Manchester City, il caso delle 115 accuse: dai compensi di Mancini alle sponsorizzazioni, fino alle regole finanziarie e alla mancata collaborazione con la Premier League

Il Manchester City è stato dichiarato colpevole su quasi tutte le contestazioni mosse dalla Premier League nel maxi procedimento aperto nel 2023 sulle presunte violazioni delle regole finanziarie: il club sarebbe stato ritenuto responsabile su 114 delle 115 accuse, mentre le sanzioni devono ancora essere definite e il City è atteso al ricorso. Al di là dell’esito, resta centrale capire che cosa contestava esattamente la Premier: le accuse coprono un arco temporale molto ampio (dal 2009 al 2018 per la parte finanziaria, fino al 2023 per la collaborazione) e toccano diversi fronti, dalla remunerazione dell’allenatore Roberto Mancini e dei calciatori, ai ricavi da sponsorizzazione, al rispetto delle norme UEFA e delle Profitability and Sustainability Rules (PSR), fino alla cooperazione fornita dal club durante le indagini.

Il cuore del caso: informazioni finanziarie, sponsor e cooperazione

Il nucleo delle contestazioni ruota attorno alla completezza e alla correttezza delle informazioni finanziarie fornite alla Premier League, alla rappresentazione dei ricavi da sponsorizzazione come “redditi di mercato” e non come finanziamenti occulti del proprietario, e alla trasparenza sui compensi di allenatore e giocatori. A questo si aggiunge un capitolo specifico sulla collaborazione: la Premier imponde ai club di “cooperare e assistere” le indagini in “assoluta buona fede”, consegnando documenti e informazioni in modo “pieno, completo e tempestivo”. La somma di questi filoni ha reso il caso City uno dei più complessi e rilevanti nella storia recente del calcio inglese, con implicazioni che vanno oltre le semplici sanzioni sportive.

I compensi a Roberto Mancini: otto contestazioni sulla remunerazione dell’allenatore

Una prima parte del procedimento riguarda otto presunte violazioni delle regole che imponevano ai club di fornire “tutti i dettagli della remunerazione dell’allenatore nei relativi contratti”. Le contestazioni coprono il periodo dal 2009/10 al 2012/13, quando Roberto Mancini sedeva sulla panchina del Manchester City e guidò il club alla conquista della Premier League del 2012. Secondo documenti pubblicati da Der Spiegel, Mancini avrebbe avuto un contratto con il City per uno stipendio base da circa 1,45 milioni di sterline lorde e, parallelamente, un accordo da circa 1,75 milioni di sterline all’anno in qualità di consulente dell’Al Jazira, club con sede ad Abu Dhabi, per il quale avrebbe dovuto svolgere quattro giorni di attività tecnica all’anno. Sempre secondo la ricostruzione basata sui documenti trapelati, la società di Mancini, Italy International Services, avrebbe emesso fatture trimestrali al Manchester City, con il denaro poi trasferito attraverso l’Abu Dhabi United Group (ADUG) e successivamente all’Al Jazira. Il punto della contestazione non riguarda quindi semplicemente l’esistenza dei compensi, ma la presunta mancata comunicazione completa alla Premier League della remunerazione dell’allenatore.

Le accuse sui pagamenti ai calciatori: dodici violazioni e il caso dei diritti d’immagine

Un secondo blocco comprende 12 presunte violazioni relative all’obbligo di inserire nei contratti tutti i dettagli della remunerazione dei calciatori. Le accuse riguardano sei stagioni, dal 2010/11 al 2015/16, con due contestazioni per ciascuna annata. Non è stato però confermato ufficialmente a quale giocatore o a quali giocatori facciano riferimento. Una delle norme coinvolte comprende anche i diritti d’immagine: Der Spiegel aveva pubblicato due contratti tra DS Management Ltd, società offshore riconducibile all’allora agente di Yaya Touré, Dimitri Seluk, e ADUG. Gli accordi prevedevano pagamenti per 4 milioni di euro prima e 4 milioni di sterline successivamente, distribuiti su più anni. Secondo la ricostruzione alla base delle contestazioni, in condizioni ordinarie tali pagamenti avrebbero dovuto essere effettuati dal club e non direttamente dall’azionista, rendendo opaca la reale struttura retributiva del giocatore.

Sponsorizzazioni e informazioni finanziarie: il blocco più consistente (50 accuse)

La parte numericamente più rilevante riguarda 50 presunte violazioni dell’obbligo di fornire informazioni finanziarie accurate alla Premier League. Le contestazioni coprono nove stagioni, dal 2009/10 al 2017/18, e riguardano in particolare i ricavi da sponsorizzazione. L’ipotesi alla base delle accuse è che una parte rilevante delle somme contabilizzate come provenienti dagli sponsor sia stata in realtà finanziata direttamente da Abu Dhabi United Group, proprietario del Manchester City, trasformando di fatto investimenti del proprietario in “ricavi commerciali” utili a rispettare le regole di sostenibilità. Due dei rapporti maggiormente analizzati sono quelli con Etisalat ed Etihad Airways, entrambe società controllate dallo Stato. Nel precedente procedimento UEFA, l’organo giudicante dell’organismo europeo aveva sostenuto che, nell’ambito di un contratto di sponsorizzazione con Etisalat da 16,5 milioni di sterline, lo sponsor avesse versato direttamente 1,5 milioni, mentre altri 15 milioni sarebbero stati finanziati da ADUG per due anni, nel 2012 e nel 2013. Quelle contestazioni furono tuttavia considerate prescritte dal Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS) nel successivo procedimento UEFA. Per Etihad, invece, l’organo giudicante UEFA aveva sostenuto che la compagnia aerea avesse contribuito direttamente soltanto per 8 milioni di sterline a sponsorizzazioni del valore di 35 milioni, 65 milioni e 67,5 milioni rispettivamente nelle stagioni 2012/13, 2013/14 e 2015/16, mentre il resto sarebbe stato finanziato da ADUG. Anche in questo caso è necessario distinguere il procedimento UEFA da quello della Premier: nel ricorso davanti al TAS, la maggioranza del collegio arbitrale ritenne che non vi fossero prove sufficienti per dimostrare quelle violazioni, ma le contestazioni inglesi sono autonome e si basano su un diverso standard probatorio e su un diverso arco temporale.

Le 30 accuse per mancata collaborazione: “cooperare in assoluta buona fede”

Un altro capitolo particolarmente rilevante riguarda 30 presunte violazioni legate alla collaborazione del Manchester City con l’indagine della Premier League. Le contestazioni coprono cinque stagioni, dal 2018/19 al 2022/23, con sei presunte violazioni per ogni annata. Le regole della Premier impongono ai club di “cooperare e assistere” le indagini, fornendo documenti e informazioni “in assoluta buona fede”. Le società non possono inoltre rifiutare di consegnare documenti sostenendo semplicemente che siano riservati e sono tenute a garantire un’assistenza “piena, completa e tempestiva”. Una sentenza della Court of Appeal del 2021 aveva rivelato che, due anni dopo l’apertura dell’indagine Premier nel 2018, un tribunale arbitrale aveva ordinato al City di consegnare determinati documenti e informazioni e di effettuare verifiche presso soggetti terzi. Il club aveva contestato quella decisione arbitrale, ma senza successo. Sul fronte UEFA, nel 2020 il TAS aveva inoltre ritenuto il City responsabile di avere ostacolato l’indagine dell’organismo europeo, circostanza che portò a una multa da 10 milioni di euro. Anche questo episodio, però, appartiene a un procedimento distinto da quello della Premier League.

Le contestazioni sulle Profitability and Sustainability Rules (PSR) e il rispetto delle norme UEFA

Un’altra sezione riguarda le Profitability and Sustainability Rules (PSR), cioè le norme della Premier sulla sostenibilità economico-finanziaria dei club. Il documento originario delle accuse cita 25 violazioni di regole relative alle stagioni dal 2015/16 al 2017/18. Tuttavia, la questione è più complessa di quanto suggerisca il numero: per ciascuna stagione il documento richiama infatti otto o nove differenti disposizioni regolamentari, alcune delle quali non sarebbero materialmente applicabili al Manchester City – per esempio quelle riferite all’eventualità che un club avesse militato nell’EFL. Considerando quindi il cuore sostanziale delle contestazioni, si potrebbe parlare di tre presunte violazioni PSR, una per ciascuna delle tre stagioni interessate. A queste contestazioni si aggiungono cinque presunte violazioni derivanti dall’obbligo previsto dalle regole della Premier di rispettare anche la normativa finanziaria UEFA. Le accuse riguardano cinque stagioni consecutive, dal 2013/14 al 2017/18. Anche in questo caso è importante non confondere il procedimento della Premier con quello UEFA conclusosi nel 2020: le contestazioni inglesi sono autonome e derivano dall’obbligo imposto ai club della Premier League di rispettare le regole finanziarie dell’organismo europeo.

Perché si parla di 115, 130 o 108 accuse: la “matematica” del caso City

È proprio la somma delle varie contestazioni ad avere creato uno degli aspetti più curiosi dell’intera vicenda. La cifra entrata nell’immaginario collettivo è quella delle 115 accuse, annunciata quando la Premier League rese pubblico il procedimento il 6 febbraio 2023. Successivamente furono però corretti alcuni errori presenti nell’elenco originario. Sommando letteralmente tutte le disposizioni indicate come violate nel documento corretto si arriva infatti a 130: 8 contestazioni sui compensi di Mancini, 12 sui compensi dei calciatori, 50 sulle informazioni finanziarie, 30 sulla mancata collaborazione, 25 sulle PSR e 5 sul rispetto delle regole UEFA. Ma anche la cifra di 130 può essere fuorviante: alcune norme citate nella sezione PSR non sarebbero infatti applicabili al Manchester City. Considerando quelle contestazioni come tre violazioni sostanziali, una per stagione, il totale scenderebbe a 108. Da qui la convivenza di tre numeri – 115, 130 e 108 – utilizzati nelle ricostruzioni del caso. La cifra di 115 resta quella comunemente associata al procedimento perché è quella con cui la Premier League presentò inizialmente le accuse.

Cosa cambia rispetto al caso UEFA e cosa potrebbe succedere ora

Al di là della questione numerica, il cuore del caso resta comunque ben definito: la Premier League contesta al Manchester City la completezza e correttezza delle informazioni finanziarie fornite, la rappresentazione dei ricavi da sponsorizzazione, la comunicazione integrale dei compensi di allenatore e calciatori, il rispetto delle norme finanziarie inglesi ed europee e, infine, il livello di collaborazione garantito dal club durante le indagini. Rispetto al procedimento UEFA, chiuso nel 2020 con una multa e l’annullamento in appello di alcune sanzioni per prescrizione o insufficienza di prove, il caso Premier è autonomo, copre un arco temporale più ampio e si basa su regole interne al campionato inglese. Le sanzioni possibili vanno da multe molto elevate a deduzioni di punti, fino a scenari estremi come la retrocessione o la revoca di titoli, anche se la gravità della pena dipenderà dalla valutazione della commissione indipendente e dagli eventuali ricorsi. Il City, che ha sempre negato ogni illecito, è atteso al ricorso: questo significa che la vicenda, anche dopo il verdetto di colpevolezza su 114 accuse, potrebbe avere ancora diversi sviluppi prima di una definizione definitiva

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