Tagli alla scuola: quasi 7 mila posti in meno tra docenti e ATA nella manovra 2027, ma la riduzione degli organici è una ricorrente della politica italiana dagli anni Novanta

Tagli alla scuola: quasi 7 mila posti in meno tra docenti e ATA nella manovra 2027, ma la riduzione degli organici è una ricorrente della politica italiana dagli anni Novanta

Tagli alla scuola: quasi 7 mila posti in meno tra docenti e ATA nella manovra 2027, ma la riduzione degli organici è una ricorrente della politica italiana dagli anni Novanta

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La riduzione di quasi 7 mila posti tra docenti e personale ATA prevista dal disegno di legge di Bilancio 2027 ha riacceso una polemica ricorrente nella scuola italiana: non si tratta infatti di una novità assoluta, ma dell’ultima tappa di una lunga serie di interventi sugli organici varati, negli ultimi trent’anni, da governi di orientamento politico molto diverso. Il testo, presentato dal Consiglio dei ministri il 28 ottobre 2026, prevede dal 2027/2028 una riduzione di 4.925 posti nell’organico dell’autonomia e di 2.049 posti tra il personale amministrativo, tecnico e ausiliario, per un totale di 6.974 unità.

La controversia si intreccia con un altro tema molto dibattuto: quello delle cosiddette “classi pollaio”. I dati disponibili indicano che le classi italiane sono mediamente meno numerose di quelle di molti Paesi OCSE e che negli ultimi anni il numero medio di alunni per classe è diminuito; tuttavia, le medie nazionali non escludono situazioni locali di sovraffollamento, né risolvono la questione della qualità dell’insegnamento e delle risorse disponibili nelle singole scuole.

Che cosa prevede la manovra

Il disegno di legge di Bilancio per il 2027, approvato dal Consiglio dei ministri il 28 ottobre e poi trasmesso alla Camera, contiene una misura che prevede la riduzione dell’organico scolastico a partire dall’anno scolastico 2027/2028. Il testo indica una diminuzione di 4.925 posti nell’organico dell’autonomia, cioè la dotazione che comprende docenti curricolari, insegnanti di sostegno e personale destinato al potenziamento, oltre a una riduzione di 2.049 posti tra i lavoratori ATA. Sommando le due voci, il taglio complessivo previsto arriva a 6.974 posti.

L’organico dell’autonomia non coincide con il semplice numero di cattedre “ordinarie”: include anche i docenti impegnati nelle attività di potenziamento, nei progetti educativi, nel recupero delle competenze e nelle sostituzioni di breve durata. Per questo i sindacati sostengono che la riduzione non riguardi soltanto un adeguamento tecnico degli organici, ma possa incidere su attività che spesso garantiscono il recupero degli apprendimenti, il contrasto alla dispersione scolastica e l’inclusione degli studenti con maggiori difficoltà.

Un punto importante è che la norma non prevede licenziamenti: la riduzione degli organici può avvenire, ad esempio, attraverso la mancata sostituzione di parte del personale che va in pensione. Il testo, però, non precisa in modo dettagliato se i posti eliminati riguarderanno docenti di ruolo, precari o personale ATA, né quali funzioni saranno effettivamente ridotte. La senatrice di Fratelli d’Italia Carmela Bucalo ha sostenuto che l’intervento riguarderebbe soprattutto i posti di potenziamento, mentre il disegno di legge parla più genericamente di riduzione dell’organico dell’autonomia: le conseguenze concrete dipenderanno quindi dalle modalità applicative e dall’iter parlamentare.

La misura si aggiunge a quella già contenuta nella legge di Bilancio per il 2025, che aveva disposto una riduzione di 5.660 posti tra gli insegnanti a partire dal 2025/2026 e di 2.174 posti tra il personale ATA a partire dal 2026/2027. Se le nuove disposizioni fossero confermate senza modifiche, le riduzioni complessive previste dalle due leggi arriverebbero a 14.808 posti in tre anni scolastici.

Le reazioni politiche e sindacali

Le critiche sono arrivate subito dai sindacati. Il segretario generale della UIL, PierPaolo Bombardieri, e il segretario generale della UIL Scuola, Giuseppe D’Aprile, hanno definito la scelta “inaccettabile” e hanno chiesto al governo e al Parlamento di cancellare i tagli dal testo della manovra. Secondo UIL, la denatalità non dovrebbe diventare un pretesto per ridurre il personale, ma un’occasione per diminuire il numero di alunni per classe e migliorare la qualità dell’insegnamento.

La UIL ha inoltre sottolineato che la riduzione del personale ATA potrebbe aumentare i carichi di lavoro e mettere in difficoltà vigilanza, assistenza e gestione amministrativa delle scuole. L’organizzazione sindacale ha richiamato in particolare la situazione delle aree interne, dove la scuola rappresenta spesso uno degli ultimi presìdi di socialità e legalità, e ha avvertito che i tagli rischiano di accentuare disuguaglianze territoriali e fenomeni di spopolamento.

Anche CGIL e CISL hanno chiesto il ritiro della misura. La CGIL ha parlato di “tagli per l’istruzione pubblica” e ha criticato il fatto che, a suo giudizio, la manovra confermi sostegni alle scuole paritarie riducendo contemporaneamente docenti e personale ATA. La segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, ha dichiarato che il sindacato è contrario a “qualsiasi ipotesi di taglio degli organici della scuola”, sostenendo che di fronte a disagio delle nuove generazioni, povertà educative e difficoltà del lavoro scolastico servano investimenti e personale, non riduzioni.

Anche Confsal ha chiesto la cancellazione dei tagli, sostenendo che le istituzioni scolastiche sono chiamate ad affrontare responsabilità crescenti in materia di inclusione, qualità dell’offerta formativa ed efficienza dei servizi, e che non possono farlo con meno risorse professionali. Sul fronte politico, il Partito Democratico e Alleanza Verdi-Sinistra hanno contestato la misura sostenendo che meno docenti dell’organico dell’autonomia significherebbe meno recupero degli apprendimenti, meno contrasto alla dispersione e meno inclusione, mentre meno personale ATA significherebbe scuole meno sicure e segreterie più sotto pressione.

Non solo numeri: il nodo delle classi

Il dibattito sui tagli si collega al tema delle “classi pollaio”, espressione con cui si indicano informalmente le classi particolarmente numerose. Non esiste però una soglia unica che definisca una classe “pollaio”: i limiti legali cambiano in base all’ordine di scuola e possono variare in presenza di particolari esigenze organizzative o formative.

Il principale riferimento normativo è il decreto del Presidente della Repubblica 81/2009. Nelle scuole dell’infanzia il limite ordinario è di 26 bambini per sezione, con possibilità di arrivare a 29 in alcuni casi; alle elementari il massimo ordinario è di 26 alunni, elevabile a 27; alle medie è di 27 studenti, portabile a 28; alle superiori il limite ordinario per le classi iniziali è di 30 studenti. La normativa consente inoltre, in alcuni casi, di superare questi limiti fino al 10 per cento, mentre Per le prime classi di ogni ordine di scuola cioè la prima elementare, la prima media e il primo anno delle superiori in cui sono presenti studenti con disabilità, la normativa prevede normalmente un tetto di 20 alunni, quando le esigenze formative lo richiedono.

I dati internazionali mostrano un quadro meno drammatico di quello evocato dall’espressione “classi pollaio”. Secondo il rapporto Education at a Glance 2026 dell’OCSE, nel 2024 nelle scuole elementari italiane c’erano in media 18 alunni per classe, contro una media OCSE di 21; nelle scuole medie la media italiana era di 20 studenti per classe, contro 23 nell’area OCSE. Il confronto con alcuni grandi Paesi europei conferma questa posizione: alle medie, nel 2024, le classi avevano in media 26 studenti in Francia, 25 in Spagna e 23 in Germania, mentre in Finlandia erano 19.

Questi dati comprendono scuole pubbliche e private e riguardano soltanto elementari e medie, perché l’OCSE non pubblica lo stesso indicatore per le superiori, dove l’organizzazione delle lezioni per discipline e gruppi rende più difficile un confronto internazionale. Il fatto che la media italiana sia relativamente bassa non significa, tuttavia, che non esistano classi molto affollate: una media nazionale può nascondere forti differenze tra scuole, città, province e regioni.

Meno studenti, più insegnanti

Negli ultimi dieci anni il sistema scolastico italiano ha attraversato una trasformazione demografica rilevante. Secondo un’analisi dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano, tra gli anni scolastici 2015/2016 e 2024/2025 il numero medio di alunni per classe è diminuito in tutti gli ordini delle scuole statali: nell’infanzia è passato da 23 a 19 bambini, alle elementari da 19 a 18, mentre alle medie e alle superiori è sceso da 21 a 20 studenti.

Il fenomeno è legato soprattutto al calo delle nascite. Nel periodo considerato gli iscritti nelle scuole statali sono diminuiti del 10 per cento, passando da 7,7 a 6,9 milioni. Nel contempo, però, il numero degli insegnanti è aumentato del 16 per cento, da 834 mila a 969 mila, soprattutto a causa della crescita dei docenti di sostegno e dei precari. Il risultato è stato una riduzione del rapporto tra studenti e docenti, che in Italia risulta inferiore alla media OCSE e dell’Unione europea.

Questo dato alimenta la tesi di chi sostiene che il calo demografico dovrebbe essere utilizzato per migliorare la qualità della scuola, anziché per ridurre gli organici. Il presidente dell’Associazione nazionale presidi, Mario Rusconi, ha osservato che ogni anno si perdono circa 100 mila studenti e che in dieci anni la scuola potrebbe avere oltre un milione di studenti in meno; a suo avviso, il decremento demografico potrebbe essere usato per tenere meno alunni nelle classi e impiegare più docenti in attività di recupero, sostegno, corsi integrativi e attività pomeridiane.

Al tempo stesso, l’OCSE ricorda che il fabbisogno di insegnanti non dipende soltanto dal numero degli studenti: incidono anche le ore di lezione, la distribuzione delle materie, le attività di sostegno, la gestione delle disabilità, l’inclusione e le altre funzioni affidate ai docenti. Per questo il passaggio automatico da “meno alunni” a “meno personale” è oggetto di contestazione: la questione non è solo quantitativa, ma riguarda anche la composizione degli organici e le esigenze reali delle scuole.

Le differenze territoriali

Il dato nazionale maschera differenze territoriali significative. Secondo il rapporto del Ministero dell’istruzione sull’anno scolastico 2024/2025, nelle scuole statali italiane c’erano circa 7,1 milioni di studenti distribuiti in oltre 362 mila classi, con una media di 19,5 alunni per classe. Dietro questa media, però, la situazione cambia molto da regione a regione.

L’Emilia-Romagna è la regione con le classi mediamente più numerose, con 21,5 studenti per classe, mentre il Molise ha la media più bassa, con 16,6 alunni: una differenza di quasi cinque studenti. Il divario emerge anche nelle scuole superiori, dove si passa da una media di 22,9 studenti per classe in Emilia-Romagna a 17,4 in Basilicata.

Questi numeri, calcolati dividendo il totale degli studenti per il numero delle classi, mostrano l’entità delle differenze regionali, ma non permettono di sapere quante siano effettivamente le classi molto affollate. Anche in una regione con una media bassa possono esistere scuole con classi numerose, così come in una regione con medie più alte possono esserci istituti con classi contenute. Il ministero raccoglie informazioni sulla composizione delle singole classi, ma i dati pubblicati sono aggregati e non consentono oggi di quantificare con precisione il fenomeno delle “classi pollaio” a livello nazionale.

Una storia che torna ogni pochi anni

La polemica sulla manovra 2027 non è dunque un episodio isolato. Negli ultimi trent’anni governi di diverso colore politico hanno inserito nelle leggi finanziarie o di bilancio misure di riduzione, razionalizzazione o adeguamento degli organici scolastici, talvolta indicando numeri precisi, talvolta fissando percentuali o criteri che producevano riduzioni indirette.

Già il primo governo Prodi, con la legge finanziaria per il 1998, aveva stabilito che il numero dei dipendenti del comparto scuola alla fine del 1999 dovesse essere inferiore del 3 per cento rispetto a quello rilevato alla fine del 1997, salva la dotazione di personale di sostegno necessaria a coprire la richiesta nazionale di integrazione scolastica. Si trattava dunque di una riduzione percentuale generalizzata, con una salvaguardia esplicita per il sostegno.

Quattro anni dopo, la legge di Bilancio per il 2002, varata dal secondo governo Berlusconi, aveva previsto che le dotazioni organiche del personale docente fossero determinate sulla base del numero degli alunni iscritti, delle caratteristiche e delle entità orarie dei curricoli obbligatori di ciascun ordine e grado di scuola. La consistenza complessiva degli organici doveva essere stabilita dal ministro dell’istruzione insieme al ministro dell’economia. Secondo una stima riportata in una proposta di relazione presentata da deputati dell’opposizione alla Commissione Cultura della Camera nell’ottobre 2004, quell’adeguamento avrebbe comportato una riduzione di 33.847 posti di insegnamento tra il 2002 e il 2005.

Nel 2007 il secondo governo Prodi aveva previsto una revisione dei criteri e dei parametri per la riduzione della dotazione organica del personale ATA. Secondo i dati illustrati in Senato dal sottosegretario all’istruzione Giuseppe Pizza, le misure avrebbero dovuto comportare, nel biennio 2007-2008, un contenimento degli organici di complessive 47 mila unità tra docenti e personale ATA. Lo stesso sottosegretario spiegò però che non era possibile conseguire quelle riduzioni in due anni e che il taglio fu quindi rimodulato.

Anche quel provvedimento incontrò l’opposizione sindacale. La CGIL definì “pesantemente negativo” il giudizio sulla riduzione degli organici nella scuola statale, mentre Snadir parlò di tagli “inaccettabili”. Critiche simili tornarono nel 2014, quando la legge di Stabilità per il 2015, varata dal governo Renzi, dispose una riduzione di 2.020 posti tra il personale ATA a partire dall’anno scolastico successivo, con l’obiettivo di ridurre la spesa per il personale di 50,7 milioni di euro all’anno.

Il nodo politico: efficienza o qualità?

Il confronto attuale ripropone dunque un dilemma che accompagna la scuola italiana da decenni. Da un lato, chi sostiene gli adeguamenti degli organici richiama il calo demografico, la necessità di contenere la spesa pubblica e l’opportunità di riequilibrare un sistema in cui gli studenti diminuiscono più rapidamente di quanto diminuiscano i posti. Dall’altro, chi si oppone ai tagli sostiene che la riduzione degli studenti dovrebbe tradursi in classi meno numerose, più sostegno, più attività di recupero e maggiore inclusione, non in una diminuzione del personale.

Il ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara, dopo le critiche, ha annunciato in un question time alla Camera l’intenzione di lavorare affinché la misura del taglio sia eliminata durante l’iter parlamentare della legge di bilancio. Questo significa che il quadro potrebbe cambiare: il disegno di legge deve ancora essere approvato dal Parlamento e può essere modificato.

Resta però il punto centrale del dibattito: la scuola italiana ha mediamente classi meno affollate rispetto a molti Paesi OCSE, ma deve affrontare bisogni crescenti di inclusione, recupero degli apprendimenti, contrasto alla dispersione e supporto psicologico e educativo. La decisione su quanti docenti e quanti lavoratori ATA servano davvero non può quindi ridursi al solo confronto tra numero di alunni e numero di posti: dipende anche da come si vogliono distribuire le risorse tra classi ordinarie, sostegno, potenziamento, segreterie, vigilanza e servizi alle famiglie.