Dieci anni dopo la Brexit: un’economia più debole tra crescita mancata e nuove incertezze

Dieci anni dopo la Brexit: un’economia più debole tra crescita mancata e nuove incertezze

Dieci anni dopo la Brexit: un’economia più debole tra crescita mancata e nuove incertezze

Dieci anni dopo il referendum che ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, il bilancio economico della Brexit appare sempre più difficile da difendere. Quella scelta, presentata nel 2016 come un’occasione per rafforzare sovranità e crescita, si è progressivamente trasformata in un fattore di indebolimento strutturale dell’economia britannica, aggravato da shock globali ma radicato in dinamiche interne ormai evidenti.

Un impatto economico strutturale

Secondo diverse analisi accademiche, tra cui uno studio del National Bureau of Economic Research, gli effetti macroeconomici sono tutt’altro che marginali: il Pil risulta inferiore tra il 6% e l’8% mentre gli investimenti hanno subito una contrazione tra il 12% e il 13%. Anche il mercato del lavoro e la produttività hanno risentito della nuova configurazione economica, con cali stimati rispettivamente tra il 3% e il 4%. Numeri che descrivono non una crisi congiunturale, ma un rallentamento strutturale della capacità di crescita del Paese.

Alla base di questo deterioramento vi sono diversi canali. In primo luogo, l’incertezza prolungata che ha accompagnato il processo di uscita ha frenato le decisioni di investimento, soprattutto nei settori più esposti al commercio internazionale. In secondo luogo, la riduzione della domanda, sia interna sia esterna, ha inciso sulla produzione e sull’espansione delle imprese. A ciò si aggiunge un calo degli investimenti in innovazione e tecnologie digitali, elementi cruciali per sostenere la competitività nel lungo periodo. Non a caso, le aziende più produttive e integrate nei mercati globali risultano tra le più penalizzate.

Il lungo e complesso iter della Brexit ha amplificato questi effetti. Sebbene l’uscita formale sia avvenuta nel 2020, i negoziati e le incertezze regolatorie sono proseguiti per anni, con questioni cruciali – come il protocollo sull’Irlanda del Nord – risolte solo nel 2023. In termini pratici, il nuovo assetto economico e commerciale è diventato pienamente operativo soltanto nel 2024, prolungando una fase di instabilità che ha pesato sulle aspettative di imprese e investitori.

Commercio, produttività e finanza

Le conseguenze sul commercio internazionale rappresentano un altro nodo centrale. L’Office for Budget Responsibility ha stimato che l’aumento delle barriere non tariffarie tra Regno Unito e Unione europea comporterà una riduzione permanente della produttività di circa il 4%. Nel lungo periodo, esportazioni e importazioni risultano inferiori di circa il 15% rispetto a uno scenario di permanenza nel mercato unico. I nuovi accordi commerciali con Paesi extraeuropei, spesso citati come alternativa strategica, non sembrano in grado di compensare queste perdite in tempi brevi, né in termini di volumi né di integrazione economica.

Anche la Bank of England ha riconosciuto l’impatto negativo della riduzione dell’accesso ai mercati europei. Il governatore Andrew Bailey ha sottolineato come una minore ampiezza dei mercati di sbocco tenda inevitabilmente a comprimere crescita e produttività, richiamando implicitamente i principi classici del commercio internazionale. Tuttavia, lo stesso Bailey ha osservato che alcuni timori iniziali, in particolare riguardo a un crollo della City di Londra, non si sono materializzati nella misura prevista, suggerendo un quadro più sfumato per il settore finanziario.

Sul piano interno, la Brexit ha coinciso con una fase di forte instabilità politica. Dal 2016 si sono succeduti sei primi ministri, segno di una difficoltà persistente nel definire una strategia coerente per il Paese. L’attuale leadership laburista guidata da Keir Starmer si trova a operare in un contesto fragile, in cui le tensioni economiche si intrecciano con un elettorato sempre più diviso.

Opinione pubblica e prospettive future

La percezione dei cittadini riflette questo clima. Sondaggi recenti indicano che una larga maggioranza degli intervistati associa la Brexit a un aumento del costo della vita, a un peggioramento delle prospettive economiche e a minori opportunità per i giovani. Colpisce in particolare il fatto che anche una parte significativa di chi aveva votato a favore dell’uscita esprima oggi un giudizio negativo, soprattutto su temi come l’immigrazione, che erano stati centrali nella campagna referendaria.

Nel frattempo, il contesto internazionale ha contribuito a complicare ulteriormente la situazione. La pandemia, la guerra in Ucraina e le tensioni in Medio Oriente hanno inciso sulle catene di approvvigionamento e sui prezzi dell’energia, aggravando le difficoltà già presenti. Le prospettive di crescita restano modeste: le stime per il 2026 sono state riviste al ribasso, mentre l’inflazione, pur in calo, potrebbe risalire a causa dell’aumento dei costi energetici.

In questo scenario, torna a emergere il dibattito su un possibile riavvicinamento all’Unione europea. Il movimento favorevole al rientro sta guadagnando visibilità, ma le resistenze politiche, sia interne sia a livello europeo, restano forti. La fiducia reciproca è stata erosa da anni di negoziati difficili e il percorso per una eventuale riadesione si preannuncia lungo e incerto.

A dieci anni dal referendum, il giudizio complessivo appare sempre più netto. Come osservato da diverse analisi internazionali, la Brexit ha trasformato il Regno Unito in molti piccoli modi, quasi tutti in senso peggiorativo: un Paese meno integrato, meno influente e, soprattutto, economicamente più debole rispetto a quanto avrebbe potuto essere restando nell’Unione europea.

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