La Russia ha nel mirino le fabbriche di armi europee: sospetti sabotaggi per indebolire il sostegno all’Ucraina

La Russia ha nel mirino le fabbriche di armi europee: sospetti sabotaggi per indebolire il sostegno all’Ucraina

La Russia ha nel mirino le fabbriche di armi europee: sospetti sabotaggi per indebolire il sostegno all’Ucraina

La Russia avrebbe avviato una nuova campagna di sabotaggi contro le aziende europee della difesa che producono armi e sistemi destinati all’Ucraina. L’obiettivo, secondo fonti dell’intelligence occidentale citate dalla stampa britannica, sarebbe colpire le catene di approvvigionamento militari senza superare la soglia necessaria per provocare una risposta collettiva della Nato. Una strategia condotta nella cosiddetta “zona grigia” della guerra ibrida, dove incendi, esplosioni, cyberattacchi e operazioni clandestine vengono calibrati per mantenere una plausibile negabilità e complicare l’attribuzione delle responsabilità.

Il sospetto è che il Cremlino non ricorra necessariamente a propri agenti operativi inviati in Europa, ma utilizzi intermediari locali, compresi membri di bande criminali. Le reclute verrebbero contattate attraverso applicazioni di messaggistica online, tra cui Telegram, e pagate anche in criptovalute. In alcuni casi, gli esecutori potrebbero non essere consapevoli di agire nell’interesse di un servizio di intelligence straniero: riceverebbero soltanto istruzioni frammentarie per appiccare un incendio, danneggiare un impianto o colpire un’infrastruttura industriale.

L’incendio alla Milrem Robotics

Uno degli episodi più recenti riguarda l’Estonia. Nella notte del 15 agosto, un edificio utilizzato da Milrem Robotics, società con sede a Tallinn specializzata in veicoli militari terrestri senza equipaggio, è stato incendiato. L’azienda fornisce sistemi destinati anche alle forze ucraine e rappresenta uno dei principali operatori europei nel settore della robotica militare.

Il primo ministro estone Kristen Michal ha dichiarato che gli investigatori stanno valutando l’ipotesi di un atto doloso e un possibile coinvolgimento russo. Tuttavia, al momento non è stata accertata alcuna responsabilità di Mosca. La società ha inoltre fatto sapere che l’incendio non ha interrotto la produzione, la catena dei fornitori né le consegne previste all’Ucraina.

L’indagine ha assunto rapidamente una dimensione transfrontaliera. La Lettonia ha arrestato tre propri cittadini sospettati di essere coinvolti nell’attacco e ha avviato un procedimento anche sulla possibile assistenza a uno Stato straniero in attività dirette contro un altro Paese. Le autorità lettoni non hanno però reso pubbliche prove definitive che colleghino i fermati alla Russia o ai suoi apparati di sicurezza.

Le esplosioni in Bulgaria e Italia

L’incendio alla Milrem Robotics si inserisce in una sequenza di incidenti che ha riacceso i timori sulla sicurezza delle industrie europee della difesa. Il 10 agosto, un incendio seguito da esplosioni ha colpito un impianto della società bulgara EMCO, uno dei maggiori produttori privati di armamenti del Paese. La fabbrica realizza, tra l’altro, munizioni d’artiglieria da 155 millimetri destinate all’Ucraina.

Secondo le prime ricostruzioni, il rogo sarebbe iniziato su un camion parcheggiato nelle vicinanze di un magazzino. L’incidente ha imposto l’evacuazione dell’area e ha alimentato interrogativi sulla possibile origine dell’evento. Non è stata tuttavia stabilita una connessione con l’incendio estone né è emersa una prova pubblica di un’operazione russa coordinata.

Tre giorni dopo, il 13 agosto, un’esplosione ha danneggiato lo stabilimento KNDS Ammo Italy di Colleferro, vicino a Roma. Il sito, un tempo appartenente a Simmel Difesa, produce munizioni di medio e grosso calibro e propellenti solidi utilizzati anche nel settore aerospaziale. L’incendio sarebbe partito da un’unità impegnata nella lavorazione della polvere da sparo; non sono state segnalate vittime. L’origine del rogo resta oggetto di accertamenti.

Il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha escluso, sulla base delle informazioni disponibili, elementi che indichino un coinvolgimento russo, definendo l’incidente compatibile con un problema interno. Anche la procura di Velletri mantiene aperta l’inchiesta, ma ha precisato che finora non sono emersi elementi in grado di indicare una causa diversa dall’incidente.

Una campagna più ampia

Gli episodi di Estonia, Bulgaria e Italia si aggiungono ad altri casi sospetti registrati negli ultimi anni. In Repubblica Ceca, un incendio ha quasi distrutto uno stabilimento che produceva droni e ottiche termiche destinate all’Ucraina; quattro persone sono state arrestate nell’ambito dell’indagine su un possibile coinvolgimento russo. In Lituania, invece, sei persone sono state accusate di aver tentato di incendiare una fabbrica che forniva a Kiev apparecchiature per la scansione delle onde radio.

La Nato ha già denunciato una campagna russa di attività ibride condotte sul territorio degli Alleati e attraverso intermediari. In una dichiarazione ufficiale, l’Alleanza ha citato sabotaggi, atti di violenza, interferenze informatiche ed elettroniche e campagne di disinformazione, sottolineando il ricorso a soggetti “proxy” per rendere più difficile l’identificazione dei mandanti.

Dall’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022, in Europa si è registrata una serie di episodi sospetti e oggetto di indagini per possibili legami con Mosca. La difficoltà consiste nel distinguere gli attacchi deliberati dagli incidenti industriali, soprattutto in strutture dove vengono trattati esplosivi, polveri e materiali altamente infiammabili. Una sequenza temporale ravvicinata può generare sospetti, ma non sostituisce le prove forensi e giudiziarie.

Il calcolo del Cremlino

La logica attribuita alla campagna russa sarebbe duplice. Da un lato, colpire la capacità europea di produrre munizioni, droni e sistemi militari per l’Ucraina; dall’altro, verificare la soglia di reazione degli Stati membri della Nato. Un attacco diretto contro un Paese alleato potrebbe essere interpretato come un’aggressione militare e creare le condizioni per una risposta collettiva. Un incendio circoscritto, realizzato da cittadini locali e privo di una firma immediatamente riconoscibile, consente invece a Mosca di esercitare pressione mantenendo margini di negazione.

Questa tattica punta anche sulle differenze politiche tra gli alleati. I Paesi baltici e quelli dell’Europa orientale tendono a denunciare con maggiore fermezza la minaccia russa, mentre governi dell’Europa occidentale possono mostrarsi più prudenti prima di attribuire pubblicamente un incidente al Cremlino. L’assenza di una posizione comune immediata rischia di diventare, agli occhi di Mosca, una misura della coesione occidentale.

Ogni attacco non attribuito o non punito può inoltre fornire informazioni operative: quali impianti sono più vulnerabili, quanto rapidamente reagiscono le autorità, quali sono i tempi delle indagini e quale livello di consenso esiste per una risposta diplomatica o economica. La finalità non sarebbe quindi soltanto distruggere una fabbrica, ma testare la resilienza complessiva dell’ecosistema industriale e politico europeo.

La risposta europea

Il segretario generale della Nato Mark Rutte ha più volte definito le presunte azioni russe di sabotaggio “sconsiderate e pericolose”, assicurando che la risposta dell’Alleanza sarebbe chiara e determinata. La Nato sta rafforzando la protezione delle infrastrutture critiche, la condivisione delle informazioni tra i servizi di sicurezza e il contrasto alle operazioni condotte tramite intermediari.

La questione dell’Articolo 5 resta però complessa. La clausola di difesa collettiva non si attiva automaticamente dopo ogni incidente sul territorio di un Paese membro: occorre valutare la natura dell’attacco, il livello di responsabilità attribuibile a un soggetto straniero e la decisione politica degli alleati. Proprio questa incertezza può incoraggiare operazioni limitate, concepite per rimanere al di sotto della soglia di una guerra aperta.

Il problema non riguarda soltanto la sicurezza fisica degli impianti. La produzione europea di armamenti dipende da fornitori specializzati, reti logistiche, tecnologie dual use e capacità industriali spesso concentrate in pochi stabilimenti. Un singolo incidente può rallentare le consegne, aumentare i costi e complicare il sostegno militare all’Ucraina, anche quando la produzione non viene completamente interrotta.

Una nuova normalità

L’Europa si trova così davanti a una forma di confronto diversa dalla guerra convenzionale. Le operazioni clandestine non puntano necessariamente alla distruzione di grandi infrastrutture, ma a creare insicurezza, sospetto e divisioni. La Russia potrebbe sfruttare criminalità locale, disinformazione e strumenti digitali per colpire obiettivi sensibili senza esporsi direttamente.

Per i governi europei, la sfida consiste nel mantenere il giusto equilibrio tra fermezza e prudenza. Attribuire prematuramente un incidente alla Russia rischia di indebolire la credibilità delle indagini; ignorare una serie di segnali convergenti può invece lasciare spazio a nuove operazioni. Per questo gli episodi di Tallinn, Belitsa e Colleferro dovranno essere esaminati separatamente, senza perdere di vista il contesto più ampio.

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