Il possibile divieto Usa alle esportazioni di diesel spaventa l’Europa: la dipendenza da Washington riaccende l’allarme sulla sicurezza energetica

Il possibile divieto Usa alle esportazioni di diesel spaventa l’Europa: la dipendenza da Washington riaccende l’allarme sulla sicurezza energetica

Il possibile divieto Usa alle esportazioni di diesel spaventa l’Europa: la dipendenza da Washington riaccende l’allarme sulla sicurezza energetica

La Casa Bianca sta valutando la possibilità di vietare, o almeno limitare, le esportazioni statunitensi di diesel. L’obiettivo dichiarato sarebbe aumentare la disponibilità di carburante sul mercato interno e ridurre i prezzi negli Stati Uniti, dove il gasolio ha superato i 6,50 dollari al gallone. Ma una decisione di questo tipo rischierebbe di produrre l’effetto opposto sui mercati internazionali, soprattutto in Europa, che negli ultimi anni è diventata fortemente dipendente dalle forniture americane.

Il presidente Donald Trump ha dichiarato di stare valutando “molto seriamente” un divieto all’export, mentre i suoi consiglieri gli hanno presentato diverse opzioni per contenere la crisi dei carburanti. Tra queste figurano un blocco totale delle esportazioni, limiti alle vendite internazionali, ulteriori deroghe al Jones Act per facilitare il trasporto tra i porti statunitensi, agevolazioni fiscali e un allentamento delle regole sul diesel agricolo, quello utilizzato soprattutto da trattori e macchinari fuoristrada.

Al momento, tuttavia, non è stata presa alcuna decisione definitiva. Un funzionario della Casa Bianca ha dichiarato che l’amministrazione sta “valutando tutte le opzioni sul tavolo” per abbassare i prezzi interni. Il dibattito resta però aperto e la possibilità di un provvedimento improvviso non è stata esclusa.

La pressione politica sui repubblicani

La questione energetica si inserisce in un contesto politico particolarmente delicato per l’amministrazione Trump. A poco più di un mese dalle elezioni di metà mandato, il prezzo del diesel è diventato una delle principali preoccupazioni per agricoltori, autotrasportatori e imprese manifatturiere. Il gasolio è infatti essenziale per il trasporto delle merci, per la produzione agricola e per il funzionamento di una parte significativa dell’economia statunitense.

Il prezzo medio ha raggiunto la scorsa settimana 6,53 dollari al gallone, oltre il 70 per cento in più rispetto al periodo precedente alla guerra con l’Iran. L’aumento sta alimentando il malcontento negli Stati agricoli, tradizionalmente favorevoli al Partito Repubblicano, e mette sotto pressione i parlamentari che temono di pagare il costo politico dell’inflazione.

I repubblicani delle aree rurali, guidati dal senatore dell’Iowa Chuck Grassley, hanno chiesto alla Casa Bianca di intervenire rapidamente. Anche il deputato del Tennessee Tim Burchett ha presentato una proposta di legge per vietare completamente le esportazioni di diesel. Secondo Burchett, il partito rischia di essere ritenuto responsabile dell’aumento dei prezzi perché è al governo. “Siamo noi al potere”, avrebbe osservato, sottolineando la difficoltà di sottrarsi alla responsabilità politica per la situazione economica.

Il timore è che il caro-carburante, insieme all’inflazione e alle conseguenze della guerra in Medio Oriente, possa indebolire ulteriormente i candidati repubblicani alle elezioni di novembre.

Il contrasto con le compagnie petrolifere

L’ipotesi del divieto divide però la stessa amministrazione americana. Diversi funzionari sostengono che una sospensione delle esportazioni potrebbe non ridurre davvero i prezzi e, in alcuni casi, potrebbe addirittura farli aumentare. Tra i contrari o scettici ci sarebbero il segretario all’Energia Chris Wright, il segretario all’Interno Doug Burgum e il segretario al Tesoro Scott Bessent.

Anche le compagnie petrolifere stanno facendo pressione contro il blocco. Per le imprese del settore, le esportazioni rappresentano una fonte di ricavi importante e consentono alle raffinerie di collocare i prodotti sui mercati dove la domanda è più alta. Un divieto potrebbe inoltre creare squilibri tra le diverse regioni degli Stati Uniti: non tutte le aree sono infatti rifornite dagli stessi impianti e alcune dipendono dalle importazioni o dal trasporto di carburante proveniente dall’estero.

Darren Woods, amministratore delegato di ExxonMobil, ha incontrato il segretario all’Energia Chris Wright alla Casa Bianca. Secondo persone informate sul confronto, il lavoro di lobbying delle società petrolifere avrebbe convinto parte dell’amministrazione che un blocco delle esportazioni potrebbe ritorcersi contro i consumatori americani, facendo salire i prezzi nelle zone più esposte al mercato internazionale.

Anche gli analisti dell’energia hanno messo in dubbio l’efficacia della misura. Il petrolio e i prodotti raffinati vengono scambiati in un mercato globale: ridurre le esportazioni statunitensi non eliminerebbe necessariamente la pressione sui prezzi, ma potrebbe spostarla da una parte all’altra del mondo. Un eccesso di offerta in alcune aree degli Stati Uniti potrebbe quindi convivere con una carenza di diesel in Europa, America Latina, Africa e Asia.

Prezzi europei già sotto pressione

Il principale motivo di preoccupazione per l’Unione Europea è la crescente dipendenza dalle importazioni di diesel statunitense. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, Bruxelles ha adottato sanzioni sempre più ampie contro il petrolio e i prodotti raffinati provenienti dalla Russia, riducendo drasticamente una delle principali fonti di approvvigionamento del continente. Non si tratta quindi di una semplice interruzione commerciale: la scelta di abbandonare il diesel russo è stata una decisione politica legata alla guerra e alla volontà dell’Unione Europea di ridurre la propria esposizione nei confronti di Mosca. Il problema è che la sostituzione di quelle forniture ha spinto l’Europa a rivolgersi ad altri grandi esportatori, tra cui gli Stati Uniti, senza eliminare la dipendenza dai combustibili fossili importati. Secondo la Commissione europea, le importazioni di petrolio russo sono passate dal 27 per cento dell’inizio del 2022 a circa il 3 per cento nella prima metà del 2025.

Secondo i dati Kpler citati da Euronews, nel 2026 gli Stati Uniti hanno fornito circa 180 mila barili di diesel al giorno sui circa 580 mila barili importati quotidianamente dall’Unione Europea da Paesi esterni al blocco. La quota è quindi pari a circa il 32 per cento, in aumento rispetto al 17 per cento del 2025. La dipendenza è ancora più elevata nell’Europa nord-occidentale, dove le forniture americane rappresentano circa 200 mila barili al giorno su 350 mila importati dall’esterno della regione: quasi il 57 per cento.

La situazione è particolarmente delicata perché il mercato europeo non dispone facilmente di sostituti immediati. Se i 180 mila barili al giorno provenienti dagli Stati Uniti venissero improvvisamente a mancare, i Paesi europei dovrebbero cercare altri fornitori in un mercato già caratterizzato da scorte limitate, capacità di raffinazione sotto pressione e una domanda elevata. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nei primi otto mesi del 2026 le esportazioni via mare di gasolio e diesel sono diminuite del 10 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La Russia non garantisce più i volumi di prima a causa delle sanzioni, dei danni subiti dalle raffinerie e delle limitazioni alle esportazioni, mentre le tensioni in Medio Oriente hanno ridotto la regolarità dei flussi attraverso le principali rotte energetiche. Finora, proprio gli Stati Uniti hanno contribuito a compensare una parte di questa riduzione. Un blocco dell’export rischierebbe quindi di privare l’Europa di uno dei pochi canali ancora disponibili.

Questa vulnerabilità dimostra però anche un problema più ampio: sostituire un fornitore esterno con un altro non significa raggiungere una vera sicurezza energetica. L’Europa ha correttamente ridotto la propria dipendenza dal petrolio e dai prodotti raffinati russi, ma non può limitarsi a trasferire quella dipendenza ai Stati Uniti. In questo modo cambierebbe il partner commerciale, ma non la fragilità strutturale del sistema. Un conflitto, una decisione politica o un’interruzione dei trasporti in una qualsiasi delle regioni produttrici può infatti provocare nuovi aumenti dei prezzi e mettere in discussione la continuità delle forniture.

Per questo la crisi del diesel dovrebbe spingere l’Unione Europea ad accelerare la costruzione di un sistema energetico più autonomo e diversificato.

L’allarme della Commissione europea

La Commissione europea ha iniziato a prepararsi allo scenario peggiore. Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ha inviato una lettera ai 27 Stati membri raccomandando di ridurre i consumi di gas ed elettricità “per tutto il tempo necessario”. Tra le misure suggerite figurano la diminuzione della domanda nelle ore di punta, la limitazione dell’illuminazione esterna e il contenimento delle temperature negli edifici pubblici.

Jørgensen ha chiarito che non ci sono, al momento, rischi immediati per la sicurezza degli approvvigionamenti. Ha però avvertito che le riserve di gas sono “eccezionalmente basse” per questo periodo dell’anno. L’estate calda e secca ha aumentato la domanda di elettricità e spinto diversi Paesi a utilizzare più gas per alimentare le centrali.

L’Unione Europea si trova quindi davanti a una situazione diversa, ma non meno complessa, rispetto a quella del 2022. Allora la crisi era stata provocata soprattutto dal crollo delle forniture di gas russo. Oggi il problema è più articolato: riguarda il gas, il diesel, il petrolio e i prodotti raffinati, in un contesto segnato dalle tensioni internazionali e dalla riduzione dei flussi commerciali.

Nella sua lettera, il commissario ha invitato i governi a trarre insegnamento dalla crisi energetica precedente, introducendo incentivi per ridurre i consumi e adottando misure mirate contro i prezzi elevati. L’obiettivo è evitare che una difficoltà temporanea si trasformi in un’emergenza generalizzata durante i mesi più freddi.

Bruxelles invita Washington alla cautela

I ministri europei dell’Energia hanno discusso il possibile impatto del divieto durante una riunione in Irlanda. Jørgensen ha detto di aver inviato a Washington un messaggio molto chiaro: limitare il flusso di energia non sarebbe nell’interesse né degli Stati Uniti né dell’Europa.

Anche la Commissione europea ha espresso contrarietà all’ipotesi. Il portavoce Olof Gill ha definito il divieto una “cattiva idea”, sostenendo che potrebbe danneggiare entrambe le sponde dell’Atlantico. Il governo irlandese, tuttavia, ha mostrato un certo ottimismo. Il ministro dell’Energia Darragh O’Brien ha riferito di aver avuto l’impressione, dopo i colloqui a Washington, che un divieto di 90 giorni fosse improbabile.

Gli ultimi segnali provenienti dagli Stati Uniti sembrano indicare che alcuni funzionari dell’amministrazione siano contrari a una sospensione totale. Anche Chris Wright avrebbe manifestato perplessità sull’efficacia del provvedimento. Ma la decisione finale resta legata alla volontà di Trump, che negli ultimi giorni ha continuato a descrivere il divieto come un’opzione concreta.

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