Trump avvia le operazioni per non perdere le midterm: cause contro la California, tentativo di bloccare la certificazione in Alaska e pressioni su elettori e funzionari

Trump avvia le operazioni per non perdere le midterm: cause contro la California, tentativo di bloccare la certificazione in Alaska e pressioni su elettori e funzionari

Trump avvia le operazioni per non perdere le midterm: cause contro la California, tentativo di bloccare la certificazione in Alaska e pressioni su elettori e funzionari

Donald Trump non ha mai accettato davvero la logica della sconfitta elettorale. Lo dimostra il suo racconto ossessivo sulle presunte frodi del 2020, lo dimostrano le decine di cause promosse allora dai suoi legali e lo dimostra, oggi, la sequenza di mosse con cui la sua amministrazione sta preparando il terreno alle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Non si tratta ancora di un colpo di Stato come nel 2021 ma il presidente sta cercando di alterare il voto in molti modi. La somma di cause federali contro Stati democratici, richieste di bloccare la certificazione dei risultati, perquisizioni contro avversari politici, minacce ai funzionari elettorali e campagne pubbliche sul presunto voto dei non cittadini disegna qualcosa di molto più grave di una normale campagna elettorale. È la costruzione preventiva di un alibi: se i repubblicani perderanno, la sconfitta potrà essere presentata non come il verdetto degli elettori, ma come il prodotto di un sistema elettorale corrotto.

Il primo colpo: la California

Il primo tassello è la causa intentata dal Dipartimento di Giustizia contro la California. Il governo federale ha chiesto a un giudice di impedire il conteggio di circa 20mila schede per corrispondenza, sostenendo che appartengono a elettori “probabilmente” non cittadini. Il Dipartimento afferma di aver individuato questi nominativi incrociando dati elettorali statali e federali, e di aver consegnato alla segretaria di Stato della California, Shirley Weber, una chiavetta crittografata con l’elenco, concedendo appena 48 ore per verificare la cittadinanza oppure segregare le schede. La California ha rifiutato, perché Washington non ha reso trasparente il metodo con cui la lista è stata costruita né fornito prove sufficienti. Il Dipartimento di Giustizia ha allora chiesto alla Corte d’appello del Nono Circuito di intervenire con urgenza, prima ancora che il giudice di primo grado decida.

L’obiettivo non è soltanto impedire il conteggio di un pacchetto di schede. È creare un precedente: dimostrare che il governo federale può imporre agli Stati, a ridosso del voto, verifiche tardive e potenzialmente indiscriminate sui loro elettori. Shirley Weber ha denunciato proprio questo tentativo di ottenere illegalmente l’accesso a dati elettorali protetti e di epurare le liste, accusando l’amministrazione di generare caos e sfiducia pubblica. Il Dipartimento di Giustizia ha inoltre minacciato procedimenti penali contro funzionari elettorali e ha annunciato accuse contro 28 presunti non cittadini per reati elettorali, trasformando una disputa amministrativa in un avvertimento diretto: chi non collabora con le richieste federali rischia di essere dipinto come complice di una frode.

Il problema è che l’accusa di voto diffuso dei non cittadini è stata ripetuta per anni senza che emergano prove di un fenomeno sistematico. David Becker, direttore del Center for Election Innovation & Research, ha ricordato che cifre come quelle sui 20mila elettori californiani vanno prese con forte scetticismo, perché nelle verifiche precedenti le accuse iniziali si sono ridimensionate drasticamente. Dopo quasi due anni di controllo federale, l’amministrazione non ha prodotto alcuna evidenze di brogli diffusi, pur avendo lanciato indagini, annunci e richieste di dati alle commissioni elettorali. La funzione politica delle cifre, quindi, precede la loro verifica: servono a installare nell’opinione pubblica l’idea che il voto sia potenzialmente illegittimo.

Il secondo colpo: l’Alaska

Il secondo tassello è ancora più esplicito. In Alaska, il Dipartimento di Giustizia ha chiesto a un tribunale federale di impedire la certificazione della corsa al Senato se la democratica Mary Peltola dovesse sconfiggere il repubblicano uscente Dan Sullivan con un margine inferiore ai voti ottenuti da Daniel J. Sullivan Jr., un candidato minore con lo stesso nome presente sulla scheda. La tesi del governo è che l’omonimia possa confondere gli elettori e sottrarre voti al senatore in carica. Trump ha dichiarato di aver ordinato personalmente l’azione legale, trasformando una disputa locale in un test nazionale sulla disponibilità dell’esecutivo a interferire nella certificazione di un risultato elettorale.

La mossa è senza precedenti perché non contesta un risultato già accertato: chiede al tribunale di stabilire, prima del voto, che una eventuale vittoria democratica possa essere sospesa. La scheda distingue comunque i due Sullivan, indicando il senatore uscente come repubblicano e titolare dell’incarico, mentre l’altro candidato non ha una indicazione di partito. Ricostruire dopo il voto le intenzioni di chi ha selezionato un nome anziché l’altro significherebbe penetrare nel segreto delle urne, un principio fondamentale di qualsiasi elezione libera. Esperti legali e osservatori in Alaska hanno perciò definito il ricorso un tentativo di invalidare il voto, non di proteggerlo.

Il messaggio politico è chiaro: in uno Stato conservatore dove il seggio di Sullivan è in bilico, una sconfitta repubblicana non dovrà essere certificata senza battaglia. Se Peltola vincerà di poco, il Dipartimento di Giustizia avrà già predisposto lo strumento per trasformare il margine in una presunta anomalia. È esattamente il meccanismo che rende pericolosa questa operazione: non la contestazione dopo il voto, che è un diritto, ma la predisposizione anticipata di una causa per non riconoscere il voto prima ancora che sia stato espresso.

Il terzo colpo: Ilhan Omar

La terza mossa colpisce direttamente una avversaria politica. Il 12 ottobre agenti della Homeland Security Investigations hanno perquisito all’alba la casa a Washington della deputata democratica del Minnesota Ilhan Omar, nell’ambito di un’indagine federale su presunte irregolarità nella documentazione immigratoria della sua famiglia. Una ventina circa di agenti ha perquisito l’abitazione per circa cinque ore e ha sequestrato 17 oggetti, tra cui telefoni, quaderni, un computer e oggetti personali della famiglia. Il Dipartimento di Giustizia ha confermato l’esistenza di un mandato autorizzato da un giudice, ma non ha reso pubbliche le accuse specifiche.

La tempistica è il problema. La perquisizione è avvenuta a poche settimane dalle midterm, mentre in Minnesota era già iniziata la votazione anticipata, e ha colpito una parlamentare di origine somala, donna e musulmana, da sempre bersaglio delle campagne di Trump. Il presidente ha suggerito che l’indagine potrebbe portare alla revoca della cittadinanza e all’espulsione di Omar, arrivata negli Stati Uniti da bambina nel 1995; la deputata ha respinto le accuse e ha parlato di intimidazione. I suoi avvocati hanno chiesto la restituzione immediata del materiale sequestrato. Anche se l’indagine dovesse avere un fondamento, la scelta di agire proprio in questa finestra elettorale, con una perquisizione ad alta visibilità, produce un effetto che va oltre il singolo caso: comunica a candidati, attivisti ed elettori delle comunità immigrate che lo Stato può entrare nelle loro case.

Il bersaglio: gli elettori delle minoranze

Questa è la parte più preoccupante della strategia. Le comunità ispaniche, somale, asiatiche e di origine immigrata sono spesso concentrate in collegi e Stati dove possono decidere l’esito delle competizioni. Messaggi ripetuti sul pericolo del voto dei non cittadini, perquisizioni spettacolari contro una deputata somala americana e minacce di procedimenti contro funzionari elettorali producono un effetto concreto: scoraggiare la partecipazione di chi teme controlli, ritorsioni o problemi con le autorità immigratorie. Non è necessario che la maggioranza degli elettori creda alla frode perché la strategia funzioni; basta che una parte di loro decida che votare non ne vale il rischio.

A questo si aggiunge la pressione per rendere più restrittive le regole di registrazione e di voto, con richieste di documenti che provino la cittadinanza e con limitazioni al voto per corrispondenza. Negli Stati Uniti non esiste una carta d’identità nazionale equivalente a quella italiana: molti cittadini si affidano alla patente, che non indica la cittadinanza, oppure al Social Security number, che non è un documento d’identità nel senso europeo. Pretendere prove formali di cittadinanza al momento del voto può colpire in modo sproporzionato persone anziane, povere, studenti, persone senza patente e membri di minoranze, senza necessariamente prevenire frodi che, secondo le evidenze disponibili, restano estremamente rare.

Il disegno: preparare la contestazione

La sequenza California-Alaska-Omar disegna un metodo riconoscibile. Prima arrivano le affermazioni pubbliche sul presunto voto dei non cittadini e sulle “elezioni corrotte”; poi vengono presentate liste di nominativi con scadenze impossibili e senza trasparenza sui criteri di selezione; infine, se gli Stati non collaborano, si passa alle cause, alle minacce penali e alle richieste di intervento giudiziario. Nel caso della California, il Dipartimento di Giustizia ha minacciato procedimenti contro funzionari elettorali, rafforzando l’idea che chi amministra le elezioni possa essere trattato come un sospettato.

Il rischio più grave non è che qualche scheda venga conteggiata o scartata per errore: ogni sistema elettorale complesso produce errori isolati, e la loro esistenza non dimostra un complotto. Il rischio è che errori marginali vengano trasformati in prove di una frode generale, e che l’incertezza prodotta dalle cause diventi essa stessa l’arma politica. Se i repubblicani perderanno seggi cruciali, la narrazione è già pronta: non una sconfitta da accettare, ma un risultato da contestare perché costruito su liste elettorali “impure”, schede sospette e candidature confondenti. È lo stesso schema del 2020, quando i legali di Trump persero decine di cause nei tribunali.

Cosa può accadere dopo il 3 novembre

La domanda che ormai domina il dibattito politico americano non è soltanto chi vincerà le midterm, ma se il presidente accetterà il verdetto delle urne. Le mosse degli ultimi giorni suggeriscono che, in caso di sconfitte repubblicane risicate, l’amministrazione potrebbe tentare di trasformare ogni margine stretto in una controversia legale: contestazione delle schede per corrispondenza, richieste di sospensione della certificazione, indagini sui voti espressi per candidati omonimi e accuse contro le commissioni elettorali statali. Il caso dell’Alaska dimostra che questa strategia non è più un’ipotesi teorica: il Dipartimento di Giustizia ha già chiesto a un giudice di prevedere il meccanismo prima che il voto abbia luogo.

La democrazia americana dispone ancora di tribunali, funzionari elettorali statali, organizzazioni civili e avvocati pronti a difendere il diritto di voto. Ma la ripetizione costante dell’accusa di broglio, l’uso di indagini federali contro avversari politici e l’intervento diretto del Dipartimento di Giustizia nelle procedure di certificazione erodono qualcosa di più fragile di una singola elezione: la fiducia condivisa nel fatto che, una volta aperti i seggi e conteggiate le schede, il risultato appartenga agli elettori. Se quella fiducia viene spezzata, non serve un assalto al Congresso per danneggiare la democrazia. Basta convincere una parte del Paese che ogni sconfitta è, per definizione, un furto.

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