Giuseppe Conte dice che non rifarebbe il Superbonus, ma nello stesso tempo ne difende con forza i risultati, presentandolo come una misura che avrebbe fatto crescere l’economia e che andrebbe quindi giudicata come un investimento, non come una semplice spesa. La sua posizione è chiara: guardare solo al costo, sostiene, non avrebbe senso, perché il vero bilancio di un intervento pubblico si vede nei ritorni che produce nel tempo. Da qui il richiamo ai tecnici del Mef, che secondo Conte dovrebbero far emergere i numeri veri e mostrare quali siano stati i vantaggi reali del Superbonus. È una linea argomentativa politica precisa, costruita per spostare il dibattito dal conto immediato alla presunta redditività complessiva della misura.
Banca d’Italia e addizionalità
Ma le valutazioni riportate da Conte sono errate e il rapporto della Banca d’Italia racconta una storia molto diversa. La prima dice che i benefici per il complesso dell’economia, in termini di valore aggiunto, sono stati più bassi dei costi sostenuti per le agevolazioni. In altre parole, il moltiplicatore fiscale sarebbe rimasto sotto l’unità, il che significa che ogni euro speso avrebbe prodotto meno di un euro di PIL. È un passaggio decisivo, perché mette in dubbio l’idea del Superbonus come intervento capace di ripagarsi da solo. La misura ha certamente generato attività economica, soprattutto nel settore edilizio e nella filiera collegata, ma non abbastanza da compensare l’enorme esborso pubblico richiesto per finanziarla. In un altro studio della Banca d’Italia dedicato all’impatto degli incentivi fiscali alle ristrutturazioni edilizie, i ricercatori Antonio Accetturo, Elisabetta Olivieri e Fabrizio Renzi analizzano la spesa nel periodo 2021-2023 tra Superbonus e Bonus facciate e concludono che solo il 73 per cento sarebbe stato davvero addizionale. Questo vuol dire che oltre un quarto della spesa, pari al 27 per cento, costituirebbe una perdita secca: soldi pubblici usati per finanziare interventi che, in parte, i privati avrebbero comunque realizzato con risorse proprie. In termini economici, il problema non è soltanto quanto costa la misura, ma anche quanta nuova attività genera davvero. Se una quota rilevante della spesa si limita a sostituire investimenti già previsti, il beneficio netto per l’economia si riduce molto.
Impatto sul PIL e costo netto
Lo stesso studio stima anche l’impatto complessivo dei bonus edilizi sul PIL nel triennio 2021-2023. I numeri riportati nel testo indicano una crescita tra 2,6 e 3,4 punti di PIL su 13,5 punti totali, cioè tra un quarto e un quinto della crescita registrata nel periodo post pandemia. Si tratta di un contributo importante, che dimostra come la misura abbia avuto un effetto espansivo. Però questo risultato va letto insieme al costo: per ottenere circa 1 punto di PIL di crescita all’anno, lo Stato avrebbe speso circa 3 punti di PIL all’anno in bonus edilizi. È proprio qui che si vede il limite della narrazione favorevole al Superbonus. La misura ha spinto l’economia, ma l’ha fatto a un prezzo così alto da rendere il bilancio finale molto negativo. La conclusione della Banca d’Italia è ancora più chiara: il costo netto del programma, al netto dell’extragettito causato dalla crescita, sarebbe di circa 100 miliardi di euro. Questo significa che il Superbonus è lontano dal ripagarsi da solo. È un passaggio centrale perché mostra come, anche riconoscendo il saldo per la finanza pubblica sia molto pesante. In altre parole, il Superbonus non può essere raccontato soltanto come una misura che ha mosso l’economia: va valutato anche per il suo impatto sui conti dello Stato, e in questo senso il giudizio è molto meno favorevole.
Conclusione
Conte sostiene di voler avere dal Mef i dati sul Superbonus, perché secondo lui sarebbero ancora tenuti nascosti “nel cassetto”, ma in realtà quei conti sono già pubblici e sono stati presentati anche in audizione parlamentare del 2023 e poi anche in un paper intitolato: The effects of tax incentives for dwelling renovations: the case of Italy. Il punto, quindi, non è che manchino i numeri: il punto è che Conte li usa per contestare la lettura negativa della misura, ma i dati ci sono e raccontano un quando molto diverso rispetto a quello proposto da Conte. Il documento del dipartimento del Tesoro, firmato da Carlo Cignarella e Paolo D’Imperio, appare persino più severo della valutazione della Banca d’Italia, perché considera Superbonus e Bonus facciate tra il 2020 e il 2023 e arriva a stimare un costo complessivo di 186 miliardi di euro, a fronte di soli 70 miliardi di investimenti realmente aggiuntivi. Il dato più preoccupante è proprio questo: una quota molto ampia della spesa non ha generato nuova domanda, ma ha semplicemente finanziato interventi che in larga parte sarebbero stati fatti comunque.
Il bilancio che emerge è quindi molto critico. Il Superbonus ha certamente spinto il PIL, ha sostenuto il settore edilizio e ha prodotto un effetto espansivo in una fase delicata, ma lo ha fatto a un prezzo enorme per i conti pubblici. La spesa non addizionale, il costo netto molto elevato e il ritorno economico inferiore alle attese mostrano una misura che ha creato movimento, ma non abbastanza valore da giustificare l’esborso. In questo senso, la difesa di Conte appare debole: insiste sui benefici, ma trascura il fatto che quei benefici non bastano a compensare il peso della misura sul bilancio dello Stato e sul debito futuro degli italiani.








