Il Wall Street Journal: “L’Iran avrebbe un piano per assassinare Donald Trump”

Il Wall Street Journal: “L’Iran avrebbe un piano per assassinare Donald Trump”

Il Wall Street Journal: “L’Iran avrebbe un piano per assassinare Donald Trump”

Il Wall Street Journal ha riportato che l’Iran avrebbe elaborato un nuovo piano per assassinare il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, citando fonti informate sui fatti la cui identità e ruolo non sono stati resi noti. Secondo il quotidiano statunitense, le informazioni sarebbero state condivise da Israele con Washington, in quello che appare come un ulteriore elemento di escalation in un contesto già estremamente instabile in Medio Oriente.

La notizia emerge in una fase particolarmente delicata: negli ultimi giorni si è registrata una ripresa degli attacchi nella regione, i più intensi dalla firma del pre-accordo tra Stati Uniti e Iran a metà giugno, che mirava a porre fine a mesi di conflitto aperto. Il cessate il fuoco raggiunto allora è apparso fin da subito fragile, e gli sviluppi delle ultime settimane sembrano confermarne la precarietà.

Reazioni ufficiali e precedenti storici

Le reazioni ufficiali alla notizia sono state, almeno finora, estremamente caute. L’ambasciata israeliana a Washington ha rifiutato di commentare, mentre la missione iraniana presso le Nazioni Unite non ha risposto alle richieste di chiarimento. Anche la Casa Bianca non ha fornito una smentita o una conferma diretta, limitandosi a rinviare alle dichiarazioni rilasciate dallo stesso Trump.

Il presidente, parlando mercoledì con i giornalisti durante il vertice NATO ad Ankara, ha infatti affermato esplicitamente di essere nel mirino di Teheran: “Vogliono eliminare il leader degli Stati Uniti — me”, ha dichiarato. “Sono in ogni lista. Ho visto stamattina che sono su tutte le loro liste. Finora credo di essere stato fortunato, ma forse non durerà”.

Le minacce contro Trump da parte dell’Iran non sono una novità. Già nel 2020, in seguito all’uccisione del generale Qassem Suleimani in un attacco statunitense all’aeroporto di Baghdad, Teheran aveva promesso apertamente vendetta. Suleimani, figura chiave del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, era uno degli uomini più influenti e simbolicamente rilevanti del sistema di potere iraniano, e la sua eliminazione rappresentò uno dei momenti più critici nelle relazioni tra i due paesi.

In questo contesto si inserisce anche un altro elemento simbolico e politico rilevante: durante il funerale dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei, ucciso il 28 febbraio in un attacco attribuito a Israele, sono comparsi striscioni con la scritta “Trump, we will kill you”. Le immagini, ampiamente diffuse, contribuiscono ad alimentare la percezione di una minaccia concreta, pur restando nell’ambito della propaganda e della mobilitazione interna.

Escalation e dinamiche geopolitiche

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Israele avrebbe recentemente condiviso con gli Stati Uniti nuove informazioni di intelligence che indicherebbero l’esistenza di un piano operativo iraniano. Se confermato, si tratterebbe di un salto qualitativo nella strategia di Teheran, che passerebbe da una retorica di vendetta a una pianificazione più concreta.

Parallelamente, la dimensione politica della crisi si intreccia con le dinamiche tra Washington e Tel Aviv. I rapporti tra Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sembrano essersi deteriorati nelle ultime settimane, soprattutto per divergenze sulla gestione del conflitto con l’Iran. Netanyahu ha sostenuto la necessità di proseguire e intensificare le operazioni militari, mentre Trump sembra mostrare maggiore cautela, preoccupato per le possibili ripercussioni sull’economia globale e sulla stabilità regionale.

Nonostante queste tensioni, i due leader hanno continuato a mantenere contatti diretti. Secondo l’ufficio del primo ministro israeliano, una conversazione avvenuta giovedì si sarebbe conclusa con l’impegno a proseguire il coordinamento tra i due paesi. Trump avrebbe inoltre aggiornato Netanyahu sulle recenti attività statunitensi nel Golfo, segno che, al di là delle divergenze strategiche, la cooperazione resta attiva.

Resta tuttavia difficile valutare la reale portata delle informazioni pubblicate dal Wall Street Journal. L’assenza di conferme ufficiali e la natura anonima delle fonti impongono cautela, soprattutto in un contesto in cui la guerra dell’informazione gioca un ruolo centrale. Allo stesso tempo, la storia recente dei rapporti tra Stati Uniti e Iran rende plausibile l’esistenza di minacce concrete, anche se non necessariamente imminenti o operative.

In definitiva, la notizia contribuisce ad aumentare il livello di tensione in una regione già segnata da equilibri estremamente fragili. Il rischio è che episodi di questo tipo, indipendentemente dalla loro verifica, possano alimentare ulteriormente la spirale di escalation, rendendo sempre più difficile il mantenimento di un cessate il fuoco già precario e aprendo la strada a nuovi sviluppi imprevedibili.

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