di Jacopo Mazzocchitti | JMAN Investments SCF | Consulente Finanziario Indipendente, iscritto OCF
Il vero problema di molti portafogli italiani non è che siano troppo aggressivi. È che sembrano prudenti, ma non lo sono davvero.
Per anni molti investitori hanno associato la difesa del capitale a una forte presenza di obbligazioni, titoli di Stato e strumenti a basso rischio apparente. Ma un portafoglio coerente con i propri obiettivi non si riconosce dal nome degli strumenti che contiene: si riconosce da come reagisce quando il contesto cambia.
Ed è proprio qui che molti patrimoni hanno mostrato tutta la loro fragilità.
Molti investitori italiani cercano protezione, ma proprio per questo la coerenza conta ancora di più
Quando si parla di investimenti, in Italia la prudenza è spesso il punto di partenza. Secondo il Report on financial investments of Italian households 2024 di CONSOB, tra gli obiettivi più frequenti degli investitori italiani ci sono la protezione del capitale, indicata dall’81% del campione, e i progetti personali futuri, indicati dal 70%. Inoltre, l’orizzonte temporale preferito è 3-5 anni nel 38% dei casi, mentre una quota rilevante si colloca addirittura sotto i 3 anni.

Questo dato conta molto più di quanto sembri. Perché se gli obiettivi prevalenti sono protezione, stabilità e utilizzo del capitale in un breve arco temporale, allora la costruzione del portafoglio dovrebbe essere ancora più rigorosa.
Molti patrimoni vengono impostati con l’idea generica di essere prudenti, ma senza una vera traduzione pratica di questa prudenza. Si usano strumenti percepiti come sicuri, ma senza chiedersi abbastanza:
- quanto possono oscillare davvero;
- in quali contesti possono soffrire;
- se il loro comportamento è coerente con l’orizzonte temporale;
- se l’investitore è davvero pronto a sopportarne i ribassi.
Molti portafogli vengono chiamati difensivi più per etichetta che per comportamento reale
Uno degli equivoci più diffusi è pensare che un portafoglio sia difensivo solo perché contiene molte obbligazioni, titoli di Stato o strumenti classificati come prudenti. Ma questo ragionamento è troppo superficiale.
Un portafoglio fortemente esposto all’obbligazionario non è automaticamente prudente. È prudente se il suo comportamento atteso è coerente con:
- l’obiettivo dell’investitore;
- il tempo a disposizione;
- la tolleranza alla volatilità;
Questa distinzione è fondamentale. Perché all’interno della stessa categoria obbligazionaria esistono differenze enormi. Duration, qualità dell’emittente, rischio tasso, rischio cambio, struttura del fondo o dell’ETF: tutte queste variabili possono cambiare in modo profondo il profilo di rischio dello strumento.
I patrimoni costruiti per apparire prudenti, ma non progettati per esserlo in modo coerente è uno degli errori che più incontriamo nel nostro lavoro.
Il 2022 ha mostrato che anche i portafogli dichiarati prudenti possono soffrire molto
Il 2022 è stato, sotto questo punto di vista, un test estremamente utile. Ha mostrato con chiarezza che non tutta la parte obbligazionaria svolge la stessa funzione.
Nel Report on Trends, Risks and Vulnerabilities No. 2, 2022, ESMA scrive che il rischio principale era causato da una correzione a seguito dell’aumento dei tassi di interesse, e aggiunge che i portafogli con duration più lunga avrebbero visto scendere il loro valore.
Questo passaggio è centrale, perché descrive esattamente ciò che molti investitori hanno vissuto senza aspettarselo. Portafogli considerati prudenti hanno registrato ribassi importanti. Non perché contenessero azioni speculative o strumenti esotici, ma perché erano esposti in misura elevata a obbligazioni o fondi obbligazionari molto sensibili al rialzo dei tassi.

È qui che il tema diventa concreto.
Se un investitore si aspetta stabilità, contenimento delle oscillazioni e protezione del capitale, ma si ritrova davanti perdite profonde su strumenti che riteneva difensivi, il problema non è solo tecnico. È un problema di coerenza tra aspettative e struttura del patrimonio.
In alcuni regimi anche la relazione tra azioni e obbligazioni cambia
C’è poi un altro aspetto che per anni molti investitori hanno dato quasi per scontato: che la parte obbligazionaria fosse sempre e comunque una buona copertura rispetto alla volatilità azionaria.
Anche qui, però, il contesto conta. È stato dimostrto che la correlazione tra rendimenti azionari e obbligazionari governativi è rimasta positiva da quando l’inflazione ha preso forza nel 2021, indebolendo il ruolo delle obbligazioni come copertura. Lo stesso Bloomberg nota che una correlazione positiva tra azioni e bond fa venir meno una parte della funzione di hedge tradizionalmente attribuita ai titoli governativi.

Questo non significa che azioni e obbligazioni si muoveranno sempre insieme. Significa però che la diversificazione non è statica, e che i portafogli costruiti con logiche valide in un certo regime possono diventare meno efficaci in un regime diverso.
Quando obiettivi, orizzonte temporale e struttura non sono allineati, il portafoglio diventa fragile
Immagina un investitore con queste caratteristiche:
- cerca stabilità;
- ha un orizzonte intermedio;
- non è abituato a oscillazioni profonde;
- vuole proteggere il capitale perché quei soldi potrebbero servirgli in futuro non troppo lontano.
Se questo investitore si ritrova con una quota importante di strumenti obbligazionari lunghi o molto sensibili ai tassi, il rischio non è solo quello di vedere il portafoglio scendere. Il rischio è vedere il portafoglio comportarsi in modo completamente diverso da ciò che lui si aspettava.
Ed è qui che un patrimonio diventa fragile.
Non quando perde in assoluto. Ma quando perde in un modo che il cliente non è in grado di comprendere, accettare o gestire.
La vera incoerenza, quindi, non è semplicemente avere lo strumento sbagliato. È avere una struttura che tradisce le aspettative del suo proprietario.
Cosa dovrebbe fare davvero un portafoglio coerente
Un portafoglio coerente dovrebbe prima di tutto distinguere il capitale per funzione:
- ciò che può servire nel breve;
- ciò che va protetto nel medio termine;
- ciò che può essere investito per cercare crescita nel lungo.
Dovrebbe poi costruire la parte obbligazionaria in base al suo ruolo reale, non in base alla sola categoria. Un’obbligazione o un ETF obbligazionario non sono automaticamente stabilizzanti solo perché appartengono a quell’universo. Bisogna considerare:
- sensibilità ai tassi;
- scadenza media;
- qualità del credito;
- valuta;
- correlazione attesa con il resto del portafoglio.
Infine, un portafoglio coerente dovrebbe essere pensato per l’investitore reale, non per l’investitore teorico. Cioè per una persona con una certa tolleranza alla volatilità, con tempi precisi, con bisogni concreti e con un certo rapporto psicologico con il denaro.
Questa è la differenza tra un portafoglio costruito bene e uno solo apparentemente rassicurante.
Tre domande da farsi se il tuo portafoglio si definisce prudente
Se un portafoglio viene presentato come prudente, ci sono almeno tre domande da fare subito.
1. Quanto può scendere realisticamente in una fase di rialzo dei tassi o di forte stress obbligazionario?
Se la risposta non è chiara, la prudenza è più sulla carta che nella realtà.
2. La parte obbligazionaria è costruita per stabilizzare davvero o è solo obbligazionaria di nome?
Duration, rischio tasso e composizione contano molto più dell’etichetta.
3. Il comportamento atteso del portafoglio è coerente con il tempo in cui quei soldi potrebbero servirti?
Se il capitale potrebbe servire a breve o medio termine, la tolleranza a ribassi profondi tende a ridursi molto.
Sono domande semplici, ma spesso bastano per capire se dietro la parola “prudente” c’è davvero una strategia.
Il vero problema non è avere obbligazioni. È avere un portafoglio che non corrisponde davvero a ciò che ci si aspetta da lui
Il punto finale è questo.
Il problema non è avere obbligazioni in portafoglio.
Il problema è avere un portafoglio che non corrisponde davvero a ciò che l’investitore si aspetta da lui.
Se l’obiettivo è proteggere il capitale, il portafoglio deve essere costruito con quella funzione.
Se l’orizzonte è breve o medio, la struttura deve rifletterlo.
Se la tolleranza alla volatilità è bassa, non basta riempire il patrimonio di strumenti che “sembrano prudenti”.
Molti portafogli vengono definiti difensivi solo finché il mercato non li mette davvero alla prova. Ed è proprio in quel momento che emerge la differenza tra avere una somma di strumenti e avere una strategia coerente.
Nel nostro lavoro la vediamo spesso qui la vera frattura: non tra chi investe e chi non investe, ma tra chi possiede prodotti e chi ha davvero un portafoglio costruito in base ai propri obiettivi.
Ed è una differenza enorme. Perché quando manca questa coerenza, anche un patrimonio apparentemente tranquillo può rivelarsi molto più fragile, più volatile e più difficile da gestire di quanto sembrasse all’inizio.
| Sull’autore |
| Jacopo Mazzocchitti è socio e amministratore di JMAN Investments SCF, società di consulenza finanziaria indipendente iscritta all’Albo OCF. Laureato in Economia e Finanza in Bocconi, con anni di esperienza nella pianificazione patrimoniale e in strategie d’investimento, affianca privati e imprenditori nella costruzione di portafogli efficienti, privi di conflitti di interesse e orientati al lungo periodo. Per domande, approfondimenti o per richiedere una prima consulenza: contattaci tramite il sito di JMAN Investments SCF. |
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FAQ — Domande frequenti
| Come costruire un portafoglio in base ai propri obiettivi? |
| Un portafoglio dovrebbe partire da tre elementi: obiettivi, orizzonte temporale e tolleranza alla volatilità. Solo dopo si scelgono gli strumenti. Fare il contrario è uno degli errori più comuni: prima si compra un prodotto, poi si cerca di adattarlo ai propri bisogni. |
| Un portafoglio difensivo può perdere valore? |
| Sì. “Difensivo” non significa che non possa scendere, ma che dovrebbe essere costruito per contenere meglio la volatilità e risultare coerente con obiettivi più prudenti. Il problema nasce quando un portafoglio viene definito difensivo solo per etichetta, ma in realtà è esposto a rischi che l’investitore non si aspetta. |
| Avere molte obbligazioni significa avere un portafoglio prudente? |
| I dati SPIVA mostrano che il 91% dei fondi attivi Global Equity ha sottoperformato il mercato nel 2024, e il 97-98% lo fa su 10 anni. Gli ETF, grazie a costi bassissimi (0,1-0,3% annuo), trasparenza e diversificazione immediata, sono la base ottimale per la maggior parte dei portafogli. Questo non significa che i fondi attivi siano sempre da evitare, ma che la scelta deve essere guidata da criteri oggettivi, non dall’interesse di chi li colloca. |
| Come faccio a capire se il mio attuale consulente lavora per me o per la banca? |
| La domanda più semplice da porgli è: “Come sei remunerato per i prodotti che mi hai consigliato?”. Se la risposta è “attraverso commissioni sui prodotti collocati”, hai la tua risposta. Un consulente indipendente iscritto all’Albo OCF (sezione consulenti autonomi) è remunerato esclusivamente dal cliente, puoi verificare la sua iscrizione sul sito ufficiale OCF.it. |
| PAC o PIC: quale scegliere? |
| Non esiste una risposta universale. Il PAC è preferibile quando si ha un flusso di reddito continuativo da investire, o quando l’elevata emotività del cliente sconsiglia un ingresso unico. Il PIC ha senso quando si dispone già del capitale e l’orizzonte è sufficientemente lungo da assorbire la volatilità iniziale. La scelta dovrebbe dipendere dalla situazione specifica, non dall’interesse di chi incassa le commissioni mensili. |
| Quanto costa un consulente finanziario indipendente? |
| Il costo varia in base al patrimonio gestito e alla complessità del servizio. In generale, una parcella professionale si aggira tra l’1% e l’1,2% annuo del patrimonio. Considerando che un portafoglio bancario tradizionale può costare 3-4 volte di più in modo implicito attraverso i TER degli strumenti, la consulenza indipendente risulta quasi sempre più conveniente nel lungo periodo, oltre che più trasparente. |
| La consulenza indipendente è solo per grandi patrimoni? |
| No. La consulenza indipendente è accessibile a partire da patrimoni medio-piccoli. Il costo di una parcella professionale è spesso inferiore a quanto si paga implicitamente ogni anno attraverso i costi di un portafoglio bancario tradizionale. La domanda corretta non è “hо abbastanza capitale?”, ma “quanto mi sta costando non avere un consulente che lavori davvero per me?” |









