Guerra Israele-Iran: l’impatto sui mercati azionari
Nelle prime ore di venerdì Israele ha lanciato l’operazione “Rising Lion”, un’ondata di raid aerei contro oltre cento obiettivi in territorio iraniano, inclusi i complessi di arricchimento di Natanz e strutture dei Guardiani della Rivoluzione. Più di 200 caccia avrebbero preso parte all’incursione, che ha provocato la morte di 78 persone tra civili e militari secondo Teheran. In risposta, l’Iran ha sparato circa 200 missili balistici e altrettanti droni verso Israele, alcuni intercettati dal sistema di difesa Arrow con il supporto degli Stati Uniti. Le sirene sono risuonate a Tel Aviv e Gerusalemme; almeno tre vittime israeliane e decine di feriti. Le cancellerie occidentali chiedono de-escalation, ma la Guida suprema Ali Khamenei promette «vendetta».
Sul fronte finanziario la reazione immediata è stata brusca ma contenuta: l’S&P 500 ha ceduto l’1,1%, il Dow Jones l’1,8% (-770 punti) e il Nasdaq l’1,3%, mentre il Brent è balzato sopra 72$/barile.
Il “cinismo” dei mercati
Per quanto un conflitto sia prima di tutto un’immane tragedia umana, il mercato azionario rimane un calcolatore spietato di flussi di cassa: sconta i profitti futuri attualizzandoli al valore presente. Se la traiettoria degli utili delle mega-cap americane – Amazon, Alphabet, Apple, Nvidia, Microsoft, Meta – non viene intaccata in modo strutturale, la capitalizzazione complessiva dell’indice S&P 500 difficilmente deraglia.
Storicamente l’indice ha offerto un rendimento medio di poco superiore al 10% annuo nominale dal 1957, circa il 6,7% reale: la prova che gli shock violenti raramente alterano il sentiero di crescita dei big a stelle e strisce. In periodi di incertezza gli algoritmi di trading amplificano il rumore di breve periodo – fuga verso Treasury, oro e petrolio – ma rimettono mano al tasto “buy” non appena il quadro macro torna leggibile.
Un elemento chiave è la composizione settoriale: oltre un terzo della capitalizzazione dell’S&P 500 è concentrato in società tech e comunicazione con supply chain ampiamente diversificate. Salvo un blocco dello Stretto di Hormuz di durata prolungata, gli utili di Silicon Valley non subiranno sforbiciate simili a quelle che colpirebbero, ad esempio, le compagnie aeree o i raffinatori europei.
Infine, il tasso di sconto resta il driver dominante. Il Treasury decennale è tornato sopra il 4,4%, ma finché la Fed non tornerà a inasprire il percorso restrittivo gli utili attesi per il 2025-26 reggeranno il colpo.
Quando il Medioriente bruciava (e Wall Street saliva)
Di seguito un excursus su quattro grandi conflitti regionali per misurare, dati alla mano, la resilienza dell’S&P 500.
Guerra dei Sei Giorni (5-10 giugno 1967)
La Guerra dei Sei Giorni – combattuta fra il 5 e il 10 giugno 1967, quando Israele sferrò un attacco preventivo contro Egitto, Siria e Giordania – sembrò inizialmente destinata a contagiare i mercati globali. Nelle sale operative di New York, la notizia dei raid su al-Arish e sulle Alture del Golan provocò un flash sell-off intraday: i future sullo S&P 500 arretrarono di quasi due punti percentuali, mentre gli operatori si chiedevano se l’Unione Sovietica avrebbe appoggiato gli arabi, se lo Stretto di Tiran sarebbe rimasto chiuso alle petroliere e se l’oro nero avrebbe replicato le impennate dell’immediato dopoguerra di Suez. Ma il conflitto, lampo per definizione, si concluse in meno di una settimana; lo Stretto fu riaperto, nessun Paese arabo annunciò un embargo e il prezzo medio del greggio statunitense restò inchiodato intorno ai 2,92 $/barile, appena tre centesimi sopra la media del 1966. Nel corso dell’anno l’indice S&P 500 guadagnò il 20%.
Il caso del 1967 dimostra quanto rapidamente i mercati separino l’emozione della cronaca dal calcolo degli utili: la guerra influì poco sui fondamentali di General Motors o IBM, titani dell’epoca, perciò gli investitori riaffollarono il listino una volta chiarito che il conflitto non avrebbe né interrotto il traffico di Hormuz né scardinato la politica monetaria. La lezione, mezzo secolo più tardi, resta intatta: per scuotere davvero Wall Street serve un evento che modifichi il sentiero dei cash-flow attesi o il tasso di sconto, non “solo” un’escalation militare di brevissima durata.

La Prima Guerra del Golfo (agosto 1990 – febbraio 1991) e Operazione Desert Storm (gennaio – febbraio 1991)
La Prima guerra del Golfo deflagrò il 2 agosto 1990, quando l’Iraq di Saddam Hussein invase il Kuwait, facendo schizzare il Brent da circa 21 a 46 dollari al barile in meno di due mesi e alimentando lo spettro di un embargo energetico globale. Wall Street, già alle prese con una recessione iniziata a metà anno, reagì con un violento sell-off: fra il massimo del 19 luglio e il minimo dell’11 ottobre l’S&P 500 cedette il 18,38 per cento, e il 1990 si chiuse con un bilancio annuo negativo del 6,56%.
La svolta arrivò il 17 gennaio 1991, quando l’operazione Desert Storm inaugurò la contro-offensiva guidata dagli Stati Uniti: nella prima seduta utile il prezzo del greggio crollò del 33 per cento e l’indice balzò del 3,7 per cento, segnando l’inizio di un poderoso rimbalzo. Nel solo intervallo fra il 15 gennaio e il 15 febbraio lo S&P 500 recuperò il 17,63 per cento, cancellando una fetta consistente delle perdite accumulate durante l’estate precedente. A conflitto concluso – il cessate-il-fuoco fu proclamato il 28 febbraio – il Brent era tornato sotto 25 dollari e l’indice, sospinto dal taglio dei Fed Funds e dal riflusso della paura energetica, chiuse il 1991 con un progresso del 28 per cento sul dato di fine dicembre precedente.

La Seconda Guerra del Golfo (Marzo 2003 – Maggio 2003)
Alla vigilia di “Operation Iraqi Freedom” il mercato del petrolio era la cartina di tornasole dello stress geopolitico: nella settimana precedente all’invasione il West Texas Intermediate toccò 37 dollari al barile, massimo di vent’anni, riflettendo il timore di un blocco dello Stretto di Hormuz. Wall Street, ancora convalescente dal crollo dot-com, scontava recessione e incertezza: fra inizio dicembre 2002 e metà marzo 2003 lo S&P 500 perse più del 8%, mentre i Treasury attiravano i flussi rifugio. La narrazione cambiò di segno non appena la Casa Bianca emise l’ultimatum a Saddam. Il 19 marzo iniziarono i raid di “shock and awe” e, due giorni dopo, con Baghdad in fiamme, l’indice balzò del 2,3% in una sola seduta; nell’arco della prima settimana il progresso cumulato superò il 7,5%, sostenuto dal crollo del greggio, scivolato sotto 27 dollari quando divenne chiaro che i pozzi kuwaitiani erano al sicuro.
Il conflitto si concluse ufficialmente il 1º maggio con l’annuncio “mission accomplished”. Nei 46 giorni tra l’attacco e la caduta di Baghdad lo S&P 500 recuperò circa il 15 %, innescando un bull-run che avrebbe neutralizzato gli strascichi del bear market hi-tech. Il contesto macro enfatizzò la spinta: Fed funds all’1 %, maxi-tagli fiscali dell’amministrazione Bush e inflazione contenuta favorirono la rotazione dalle obbligazioni alle azioni. A fine 2003 l’indice registrò un guadagno annuo del 22%, la miglior performance dell’intero decennio per un anno “post-crisi”. In retrospettiva, la guerra fu meno un freno alla redditività corporate e più un detonatore di fiducia: ridusse l’incertezza energetica, normalizzò il premio per il rischio e premiò chi rimase investito durante le settimane più convulse dell’offensiva.

La Seconda guerra del Libano (luglio 2006 – Agosto 2006)
La Seconda guerra del Libano scoppiò il 12 luglio 2006, quando Hezbollah catturò due soldati israeliani al confine e Tel Aviv rispose con incursioni aeree e terrestri. Nei giorni successivi i listini globali arretrarono senza crollare: l’S&P 500, già frenato dai timori di rallentamento dell’economia USA incombente e dalla stretta della Federal Reserve, toccò il minimo estivo a 1 236 punti il 14 luglio. In quelle stesse ore il Brent segnò un intraday record elevatissimo di 78,40 dollari al barile e il VIX superò quota diciannove, massimo di tre mesi. Gli operatori temevano che il conflitto si estendesse all’Iran, minacciando lo Stretto di Hormuz, e rifugiarono capitale nei Treasury. Col passare delle settimane prevalse la percezione di una guerra circoscritta: le mediazioni diplomatiche ridussero il premio per il rischio, mentre la capacità OPEC rimaneva abbondante. Quando il cessate-il-fuoco della risoluzione 1701 ufficiale delle Nazioni Unite divenne operativo il 14 agosto, l’indice era a 1 268 punti e il petrolio sotto settantasei dollari. Entro fine dicembre lo S&P 500 chiuse a 1 416, segnando un progresso di circa tredici per cento da metà luglio e confermando la tendenza dei mercati a digerire rapidamente gli shock geopolitici finché utili e liquidità restano intatti. Nel corso dell’intero 2006, il rendimento è stato il 12%.

Filo rosso: quando l’economia conta più delle bombe
Analizzando più di trenta crisi da Pearl Harbor al Donbass, First Trust e Invesco mostrano che un anno dopo il picco di “geopolitical risk” l’S&P 500 è positivo in due casi su tre, con una performance media superiore al 20%. Gli episodi che fanno eccezione (embargo del 1973, invasioni su larga scala con recessioni in atto) condividono una caratteristica: impatto diretto sull’offerta energetica o domanda di consumo domestica.
Nel caso odierno il rischio principale è un’interruzione prolungata del flusso di 17 milioni di barili al giorno che passa dallo Stretto di Hormuz. Tuttavia, le scorte OCSE sono ai massimi da tre anni e la capacità inutilizzata dell’OPEC-plus ammonta a circa 5 mbg. Il mercato “sconta” quindi un premio di rischio circoscritto, compatibile con una correzione contenuta degli utili di settori energy-intensive e margini invariati per le big-tech.
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