L’assoluzione di Elena Tuniz da parte del Tribunale di Udine, pronunciata con la formula piena “perché il fatto non sussiste”, rappresenta uno dei passaggi più significativi nel dibattito giuridico e politico seguito alla riforma del Codice della strada entrata in vigore il 14 dicembre 2024. Non si tratta soltanto della conclusione di una vicenda giudiziaria individuale, ma di un caso emblematico che ha messo in luce, in modo concreto e difficilmente contestabile, le criticità strutturali del nuovo articolo 187, soprattutto nella parte in cui sembra equiparare la semplice positività a una sostanza stupefacente alla responsabilità penale per guida pericolosa. La storia di Tuniz, insegnante friulana di 32 anni, affonda le sue radici nel 7 gennaio 2025. Quel giorno, mentre si trovava alla guida, è stata colta da un improvviso malore che le ha fatto perdere il controllo dell’auto, causando un incidente stradale. Trasportata in ospedale per gli accertamenti, come previsto dalle procedure standard, è risultata positiva al THC, il principale principio attivo della cannabis. È proprio questo elemento ad aver innescato l’intero procedimento: il ritiro immediato della patente, l’apertura di un procedimento amministrativo e, soprattutto, l’avvio di un procedimento penale per guida dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti.
Dalla diagnosi alle conseguenze personali
Tuttavia, già nelle fasi successive agli accertamenti, il quadro clinico ha iniziato a delinearsi in modo molto diverso. Gli approfondimenti medici hanno infatti chiarito che l’incidente non era stato causato da uno stato di alterazione psicofisica legato a sostanze, bensì da un attacco epilettico, il primo nella vita della donna. Un elemento decisivo, che avrebbe dovuto spostare immediatamente l’attenzione sulla reale causa dell’evento, ma che invece è rimasto inizialmente in secondo piano rispetto al dato tossicologico. La stessa Tuniz ha più volte sottolineato come quella positività al THC fosse peraltro “dubbia” e come abbia contribuito a indirizzare in modo fuorviante le prime fasi dell’indagine, ritardando l’individuazione della patologia. La vicenda ha assunto rapidamente un forte valore simbolico anche per una circostanza che ha alimentato il dibattito pubblico: dopo la diagnosi, i farmaci prescritti per il trattamento dell’epilessia risultavano a base di cannabinoidi, evidenziando una contraddizione evidente tra uso terapeutico e disciplina penale. Nel frattempo, però, le conseguenze per la vita della donna si sono manifestate in modo immediato e pesante. La sospensione della patente le ha impedito di percorrere i circa 70 chilometri necessari per raggiungere il luogo di lavoro, portandola a perdere il posto di insegnante a tempo indeterminato. Parallelamente, ha dovuto affrontare per mesi il peso di un procedimento penale che, in caso di condanna, avrebbe potuto comportare fino a due anni di reclusione e una multa fino a 12 mila euro. Una situazione che evidenzia uno degli aspetti più problematici del sistema: gli effetti sanzionatori si producono ben prima della definizione giudiziaria, con impatti concreti e spesso irreversibili sulla vita delle persone.
La riforma e i nodi interpretativi
Il caso è diventato rapidamente uno dei simboli delle criticità introdotte dalla riforma del Codice della strada voluta dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini. Il punto centrale riguarda proprio l’articolo 187. Prima della riforma, la norma puniva la “guida in stato di alterazione psicofisica per uso di sostanze stupefacenti”. Questo significava che, per configurare il reato, era necessario dimostrare non solo l’assunzione della sostanza, ma anche l’effettiva alterazione al momento della guida. La riforma ha eliminato il riferimento allo stato di alterazione, sostituendolo con la formula “guida dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti”. In questo modo, il baricentro della norma si è spostato dalla condizione concreta del conducente al mero dato dell’assunzione. Questa modifica, apparentemente volta a semplificare l’accertamento, ha però aperto un problema interpretativo enorme: quanto deve essere vicino nel tempo quel “dopo”? E soprattutto, è sufficiente una positività al test per configurare il reato, anche in assenza di qualsiasi prova di alterazione? Il caso del THC rende la questione ancora più complessa. I metaboliti di questa sostanza possono rimanere rilevabili nell’organismo per giorni o addirittura settimane, ben oltre la durata degli effetti psicotropi. Ciò significa che una persona può risultare positiva senza essere in alcuno stato di alterazione e senza rappresentare un pericolo per la sicurezza stradale. Questo scarto tra dato biologico e condizione reale introduce un problema fondamentale, anche in termini economici e giuridici: il rischio di errori di classificazione. Il sistema sanzionatorio finisce per colpire soggetti che non presentano alcuna pericolosità, generando un eccesso di penalizzazione e, al tempo stesso, una perdita di efficienza nell’allocazione delle risorse di controllo.
L’intervento della Corte e la sentenza
Non a caso, la nuova normativa ha sollevato dubbi di legittimità costituzionale. Diversi giudici hanno rimesso la questione alla Corte costituzionale, interrogandosi sulla compatibilità della norma con il principio di offensività, secondo cui il diritto penale può intervenire solo in presenza di una condotta che leda o metta concretamente in pericolo un bene giuridico. Nel caso dell’articolo 187, il bene tutelato è la sicurezza della circolazione stradale. Ma se l’assunzione è lontana nel tempo e gli effetti sono cessati, la guida non comporta necessariamente alcun rischio concreto. Nel frattempo, nell’aprile 2025, una direttiva congiunta del Ministero dell’Interno e del Ministero della Salute ha cercato di fornire indicazioni operative, distinguendo tra presenza di sostanze attive e presenza di metaboliti inattivi. Solo le prime possono indicare un effetto ancora in corso e quindi una possibile compromissione della capacità di guida; i secondi rappresentano semplici residui, privi di rilevanza sotto il profilo della sicurezza. Il passaggio decisivo è arrivato però con la sentenza della Corte costituzionale del gennaio 2026. La Consulta ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità, ma ha fornito un’interpretazione vincolante della norma, imponendo una lettura restrittiva. Secondo la Corte, la punibilità richiede che l’assunzione sia temporalmente prossima alla guida e che la sostanza rilevata sia ancora idonea, secondo le conoscenze scientifiche, a compromettere le capacità del conducente. In altre parole, non basta la positività: serve un collegamento concreto tra la sostanza e una condizione di pericolo. È in questo quadro che si colloca la decisione del Tribunale di Udine. Nel processo a carico di Elena Tuniz, la stessa pubblica ministera ha chiesto l’assoluzione, riconoscendo che mancavano elementi per dimostrare uno stato di alterazione psicofisica al momento dell’incidente. Il giudice ha condiviso questa impostazione, applicando i principi indicati dalla Corte costituzionale e concludendo che il fatto non sussiste. La sentenza rappresenta una delle prime applicazioni concrete dell’interpretazione della Consulta e segna un punto fermo: la positività al THC non può essere trattata come un automatismo. È necessario dimostrare un nesso temporale e una concreta idoneità della sostanza a incidere sulla guida. In assenza di questi elementi, il reato non si configura. Le reazioni non si sono fatte attendere. Antonella Soldo, presidente dell’associazione Meglio Legale, che ha seguito il caso, ha parlato di una sentenza che “restituisce giustizia” ma che non cancella i danni subiti dalla donna. Secondo Soldo, il vero problema resta la legge, che continua a colpire persone che non rappresentano un pericolo per la sicurezza stradale, e che dovrebbe essere modificata per evitare il ripetersi di situazioni analoghe. Il caso Tuniz, dunque, apre una riflessione più ampia sul rapporto tra politica penale, evidenza scientifica e diritti individuali. La riforma del Codice della strada, nel tentativo di rafforzare la sicurezza, ha introdotto una semplificazione che si è rivelata problematica. L’intervento della Corte costituzionale ha corretto parzialmente il tiro, ma ha anche reso l’applicazione della norma più complessa, affidando ai giudici un ruolo interpretativo centrale. Dal punto di vista sistemico, emerge con chiarezza che non è sostenibile un modello che equipari automaticamente la presenza di una sostanza alla pericolosità della condotta. Il diritto penale, per mantenere la propria legittimità, deve restare ancorato alla realtà dei fatti e alla concreta lesività dei comportamenti. L’assoluzione di Elena Tuniz non è solo la fine di un processo. È un precedente destinato a incidere su molti altri casi e, soprattutto, un segnale forte al legislatore: senza un equilibrio tra rigore normativo e fondamento scientifico, il rischio è quello di costruire un sistema che punisce non chi è pericoloso, ma chi è semplicemente rilevabile.









