La Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che il requisito dei dieci anni di residenza in Italia previsto per accedere al Reddito di cittadinanza è incompatibile con il diritto dell’Unione europea. Il Reddito di cittadinanza fu introdotto dal governo guidato da Giuseppe Conte nel 2019. La decisione della Corte riguarda in particolare i beneficiari di protezione internazionale e arriva dopo il ricorso di un cittadino straniero al quale l’INPS aveva revocato il sussidio.
Secondo la Corte, la norma italiana produce una discriminazione indiretta nei confronti degli stranieri, perché il requisito della lunga residenza risulta più facilmente soddisfatto dai cittadini italiani.
Il caso nato dalla revoca del sussidio
La vicenda riguarda un beneficiario di protezione sussidiaria residente legalmente in Italia dal 2011. L’uomo percepiva il Reddito di cittadinanza, ma dopo un controllo l’Inps aveva accertato che non possedeva il requisito previsto dalla normativa italiana: almeno dieci anni di residenza nel territorio nazionale, di cui gli ultimi due continuativi.
L’istituto previdenziale aveva quindi interrotto l’erogazione del beneficio e richiesto la restituzione delle somme già versate.
Il beneficiario aveva contestato la decisione davanti alla magistratura italiana, sostenendo che il requisito della lunga residenza costituisse una forma di discriminazione indiretta nei confronti dei cittadini stranieri.
Il giudice nazionale ha quindi chiesto alla Corte di giustizia dell’Unione europea di verificare se la normativa italiana fosse compatibile con il diritto europeo.
La posizione della Corte europea
Nella sentenza, la Corte osserva che il Reddito di cittadinanza aveva una doppia natura: da un lato misura di contrasto alla povertà, dall’altro strumento di politica attiva del lavoro.
Secondo i giudici europei, entrambe queste funzioni rientrano tra le prestazioni per le quali il diritto dell’Unione garantisce la parità di trattamento tra cittadini nazionali e beneficiari di protezione internazionale.
La Corte sottolinea inoltre che il requisito dei dieci anni di residenza incide “principalmente sugli stranieri” e configura quindi una discriminazione indiretta.
I giudici hanno respinto anche le argomentazioni presentate dallo Stato italiano e dall’Inps, secondo cui il vincolo della lunga permanenza sarebbe stato necessario per garantire un legame effettivo con il territorio nazionale e limitare il costo economico della misura.
Secondo la Corte, il diritto europeo non consente agli Stati membri di introdurre condizioni ulteriori rispetto a quelle già previste dalla normativa comunitaria per l’accesso alle prestazioni sociali essenziali.
Le possibili conseguenze della sentenza
Il Reddito di cittadinanza è stato abolito nel 2024 e sostituito dall’Assegno di inclusione, ma la sentenza potrebbe avere effetti su altri strumenti di welfare che prevedono requisiti di residenza molto rigidi.
La decisione rafforza infatti il principio secondo cui le prestazioni sociali essenziali non possono essere subordinate a condizioni che penalizzano in modo sproporzionato determinate categorie di residenti legali.
Il tema resta politicamente sensibile in Italia e in molti altri Paesi europei. Da una parte vi è l’esigenza di controllare la spesa pubblica e limitare eventuali abusi del welfare. Dall’altra, il diritto dell’Unione europea impone il rispetto del principio di uguaglianza di trattamento per chi gode di protezione internazionale o risiede legalmente nel territorio europeo.
La sentenza della Corte Ue si inserisce quindi in un equilibrio delicato tra autonomia degli Stati nelle politiche sociali e obblighi derivanti dall’appartenenza all’Unione europea.








