Fratelli d’Italia festeggia il record degli occupati, ma i dati raccontano una realtà più complessa: perché non basta e quali problemi strutturali restano irrisolti

Il record degli occupati è sicuramente un dato positivo per l’economia italiana, ma da solo non basta a descrivere la situazione del mercato del lavoro. Fratelli d’Italia ha celebrato questo risultato in un post, sottolineando che l’occupazione ha raggiunto il livello più alto degli ultimi 22 anni e che il numero degli inattivi è diminuito. Il dato è reale, ma va letto insieme agli altri indicatori. Dietro il dato complessivo si nascondono infatti problemi strutturali che continuano a limitare la crescita del Paese: il basso tasso di occupazione, l’elevato numero di inattivi, la scarsa partecipazione femminile, le difficoltà dei giovani nell’ingresso nel mercato e l’invecchiamento della popolazione.

Il secondo trimestre del 2026 conferma una tendenza favorevole. Secondo l’Istat, il numero degli occupati è salito a 24 milioni e 363 mila unità, con un aumento di 155 mila persone rispetto al trimestre precedente. La crescita ha interessato sia i dipendenti a tempo indeterminato, aumentati di 120 mila unità, sia quelli a termine, cresciuti di 18 mila, mentre gli indipendenti sono aumentati di 17 mila. Nello stesso periodo il tasso di occupazione ha raggiunto il 63,1%, mentre il tasso di inattività tra le persone in età lavorativa è sceso al 33%.

Sono numeri importanti, soprattutto se osservati nel breve periodo. Tuttavia, il loro significato deve essere valutato con attenzione. Un aumento del numero degli occupati non dice, da solo, quanti siano i lavoratori a tempo pieno, quanti abbiano un contratto stabile, quali siano le retribuzioni, quante ore lavorino e quanto sia produttivo il sistema economico nel quale sono inseriti. Ancora meno permette di capire quante persone restino fuori dal mercato del lavoro e per quali ragioni.

Il rischio è trasformare un indicatore positivo in una rappresentazione parziale della realtà.Il governo e i partiti di maggioranza possono rivendicare l’aumento degli occupati, perché si tratta di un dato reale. Tuttavia, trasformare questo risultato in una celebrazione politica significa offrire una rappresentazione parziale del mercato del lavoro. Come spesso accade, i dati più favorevoli vengono selezionati e utilizzati per rafforzare la propria narrazione, soprattutto in vista di possibili obiettivi elettorali, mentre gli indicatori meno positivi vengono lasciati sullo sfondo.

Il record degli occupati non cancella infatti l’elevato numero di inattivi, le difficoltà dei disoccupati, il basso tasso di occupazione femminile, il ritardo dei giovani e la distanza dell’Italia dagli standard europei. Presentare soltanto il dato più conveniente rischia quindi di trasformare un miglioramento reale, ma limitato, in una presunta prova del successo complessivo delle politiche del governo. Per capire la situazione bisogna guardare all’intero quadro: solo così emerge che il record è positivo, ma non basta a dimostrare che i problemi strutturali del lavoro italiano siano stati risolti. Il compito dell’analisi economica è verificare se questo miglioramento sia sufficiente a colmare il divario storico dell’Italia rispetto agli altri Paesi europei. La risposta, osservando i principali indicatori, è negativa.

Occupati, disoccupati e inattivi

Per comprendere il mercato del lavoro non basta contare gli occupati. È necessario osservare contemporaneamente tre gruppi: chi lavora, chi cerca un impiego e chi non lavora e non lo cerca. Gli occupati producono reddito e partecipano direttamente all’attività economica; i disoccupati fanno parte della forza lavoro perché sono disponibili a lavorare e stanno cercando un impiego; gli inattivi, invece, non lavorano e non sono impegnati nella ricerca di un posto.

Questa distinzione è fondamentale perché l’abbassamento della disoccupazione può dipendere da due fenomeni diversi. Può significare che molte persone hanno trovato un lavoro, ma può anche indicare che una parte di coloro che cercavano un impiego ha smesso di farlo, entrando nella categoria degli inattivi. Per questo motivo, il tasso di disoccupazione deve essere letto insieme al tasso di occupazione e a quello di inattività.

Nel secondo trimestre del 2026, l’Istat ha registrato una diminuzione degli inattivi tra i 15 e i 64 anni pari a 185 mila unità rispetto al trimestre precedente. Il dato è incoraggiante, ma nello stesso periodo il numero dei disoccupati è aumentato di 31 mila persone. Su base annua, invece, i disoccupati sono diminuiti di 167 mila unità, mentre gli inattivi tra i 15 e i 64 anni sono calati di 140 mila. Il tasso di disoccupazione si è attestato al 5,9% nel confronto annuo, mentre quello di inattività è sceso al 32,5%.

Questi dati mostrano un mercato più dinamico, nel quale una parte delle persone precedentemente inattive sembra avvicinarsi alla ricerca di un impiego. Ma mostrano anche che il problema non è stato risolto: circa un terzo della popolazione in età lavorativa continua a non partecipare al mercato. Si tratta di una quota molto elevata, che riduce il potenziale produttivo del Paese e rende più difficile sostenere il sistema previdenziale e il welfare nei prossimi decenni.

L’Italia, quindi, sta riuscendo a impiegare meglio una parte delle persone che partecipano al mercato, ma non riesce ancora a coinvolgere una quota sufficientemente ampia della popolazione. La crescita dell’occupazione è reale, ma avviene all’interno di un sistema che continua a funzionare al di sotto delle proprie possibilità.

Il confronto con l’Europa

Il dato più significativo emerge dal confronto internazionale. Nel 2025 il tasso di occupazione italiano tra le persone di età compresa tra 20 e 64 anni è stato pari al 67,6%, mentre la media dell’Unione europea ha raggiunto il 76,1%. L’Italia ha registrato il valore più basso dell’intera Unione, davanti soltanto alla Romania e alla Grecia nella graduatoria dei Paesi con il tasso di occupazione più ridotto.

La distanza non è marginale. Significa che, su cento persone in età lavorativa, in Italia lavorano circa 68 individui, mentre nella media europea sono oltre 76. Il confronto evidenzia quindi che il record degli occupati è stato raggiunto partendo da una base molto più bassa rispetto a quella degli altri Paesi.

Anche il paragone con economie simili è sfavorevole. La Spagna presenta un tasso di occupazione superiore a quello italiano, così come la Francia e soprattutto la Germania. Il fatto che il numero assoluto degli occupati abbia raggiunto un livello elevato non significa dunque che l’Italia abbia colmato il divario. Un Paese può registrare il maggior numero di occupati della propria storia e, allo stesso tempo, rimanere ultimo in Europa per capacità di coinvolgere la popolazione nel lavoro.

Questo è il punto centrale spesso trascurato nel dibattito politico. I valori assoluti descrivono la dimensione complessiva del fenomeno, ma i tassi permettono di effettuare confronti corretti tra Paesi con popolazioni diverse. Inoltre, il numero degli occupati deve essere rapportato all’andamento demografico: se la popolazione in età lavorativa diminuisce, il raggiungimento di un record può essere meno straordinario di quanto sembri.

La demografia rende il risultato meno sorprendente

Negli ultimi anni la popolazione italiana in età lavorativa si è ridotta. Il calo delle persone tra i 15 e i 64 anni comporta una conseguenza immediata: anche se il numero degli occupati rimane stabile o aumenta, la platea complessiva di riferimento diventa più piccola.

La diminuzione della popolazione attiva non è soltanto un problema statistico. Significa meno persone potenzialmente disponibili a produrre beni e servizi, pagare contributi e imposte e sostenere il sistema pensionistico. Allo stesso tempo, aumenta il numero degli anziani che avranno bisogno di pensioni, assistenza sanitaria e servizi di cura.

In altre parole, l’Italia si trova di fronte a una doppia pressione. Da un lato deve aumentare l’occupazione per sostenere la crescita economica; dall’altro deve farlo mentre diminuisce il numero delle persone in età lavorativa e cresce quello degli anziani. Il mercato del lavoro, quindi, non può essere giudicato esclusivamente sulla base del numero complessivo degli occupati. Deve essere valutato anche in relazione alla struttura demografica del Paese.

L’aumento dell’occupazione può contribuire a sostenere il prodotto interno lordo, perché più persone lavorano e ricevono un reddito. Ma il risultato rischia di essere insufficiente se la crescita si accompagna a una riduzione della popolazione attiva, a salari bassi e a un numero elevato di persone escluse dal mercato.

Il divario femminile resta il principale problema

Una delle ragioni più importanti del ritardo italiano è culturale e riguarda il lavoro femminile. Nel 2025 il tasso di occupazione delle donne tra i 20 e i 64 anni è stato pari al 58%, il livello più basso tra i Paesi dell’Unione europea. La media europea, invece, ha raggiunto il 71,3%.

Il divario con gli uomini è particolarmente ampio. In Italia la differenza tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile è stata di 19,1 punti percentuali, quasi il doppio rispetto alla media europea, pari a 9,6 punti. Il problema non riguarda soltanto la scelta individuale delle donne, ma l’organizzazione complessiva della società e del mercato del lavoro.

La partecipazione femminile risente della distribuzione squilibrata del lavoro domestico e di cura, della difficoltà di conciliare occupazione e maternità, della carenza di servizi per l’infanzia e della diffusione di lavori poco flessibili. In molte famiglie, quando nasce un figlio, è ancora la donna a ridurre l’orario, abbandonare il lavoro o rinunciare alla ricerca di un impiego.

Il divario aumenta proprio quando le responsabilità familiari diventano più pesanti. Molte donne con figli incontrano ostacoli nel rientro al lavoro, accettano impieghi part-time non scelti oppure rimangono escluse per lunghi periodi dal mercato. Questo produce effetti negativi non soltanto sui redditi familiari, ma anche sulle carriere, sulle pensioni future e sull’autonomia economica.

L’occupazione femminile rappresenta quindi una delle principali riserve di crescita dell’Italia. Aumentare il numero delle donne occupate significherebbe ampliare la base produttiva, incrementare i redditi, rafforzare i consumi e aumentare le entrate fiscali e contributive. Per farlo, però, non sono sufficienti incentivi temporanei alle assunzioni: servono servizi per l’infanzia, congedi meglio distribuiti, maggiore flessibilità organizzativa e un cambiamento nella divisione del lavoro di cura.

Giovani fuori dal mercato e ingresso tardivo

Un’altra debolezza riguarda i giovani. In Italia l’ingresso nel mercato del lavoro avviene più tardi rispetto alla media europea. Molti ragazzi proseguono gli studi, ma una parte consistente affronta anche periodi prolungati di disoccupazione, tirocini poco retribuiti, contratti temporanei e lavori non coerenti con la propria formazione.

La difficoltà di ingresso produce conseguenze durature. Chi comincia a lavorare tardi accumula meno contributi, dispone di redditi più bassi e rinvia l’autonomia abitativa e familiare. In alcuni casi, la precarietà spinge i giovani più qualificati a trasferirsi all’estero, alimentando la perdita di capitale umano.

Il problema non è soltanto il tasso di occupazione degli under 30, ma anche la qualità delle opportunità disponibili. Un contratto di breve durata può rappresentare un primo passo verso un impiego stabile, ma può anche trasformarsi in una sequenza di lavori discontinui senza crescita professionale. Per questo il record occupazionale dovrebbe essere accompagnato da informazioni sulla durata dei contratti, sulle retribuzioni e sulle possibilità di carriera.

Un mercato del lavoro efficiente non è quello nel quale le persone vengono semplicemente assunte, ma quello nel quale riescono a costruire percorsi professionali stabili e produttivi. Se un giovane resta per anni intrappolato tra tirocini, contratti brevi e periodi di disoccupazione, il numero complessivo degli occupati non racconta pienamente la sua condizione.

Più anziani al lavoro

La crescita del numero degli occupati è stata sostenuta anche dall’aumento della permanenza al lavoro delle persone più anziane. L’allungamento della vita lavorativa ha contribuito a compensare, almeno in parte, la riduzione dei lavoratori più giovani e della popolazione in età attiva.

Questo fenomeno ha alcuni aspetti positivi. Lavorare più a lungo può aumentare i redditi individuali, rafforzare i versamenti contributivi e valorizzare l’esperienza professionale. Tuttavia, non può essere considerato una soluzione al problema demografico. Se l’occupazione cresce soprattutto perché le persone rimangono al lavoro più a lungo, mentre diminuisce l’ingresso dei giovani, il sistema rischia di diventare sempre più dipendente dalla generazione più anziana.

Il ricorso crescente ai lavoratori anziani è dunque un indicatore ambivalente: da una parte mostra una maggiore partecipazione al mercato, dall’altra segnala le difficoltà dell’Italia nel creare un ricambio generazionale sufficiente.

Occupazione e qualità del lavoro

Il numero degli occupati deve essere accompagnato da un’analisi della qualità del lavoro. Nel secondo trimestre del 2026 l’Istat ha rilevato una crescita sia dei contratti permanenti sia di quelli a termine, mentre la quota delle posizioni a tempo parziale è arrivata al 28,9%. Le posizioni lavorative dipendenti sono aumentate dell’1,3% su base annua, ma il tasso dei posti vacanti è sceso all’1,5%.

Questi dati descrivono un mercato in movimento, ma non consentono di concludere automaticamente che la qualità dell’occupazione sia migliorata in modo uniforme. Il part-time può essere una scelta utile quando risponde alle esigenze del lavoratore, ma diventa un problema quando è involontario e comporta redditi insufficienti. Allo stesso modo, un contratto a tempo indeterminato non garantisce necessariamente una retribuzione adeguata o buone condizioni professionali.

Anche la crescita delle ore lavorate deve essere interpretata con prudenza. Nel secondo trimestre del 2026 l’input di lavoro è aumentato dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dell’1,3% su base annua, mentre il Pil è cresciuto dello 0,2% nel confronto congiunturale e dell’1% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. Il dato conferma che occupazione e attività economica stanno crescendo, ma non dice da solo se la produttività e i salari stiano migliorando abbastanza.

Il vero obiettivo dovrebbe essere creare occupazione stabile, qualificata e adeguatamente retribuita. Se aumentano soltanto il numero degli impieghi e delle ore lavorate, senza un miglioramento del potere d’acquisto e della produttività, il record rischia di rimanere un risultato quantitativo più che un progresso strutturale.

Un buon dato non è ancora una soluzione

Il record degli occupati va riconosciuto come un risultato positivo. Un numero maggiore di persone al lavoro significa, in linea generale, più redditi distribuiti, più contributi versati e una maggiore capacità produttiva. Sarebbe sbagliato ignorare questo miglioramento o considerarlo privo di valore.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato presentarlo come la soluzione ai problemi del mercato del lavoro italiano. Il Paese continua ad avere il tasso di occupazione più basso dell’Unione europea, una partecipazione femminile insufficiente, un ingresso troppo lento dei giovani e una quota molto elevata di inattivi. A questo si aggiungono l’invecchiamento della popolazione, il calo della forza lavoro e le difficoltà legate ai salari e alla qualità dell’occupazione.

Il dato complessivo, quindi, deve essere inserito in un quadro più ampio. L’Italia non deve soltanto aumentare il numero degli occupati: deve coinvolgere più donne, offrire ai giovani percorsi professionali meno precari, sostenere le famiglie, migliorare i salari e rendere compatibile il lavoro con la vita personale.

Il record può essere l’inizio di un percorso, ma non rappresenta il punto di arrivo. Per valutare davvero la salute del mercato del lavoro bisognerà capire se la crescita sarà duratura, se coinvolgerà le categorie oggi più escluse e se riuscirà a ridurre il divario con il resto dell’Europa. Fino ad allora, il numero degli occupati resterà un dato incoraggiante, ma insufficiente per parlare di un problema risolto.

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