Il Reddito di cittadinanza continua a lasciare un conto aperto nelle casse pubbliche. Secondo gli accertamenti dell’Inps, gli indebiti riconducibili alle prestazioni di Reddito e Pensione di cittadinanza ammontano a 1,710 miliardi di euro. Lo Stato ne ha recuperati soltanto 250,7 milioni nel triennio 2021-2023, mentre al 31 dicembre 2025 restavano ancora da riscuotere 1,463 miliardi di euro.
Il dato non è soltanto una fotografia di irregolarità: è la conferma di un errore di impostazione. Il Reddito di cittadinanza era sbagliato nelle finalità, perché tendeva a mettere sullo stesso piano chi vive una condizione di fragilità e chi, invece, è in grado di lavorare. Ed era sbagliato anche nell’impianto dei controlli, affidati in larga misura a verifiche successive all’erogazione, quando il danno economico era ormai già avvenuto.
Un buco che pesa ancora sui conti pubblici
Il problema non si esaurisce con l’abolizione della misura. Gli indebiti accertati dall’Inps raggiungono 1,710 miliardi di euro, una cifra che mostra quanto sia stato difficile presidiare correttamente una spesa sociale di questa portata. Il recupero, però, è rimasto molto indietro rispetto agli importi da restituire: nei tre anni tra il 2021 e il 2023 sono entrati nelle casse dell’Istituto 250,7 milioni di euro, con una progressione che è passata da 40 milioni nel 2021 a 75,6 milioni nel 2022 e a 135 milioni nel 2023.
La distanza tra quanto è stato accertato e quanto è stato recuperato è la parte più critica del quadro. Alla fine del 2025 i crediti ancora aperti erano pari a 1,463 miliardi di euro, di cui 1,16 miliardi riferiti proprio agli indebiti maturati nel triennio 2021-2023. In pratica, una parte rilevante del denaro erogato indebitamente non è stata restituita e potrebbe esserlo solo in parte, perché molti beneficiari non dispongono di risparmi, immobili o redditi su cui lo Stato possa agire.
Questo è il difetto strutturale di un sistema basato soprattutto sul recupero ex post: quando il pagamento è già avvenuto, la riscossione diventa lenta, costosa e spesso inefficace. Un euro bloccato prima della liquidazione vale molto più di un euro che si tenta di recuperare anni dopo attraverso un procedimento amministrativo.
Una misura sbagliata nelle finalità
La critica più importante al Reddito di cittadinanza non riguarda soltanto gli abusi, ma la sua architettura. La misura ha finito per trattare in modo troppo simile due condizioni molto diverse: da un lato le persone fragili, non autosufficienti o esclusi in modo stabile dal mercato del lavoro; dall’altro i cosiddetti occupabili, cioè coloro che avrebbero potuto lavorare o reinserirsi in un percorso professionale.
Per i primi serviva un sostegno economico stabile e dignitoso, con servizi sociali, sanitari e di cura adeguati. Per i secondi, invece, l’obiettivo non poteva essere quello di mantenere una condizione di assistenza, ma di accompagnare verso l’impiego, la formazione e l’autonomia economica. Il Reddito di cittadinanza non ha sempre distinto con sufficiente chiarezza questi due bisogni, generando l’effetto di uno strumento che, nella pratica, poteva diventare un sussidio indistinto anziché una politica attiva del lavoro.
Controlli tardivi, danno già fatto
Il secondo limite del Reddito di cittadinanza riguarda i controlli. Per anni la verifica dei requisiti è stata affidata in misura eccessiva a controlli successivi all’erogazione: si pagava prima e si verificava dopo. È un modello che lascia troppo spazio alle omissioni e che, quando l’irregolarità emerge, costringe lo Stato a inseguire somme già spese.
I numeri lo dimostrano con chiarezza. Oltre 306 mila domande riguardavano persone con un lavoro dipendente non dichiarato: di queste, 224 mila sono state bloccate prima del pagamento, ma altre 81 mila sono state scoperte soltanto dopo l’erogazione. A queste si aggiungono più di 207 mila casi di beneficiari che hanno iniziato a lavorare mentre ricevevano il sussidio senza comunicarlo, oltre 132 mila situazioni di dimissioni volontarie non dichiarate nei dodici mesi precedenti la domanda, circa 30 mila casi di persone non reperibili nel biennio precedente e 27 mila richieste con redditi da lavoro o disoccupazione nascosti nell’Isee corrente.
Sono cifre che raccontano un problema di progettazione, non soltanto di singole condotte scorrette. Un sistema che verifica i requisiti dopo aver erogato il denaro si trova sempre a correre dietro al danno. La conseguenza è duplice: da un lato si accumulano crediti difficilmente recuperabili; dall’altro si sottraggono risorse a chi ne avrebbe effettivamente diritto.
Non ogni indebito è una frode
Occorre però evitare una semplificazione: non tutti gli indebiti corrispondono a una truffa. Un errore amministrativo, una comunicazione tardiva o una diversa interpretazione delle regole possono portare all’erogazione di una somma non dovuta senza che sia necessariamente configurato un reato. Nel Reddito di cittadinanza la frode nasceva più spesso da un’omissione che dalla presentazione di un documento falso.
Questo non attenua la responsabilità di chi ha nascosto volontariamente redditi, lavoro o requisiti personali, ma impone un sistema di controllo proporzionato. La sfida è distinguere tra chi aggira deliberatamente le regole e chi si trova coinvolto in un errore o in una situazione di incertezza, senza trasformare ogni beneficiario in un sospettato. Un welfare credibile deve essere severo con gli abusi, ma non può rinunciare alla garanzia dei diritti di chi fa domanda in buona fede.
La svolta verso la prevenzione
L’Inps ha dovuto cambiare approccio. Oggi l’attività di contrasto parte dall’analisi dei dati e dalle anomalie, per individuare le posizioni a rischio prima che la prestazione venga liquidata. Quando la verifica conferma che il segnale è fondato, il controllo diventa un presidio preventivo nel processo istruttorio delle nuove domande.
«Il nostro lavoro parte da un’ipotesi di rischio, la verifica in base ai dati e, quando risulta fondata, la trasforma in un controllo preventivo», ha spiegato Alessandro Romano, direttore centrale Internal Audit, Risk Management, Compliance e Antifrode dell’Inps. «Non ci limitiamo a tentare di recuperare ciò che è già stato indebitamente pagato, ma impediamo che la stessa frode possa ripetersi».
Il cambio di paradigma è essenziale. Non basta scoprire l’irregolarità quando il denaro è già uscito: bisogna impedire che esca. È la differenza tra un welfare che si limita a sanare i danni e un welfare che protegge le risorse pubbliche fin dall’inizio.
Dalla fine del Reddito al nuovo welfare
L’abolizione del Reddito di cittadinanza non ha eliminato il problema, ma ha costretto il sistema a imparare dalla propria esperienza. Gli strumenti sviluppati per intercettare le irregolarità sono oggi applicati anche alle misure che lo hanno sostituito, a partire dall’Assegno di inclusione. Il Cruscotto Isee Corrente, in particolare, consente di individuare dichiarazioni con potenziali omissioni reddituali e ha già portato alla revoca di oltre 27 mila richieste per redditi non dichiarati.
Il messaggio è chiaro: il nuovo welfare non può ripetere gli errori del passato. Le misure di sostegno devono essere forti quando servono a chi è davvero fragile, ma devono anche essere selettive verso chi è in grado di lavorare e deve essere accompagnato verso l’autonomia. Il Supporto per la formazione e il lavoro rappresenta, in questa prospettiva, una correzione necessaria rispetto alla logica del vecchio Reddito di cittadinanza.
La lezione da non dimenticare
Il Reddito di cittadinanza ha lasciato una lezione che va oltre i numeri. Un sistema di welfare non può basarsi soltanto sulla generosità delle prestazioni: deve distinguere con precisione i bisogni, attivare chi può lavorare, proteggere chi non può farlo e verificare i requisiti prima di spendere denaro pubblico. Se manca uno di questi elementi, la misura rischia di diventare inefficace, costosa e politicamente contestabile.
I 1,710 miliardi di indebiti accertati e i 250,7 milioni recuperati nel triennio 2021-2023 non sono soltanto un problema contabile: sono la prova che un modello fondato su controlli tardivi e su una distinzione insufficiente tra fragilità e occupabilità produce sprechi. La direzione corretta è quella di un welfare più mirato, più controllato in prevenzione e più orientato all’inclusione lavorativa: meno assistenza indistinta, più percorsi concreti verso il lavoro e più risorse per chi ne ha davvero bisogno.








