InfoCert fa pagare lo SPID: cambia l’accesso all’identità digitale
Da oggi, ottenere o mantenere attivo lo SPID con InfoCert non è più gratuito. Il provider, parte del gruppo Tinexta, ha deciso di introdurre un abbonamento annuale da 5,98 euro IVA inclusa, seguendo la stessa strada già percorsa da Aruba. La notizia è importante perché segna un ulteriore passo verso un modello in cui l’identità digitale non è più un servizio garantito senza costi, ma un prodotto soggetto a logiche di mercato — anche se formalmente ancora sostenuto dallo Stato.
Come precisato da InfoCert in una comunicazione ai propri utenti, il rinnovo non sarà automatico: chi non accetta esplicitamente l’addebito non potrà più utilizzare il servizio. Per chi volesse disdire, sono previste due modalità:
- Inviare una PEC all’indirizzo: revoca.spid@legalmail.it
- Inviare una raccomandata a/r a: InfoCert S.p.A., Piazzale Flaminio 1/B – 00196 Roma
Maggiori informazioni sono disponibili direttamente sul sito ufficiale di InfoCert.
Il passaggio a pagamento non è casuale: arriva dopo anni di attriti tra Stato e identity provider privati, che lamentano l’assenza di un compenso strutturato per la gestione di un servizio pubblico. Ma è anche il sintomo di un cambiamento più ampio che coinvolge tutto il futuro dell’identità digitale in Italia.
Un servizio pubblico gestito da privati: il nodo irrisolto
Lo SPID è stato introdotto nel 2016 come sistema di identificazione digitale unificato per l’accesso ai servizi online della Pubblica Amministrazione. Ma, a differenza della Carta d’identità elettronica (CIE), non è gestito dallo Stato in prima persona, bensì da una serie di operatori privati accreditati, tra cui Poste Italiane, Aruba, InfoCert, Sielte, Namirial e altri.
Questa impostazione ha funzionato finché i costi operativi sono stati in parte sostenuti dallo Stato, tramite convenzioni. Ma alla fine del 2022 queste convenzioni sono scadute. Per evitare il blocco dei servizi, l’AgID (Agenzia per l’Italia Digitale) le ha prorogate d’ufficio fino ad aprile 2023, ma nel frattempo i gestori hanno iniziato a chiedere un sostegno economico stabile.
Il governo ha promesso un finanziamento da 40 milioni di euro, incluso nel PNRR, ma l’effettiva firma del decreto attuativo è arrivata solo a marzo 2025, dopo oltre due anni di incertezza. E nonostante i fondi in arrivo, le aziende – una volta iniziato il percorso verso un modello a pagamento – non sembrano intenzionate a tornare indietro.
Le attuali convenzioni sono in scadenza a ottobre 2025, e dal 9 luglio sono iniziati i tre mesi previsti per negoziare eventuali rinnovi. Ma nel frattempo, gli identity provider si stanno muovendo in autonomia. InfoCert e Aruba hanno introdotto il pagamento, altri potrebbero seguire.
Il ruolo dello Stato e il futuro con la CIE (e IT-Wallet)
Il governo Meloni ha ereditato un sistema a doppio binario: da un lato SPID, dall’altro la Carta d’identità elettronica. E l’orientamento dell’attuale esecutivo è chiaro: favorire la CIE come strumento unico di identità digitale, anche nell’ambito del più ampio progetto europeo IT-Wallet, il portafoglio digitale europeo previsto dal regolamento eIDAS 2.
La CIE è emessa dal Ministero dell’Interno, costa circa 16,79 euro una tantum e include un sistema di autenticazione sicuro tramite codici PIN e PUK. Inoltre, grazie all’app CieID, può essere utilizzata anche senza lettore NFC. Il governo sta promuovendone attivamente la diffusione: secondo dati del Dipartimento per la Trasformazione Digitale, le attivazioni di CieID sono passate da 5,5 milioni a maggio 2024 a 7,3 milioni a maggio 2025.
Di conseguenza, anche il rapporto di utilizzo SPID/CIE si sta riequilibrando. Se in passato c’era un rapporto di 1 a 20, oggi è più vicino a 1 a 10. La tendenza sembra destinata a proseguire, soprattutto se il numero di SPID a pagamento dovesse aumentare.
Tuttavia, il governo ha un vincolo: entro giugno 2026 il 70% dei cittadini italiani dovrà essere dotato di un’identità digitale, secondo gli obiettivi del PNRR. E al momento, lo SPID è ancora lo strumento più diffuso, con oltre 40,5 milioni di identità attive. Di queste, più del 70% è gestito da PosteID, che per ora continua a offrire il servizio gratuitamente. Se anche Poste Italiane dovesse introdurre un abbonamento, lo scenario per i cittadini potrebbe cambiare radicalmente.
Un bene pubblico che rischia di diventare prodotto commerciale
L’identità digitale – almeno finora – è stata considerata un’infrastruttura pubblica, al pari della carta d’identità o del codice fiscale. L’idea di dover pagare per accedere ai propri documenti, ai servizi INPS o alla dichiarazione dei redditi potrebbe creare nuove barriere per i cittadini più fragili o meno digitalizzati.
Il rischio, in prospettiva, è che lo SPID venga percepito come un servizio premium, invece che un diritto digitale universale. In questo contesto, la transizione verso CIE e IT-Wallet può rappresentare una semplificazione e una razionalizzazione del sistema — ma a patto che l’intero ecosistema venga reso davvero accessibile, semplice da usare e gratuito al punto giusto.
La concorrenza tra strumenti digitali e la molteplicità degli operatori non sono un male in sé. Ma quando si parla di accesso alla Pubblica Amministrazione, il mercato deve saper convivere con l’interesse pubblico. E lo Stato non può tirarsi indietro.
In sintesi:
Da oggi, InfoCert fa pagare lo SPID 5,98 euro all’anno, senza rinnovo automatico. Si può recedere via PEC o raccomandata. È il segno di una transizione del sistema italiano dell’identità digitale, con sempre più peso dato alla CIE e al futuro IT-Wallet. Finché PosteID resta gratuito, l’impatto per i cittadini sarà limitato. Ma la questione resta aperta: l’identità digitale deve essere un diritto o un servizio commerciale?








