Ahmadinejad, Budapest e il piano segreto: come l’ex presidente iraniano sarebbe dovuto diventare una pedina dell’intelligence israeliana per un cambio regime

Ahmadinejad, Budapest e il piano segreto: come l’ex presidente iraniano sarebbe dovuto diventare una pedina dell’intelligence israeliana per un cambio regime

Ahmadinejad, Budapest e il piano segreto: come l’ex presidente iraniano sarebbe dovuto diventare una pedina dell’intelligence israeliana per un cambio regime

All’inizio del 2024, in un ufficio universitario di Budapest, il rettore Gergely Deli ricevette una richiesta che, a prima vista, sembrava quasi assurda. Un alto funzionario del governo ungherese gli chiese di organizzare una conferenza sul cambiamento climatico e di invitare come relatore un ospite che, sul piano politico e simbolico, appariva quasi inconcepibile: Mahmoud Ahmadinejad, l’ex presidente iraniano noto nel mondo per la sua retorica durissima contro Israele invocandone la distruzione, per le sue dichiarazioni negazioniste sull’olocausto e per il ruolo centrale avuto nella stagione più conflittuale della Repubblica islamica.

La proposta era già di per sé insolita, ma la ragione che il funzionario avrebbe dato a Deli rendeva tutto ancora più sorprendente. Secondo il racconto riportato, la conferenza non sarebbe stata il vero obiettivo dell’invito: avrebbe funzionato come copertura per consentire ad Ahmadinejad di incontrare, in segreto a Budapest, agenti dell’intelligence israeliana, cioè del paese che l’ex presidente iraniano aveva per anni indicato come nemico esistenziale. In altre parole, una conferenza accademica sul clima sarebbe servita a schermare un contatto clandestino nel cuore dell’Europa centrale, dentro un’università pubblica, tra una figura simbolo dell’antisraelismo iraniano e apparati israeliani interessati a trasformarlo in una risorsa strategica.

Deli, consapevole del rischio che l’operazione avrebbe potuto danneggiare la sua reputazione e quella dell’università, scelse comunque di procedere. La sua giustificazione, come riferito nelle ricostruzioni, era di tipo etico e pragmatico insieme: se due nemici vogliono parlarsi, meglio agevolare il dialogo che impedirlo. La sua idea implicita era che, in certi contesti di conflitto, un contatto segreto può ridurre il rischio di violenza o aprire un canale utile a evitare conseguenze peggiori. Ma la portata del progetto andava ben oltre una semplice mediazione accademica: era l’inizio di un’operazione di intelligence a geometria estremamente ambiziosa.

Budapest come scenario strategico

La scelta di Budapest non era casuale. L’Ungheria di Viktor Orbán, in quel periodo, aveva relazioni molto strette con Israele e si mostrava disponibile a ospitare iniziative che altri paesi europei non avrebbero accettato. L’Università Nazionale del Servizio Pubblico, nota anche come Ludovika, divenne così un luogo non solo per conferenze e dibattiti, ma anche come spazio di copertura istituzionale per contatti riservati.

Nel maggio 2024 Ahmadinejad era effettivamente a Budapest per due conferenze presso l’ateneo, su invito di Gergely Deli. Il fatto che la sua presenza fosse stata ufficialmente presentata come attività accademica contribuì a legittimare l’operazione agli occhi del pubblico, mentre nei retroscena prendeva forma qualcosa di molto diverso. Un anno dopo, Ahmadinejad sarebbe tornato nella capitale ungherese per una seconda visita, sempre nello stesso perimetro universitario, e quella permanenza avrebbe assunto un significato ancora più importante nel puzzle più ampio dell’intelligence israeliana.

Nel racconto delle fonti, Budapest diventava quindi un punto di snodo: un luogo apparentemente neutrale, ma in realtà perfetto per far coincidere accademia, diplomazia informale e attività clandestina.

Il progetto israeliano

Secondo funzionari americani e iraniani a conoscenza dell’operazione, il contatto con Ahmadinejad non era un episodio isolato, ma parte di uno sforzo di lungo periodo dell’intelligence israeliana per costruire attorno a lui una possibile opzione di cambio di regime in Iran. L’idea, per quanto paradossale, era che proprio una figura che aveva incarnato per anni l’ostilità più radicale verso Israele potesse essere trasformata in una risorsa politica e di intelligence da utilizzare nel momento opportuno.

Il significato strategico di questo progetto è enorme. Israele, che considera l’Iran la principale minaccia regionale, non si sarebbe limitato a osservare le fratture interne della Repubblica islamica, ma avrebbe tentato di sfruttarle in modo attivo. Ahmadinejad, già presidente dal 2005 al 2013, era un personaggio con una forte riconoscibilità interna e una storia politica controversa, ma ancora capace di parlare a settori popolari del paese. Se addomesticato, o almeno reso collaborativo, avrebbe potuto offrire una copertura di legittimità interna per un eventuale riassetto post-regime.

Per questo, secondo quanto riferito, il Mossad avrebbe informato anche la CIA dei contatti stabiliti con l’ex presidente. David Barnea, allora direttore dell’agenzia israeliana, avrebbe perfino viaggiato personalmente a Budapest nel 2024 per incontrarlo. La centralità di Barnea mostra quanto l’operazione fosse considerata di livello massimo, non un’iniziativa marginale affidata a intermediari. Qui non si trattava soltanto di raccogliere informazioni, ma di costruire una possibile architettura politica alternativa per l’Iran del futuro.

Il significato di Ahmadinejad

Per capire perché un’operazione del genere potesse perfino essere concepita, bisogna guardare all’evoluzione di Ahmadinejad. Da presidente, fu uno dei simboli più duri e ideologici della linea anti-israeliana della Repubblica islamica. Sotto la sua guida, Teheran accelerò il proprio programma nucleare, mentre sul piano politico interno la repressione fu severa, soprattutto dopo la contestata rielezione del 2009. Le sue dichiarazioni contro Israele e la sua retorica incendiaria lo resero una figura profondamente odiata in Occidente e duramente contestata anche dentro l’Iran.

Ma la fase successiva alla presidenza mostrò un profilo più ambiguo. Ahmadinejad attenuò progressivamente il linguaggio più aggressivo, cercò di presentarsi come uomo vicino alla gente comune e iniziò a criticare apertamente la corruzione della classe dirigente e gli abusi delle forze di sicurezza. Cambiò anche immagine: abiti più formali, barba curata, posture pubbliche più misurate, interesse per l’inglese e per una comunicazione più internazionale.

Questa trasformazione non significava necessariamente una conversione ideologica, ma aveva un valore politico evidente. Ahmadinejad tentava di costruirsi un profilo post-presidenziale capace di superare i limiti imposti dal sistema e di restare una figura utile in futuro. Secondo chi lo conosceva bene, il suo obiettivo non era il denaro ma il potere. E proprio questa ambizione lo rendeva potenzialmente interessante anche per servizi segreti stranieri: un uomo escluso dal potere ma ancora desideroso di tornarci può diventare vulnerabile a chi gli promette una seconda occasione.

Il sospetto iraniano

Le autorità iraniane, però, non rimasero passive. Con il passare del tempo, le attività di Ahmadinejad iniziarono a destare sospetti crescenti all’interno dell’apparato di sicurezza, in particolare nel ramo di intelligence del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, incaricato di proteggere il sistema politico da infiltrazioni esterne. Le sue posizioni sempre più autonome, i contatti con ambienti internazionali e i viaggi all’estero furono osservati con attenzione.

Un momento cruciale fu il 2017, quando Ahmadinejad iniziò a inviare lettere pubbliche a figure come Donald Trump e il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Questo tipo di iniziative sembrava suggerire una volontà di costruire canali alternativi rispetto alla gerarchia tradizionale iraniana. Per Teheran, questi segnali potevano essere letti sia come manovre personali sia come indizi di una progressiva disponibilità a muoversi fuori dai confini della lealtà di sistema.

Le autorità iraniane avrebbero poi ricostruito retrospettivamente una serie di contatti con Israele, soprattutto dopo la fase più acuta della guerra del 2026. A quel punto, secondo le ricostruzioni, era ormai chiaro che Ahmadinejad non fosse soltanto un ex presidente con ambizioni residue, ma un soggetto attorno al quale si era sviluppato un complesso gioco di intelligence, politica e proiezione strategica.

I viaggi esteri e il canale ungherese

Un altro elemento decisivo fu la dimensione internazionale dei suoi spostamenti. Nel 2023 Ahmadinejad andò in Guatemala per una conferenza ambientale, in un paese che intrattiene relazioni diplomatiche più strette con Israele rispetto a molte nazioni latinoamericane. Anche quella visita attirò sospetti, perché mostrava come l’ex presidente si muovesse in spazi non convenzionali, lontano dal controllo più immediato di Teheran.

Il viaggio fu tutt’altro che lineare. Le autorità iraniane cercarono inizialmente di impedirgli la partenza, bloccandolo all’aeroporto. Ahmadinejad organizzò allora un sit-in che divenne rapidamente un piccolo evento mediatico, con fotografie, video e interazioni con passeggeri e personale aeroportuale. Alla fine, gli fu permesso di partire. Questo episodio rivelava due cose: da un lato la sua determinazione a muoversi indipendentemente; dall’altro la crescente difficoltà del regime nel limitarne le iniziative senza trasformarlo in un simbolo di dissenso.

L’anno successivo, il passaggio da Guatemala a Budapest rafforzò ancora di più l’idea che Ahmadinejad si muovesse lungo una traiettoria non solo diplomatica ma potenzialmente operativa. A Budapest, in un ambiente più protetto e più vicino ai circuiti europei e israeliani, la sua presenza acquisiva una valenza del tutto diversa. Non più semplicemente ex presidente in cerca di visibilità, ma possibile intermediario, informatore o addirittura candidato a un ruolo futuro nel quadro di una crisi sistemica iraniana.

Il tentativo di cambio di regime

La parte più audace del piano riguardava il possibile cambio di regime in Iran. L’obiettivo non era solo indebolire il governo di Teheran, ma preparare una sequenza di operazioni speciali in grado di far emergere, al momento giusto, una leadership alternativa. Ahmadinejad era solo uno dei tasselli di un progetto più ampio che comprendeva anche il sostegno e l’addestramento di forze curde iraniane con base nel nord dell’Iraq, pensate per attraversare l’Iran occidentale, creare un corridoio di controllo territoriale e poi avanzare verso Teheran.

È un disegno che mostra una concezione estremamente sofisticata della guerra politica: non un semplice golpe, ma una combinazione di pressione militare, destabilizzazione interna, manipolazione di figure simboliche e costruzione di una futura narrativa di legittimità. In questo quadro, Ahmadinejad avrebbe dovuto fungere da volto iraniano del post-regime, una figura cioè formalmente interna, riconoscibile, e in grado di rendere meno traumatica la transizione agli occhi di una parte della popolazione.

Tamir Hayman, ex capo dell’intelligence delle Forze di Difesa Israeliane, ha descritto pubblicamente l’esistenza di una sequenza speciale di operazioni che doveva comporsi in un ordine preciso; Ahmadinejad, secondo lui, faceva parte di quella sequenza. Questa affermazione è importante perché conferma che la sua presenza non era vista come episodica o simbolica, ma come funzionale a un disegno strategico molto più vasto.

Il crollo del piano

Nel febbraio 2026 il progetto entrò nella sua fase più drammatica. Un attacco israeliano colpì il complesso di Ahmadinejad a Teheran, distruggendo l’edificio dove si trovavano le sue guardie del corpo e il suo veicolo blindato. Dopo il bombardamento, una Peugeot nera si presentò sul posto e prelevò l’ex presidente, portandolo via rapidamente dalla scena.

Le fonti indicano che l’auto sarebbe stata guidata da agenti del Mossad, che trasferirono Ahmadinejad in una casa sicura segreta in Iran. Ma quell’operazione, presentata come un salvataggio o una mossa protettiva, non ebbe l’effetto sperato. L’ex leader, secondo chi conosceva la situazione, apparve contrariato e profondamente disilluso. Il piano israeliano di rilanciarlo come futuro capo dell’Iran, anziché rafforzarsi, sembrò incrinarsi proprio nel momento in cui avrebbe dovuto diventare decisivo.

Da allora Ahmadinejad sparì dalla vista pubblica per mesi. Le autorità iraniane, dopo aver raccolto informazioni sui suoi contatti con Israele, lo avrebbero posto agli arresti domiciliari sotto stretta sorveglianza dell’ala intelligence dei Pasdaran. La sua posizione attuale restava incerta, ma il quadro generale indicava una caduta di fiducia sia da parte del regime iraniano sia, con ogni probabilità, da parte dei suoi interlocutori israeliani.

La riemersione pubblica

La sua ricomparsa al funerale di Khamenei, avvenuta dopo una lunga assenza, ha riportato l’attenzione internazionale sul suo destino. Le immagini lo mostravano in mezzo alla folla, in un contesto altamente simbolico, mentre altri ex presidenti iraniani, come Hassan Rouhani e Mohammad Khatami, non erano presenti. Questo dettaglio è politicamente rilevante: in un sistema segnato dalla selezione e dall’esclusione, la presenza o l’assenza di un ex capo di Stato a una cerimonia funebre diventa un indicatore di potere, legittimità e ostracismo.

Alcune fonti giornalistiche hanno indicato che la sua apparizione sarebbe stata inattesa anche perché in precedenza era stato dato per morto durante la guerra, aumentando ulteriormente il livello di opacità attorno alla sua figura. Qualunque sia la piena verità sul suo stato fisico e politico, il punto essenziale è che Ahmadinejad resta una figura ancora mobile, ancora potenzialmente utile e ancora pericolosa per chiunque tenti di controllarla.

Il significato politico del caso

Il caso Ahmadinejad dice molto sulla natura della politica contemporanea in Medio Oriente. Mostra, innanzitutto, che le intelligence non ragionano soltanto in termini di nemici permanenti, ma anche di opportunità mutevoli. Un avversario storico può diventare, in certe condizioni, un canale, una leva o perfino un candidato a future funzioni di governo.

Mostra anche quanto sia fragile la distinzione tra opposizione, collaborazione e manipolazione. Ahmadinejad, da anti-israeliano radicale, avrebbe potuto aspirare a diventare un interlocutore di Israele non perché abbia rinnegato il passato, ma perché la crisi del sistema iraniano gli offriva uno spazio per reinventarsi. Israele, dal canto suo, avrebbe provato a sfruttare questa ambizione per costruire una transizione guidata dall’esterno.

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