica ed economica su Riyadh e sui suoi alleati. Tuttavia, la semplice possibilità di attacchi selettivi è sufficiente a spingere le compagnie di navigazione a ricalcolare i rischi, aumentare i premi assicurativi o, in alcuni casi, deviare le rotte, con effetti a catena sui costi e sui tempi delle spedizioni. In questo senso, il controllo di Perim e della costa del Mar Rosso dà agli Houthi un potere di interdizione parziale ma molto efficace, senza necessariamente dover dichiarare formalmente chiusa la navigazione.
Il rapporto tra Houthi e Iran: alleanza strategica ma autonoma
Gli Houthi sono comunemente descritti come un gruppo alleato dell’Iran e parte del cosiddetto “asse della resistenza”, ossia quell’insieme di milizie e stati che sostengono Teheran in Medio Oriente, insieme a formazioni come Hezbollah in Libano e diverse milizie sciite in Iraq. Tuttavia, il rapporto tra Houthi e Iran presenta caratteristiche peculiari: pur condividendo strategie militari e obiettivi di politica estera, come l’ostilità verso Arabia Saudita, Israele e Stati Uniti, gli Houthi mantengono un grado di autonomia decisionale superiore rispetto ad altri membri dell’asse. A differenza di Hezbollah o di alcune milizie irachene, nate con un forte impulso e sostegno organizzativo iraniano fin dalle origini, gli Houthi sono emersi come movimento locale yemenita già negli anni Novanta, con radici nelle comunità zaidite del nord del paese e una storia di insurrezioni contro il governo centrale ben prima di stabilire legami stretti con Teheran.
I primi contatti tra Houthi e Iran risalgono probabilmente alle prime insurrezioni del gruppo, a partire dal 2004, ma è soprattutto dopo la conquista di Sana’a nel 2014 e l’inizio della guerra civile che il sostegno iraniano è diventato più visibile e strutturato. L’Iran fornisce agli Houthi armi, componenti per missili e droni, supporto logistico e consiglieri militari, elementi che il gruppo yemenita fatica a produrre autonomamente in quantità e qualità sufficienti. Inchieste giornalistiche hanno documentato voli e trasferimenti di materiale militare e finanziario dall’Iran verso lo Yemen, confermando che il flusso di armi e tecnologie è una componente essenziale della capacità offensiva degli Houthi, compresa quella di colpire obiettivi marittimi e terrestri a distanza.
Questo sostegno non si traduce però in un rapporto di comando diretto: gli Houthi prendono spesso iniziative autonome, dettate dalle priorità locali e dalla lettura yemenita del contesto regionale. Un esempio è stato il loro attivismo durante la guerra a Gaza, quando hanno bombardato per mesi le navi commerciali occidentali nel Mar Rosso in segno di solidarietà con i palestinesi, mentre l’Iran è rimasto relativamente cauto e non ha ordinato un’escalation immediata su tutti i fronti. Allo stesso modo, quando nel febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno colpito direttamente l’Iran, gli Houthi sono stati tra i pochi membri dell’asse della resistenza a non intervenire rapidamente in suo soccorso, scegliendo di non esporsi eccessivamente per non attirare ritorsioni dirette o indebolire la propria posizione interna rispetto a fazioni yemenite rivali.
L’alleanza tra Houthi e Iran è quindi solida ma flessibile: Teheran vede negli Houthi una leva preziosa per tenere sotto pressione l’Arabia Saudita sul suo confine meridionale e per minacciare le rotte energetiche del Mar Rosso, mentre gli Houthi sfruttano il sostegno iraniano per rafforzare la propria posizione militare e negoziale, senza per questo rinunciare a una propria agenda nazionale e regionale. La recente escalation, con la ripresa degli scontri tra Houthi e Arabia Saudita e la chiusura de facto di Bab el-Mandeb alle navi saudite, si inserisce in questa logica: è un’azione che serve sia gli interessi iraniani di destabilizzare Riyadh e i suoi alleati, sia gli obiettivi yemeniti degli Houthi di consolidare il proprio potere e ottenere concessioni politiche ed economiche.
Scenari possibili: chiusura parziale, blocco selettivo e impatto sui prezzi del petrolio
La situazione attuale configura diversi scenari possibili per il futuro di Bab el-Mandeb. Il più probabile, nel breve periodo, è quello di un blocco selettivo e di una “gestione del rischio” da parte degli Houthi: il transito rimane formalmente aperto, ma le navi legate all’Arabia Saudita o ad altri paesi considerati ostili sono soggette a controlli, minacce o attacchi, mentre altre imbarcazioni possono passare con maggiori garanzie, seppur con premi assicurativi più alti. Questo scenario permette agli Houthi di mantenere una leva continua su Riyadh e sui mercati energetici, senza provocare una reazione internazionale immediata e massiccia come potrebbe accadere in caso di chiusura totale dello stretto
Uno scenario più estremo, ma non impossibile, è quello di una chiusura parziale o totale di Bab el-Mandeb, dovuta a un’escalation militare più ampia o a una decisione politica degli Houthi e dei loro sostenitori. In questo caso, le conseguenze sarebbero immediate e globali: le petroliere saudite e di altri paesi del Golfo non potrebbero più usare la rotta del Mar Rosso per raggiungere l’Europa e parte dell’Asia, e sarebbero costrette a circumnavigare l’Africa, con un aumento dei tempi di navigazione di circa 30 giorni e un forte incremento dei costi. Questo ridurrebbe l’offerta effettiva di petrolio sul mercato, spingendo i prezzi del greggio verso l’alto e generando tensioni inflazionistiche in molte economie già fragili.
Un terzo scenario è quello di una stabilizzazione negoziata, in cui un nuovo accordo regionale o internazionale riduca le ostilità nel Mar Rosso e garantisca corridoi di sicurezza per il transito commerciale, magari sotto il monitoraggio di una coalizione navale internazionale. Questo richiederebbe però non solo un’intesa tra Houthi e Arabia Saudita, ma anche un allineamento tra Iran, Stati Uniti e altri attori regionali, in un contesto già segnato da molteplici focolai di tensione, dallo stretto di Hormuz alla Striscia di Gaza, dal Libano all’Iraq. Fino a quando questi nodi resteranno irrisolti, Bab el-Mandeb continuerà a essere un punto di frizione strategica, dove le dinamiche locali yemenite si intrecciano con gli equilibri energetici e geopolitici globali.
Perché Bab el-Mandeb conta più di quanto sembri
Bab el-Mandeb è molto più di un semplice passaggio marittimo: è un punto di convergenza tra geografia, economia e politica, dove una stretta fascia di mare diventa uno strumento di potere nelle mani di chi riesce a controllarla. La sua importanza deriva dalla combinazione di fattori fisici (la strettezza del passaggio, la presenza di Perim, la mancanza di rotte alternative praticabili) e fattori geopolitici (la guerra in Yemen, la rivalità Iran-Arabia Saudita, la dipendenza globale dalle rotte energetiche del Medio Oriente). In un mondo in cui gran parte del commercio e dell’energia viaggia via mare, la capacità di interrompere o minacciare un singolo stretto può avere effetti a catena su economie lontane migliaia di chilometri, dai porti europei a quelli asiatici.
La recente presa di Perim e della costa del Mar Rosso da parte degli Houthi ha reso questo ruolo ancora più evidente: un gruppo armato nato come movimento locale yemenita, sostenuto ma non completamente controllato dall’Iran, si trova ora nella posizione di influenzare direttamente una delle principali arterie del commercio mondiale. Questo trasforma Bab el-Mandeb in un termometro della stabilità mediorientale: ogni escalation tra Houthi, Arabia Saudita, Iran e potenze occidentali si riflette immediatamente nella sicurezza del transito, nei costi delle spedizioni e, in ultima analisi, nei prezzi dell’energia e dei beni che attraversano quel passaggio. Conoscere Bab el-Mandeb, quindi, non è solo una questione di geografia: è un modo per leggere le tensioni che attraversano il Medio Oriente e le loro ripercussioni sulla vita economica e politica globale.





