di Jacopo Mazzocchitti | JMAN Investments SCF | Consulente Finanziario Indipendente, iscritto OCF
La maggior parte degli italiani sa risparmiare molto meglio di quanto sappia investire.
E oggi questo si vede chiaramente: molte famiglie possiedono prodotti finanziari, ma non per questo hanno davvero costruito un portafoglio.
Spesso hanno strumenti, esposizioni e contratti. Più raramente hanno una strategia coerente con obiettivi, orizzonte temporale e rischio.
Questo è il punto centrale da capire: investire non significa automaticamente saper costruire un portafoglio di investimento. E la differenza non è teorica. È ciò che, nel tempo, separa un patrimonio ordinato e coerente da un insieme di prodotti comprati un po’ per abitudine, un po’ per istinto, un po’ perché consigliati da qualcun altro.
Gli italiani continuano a investire, ma questo non basta
Il problema non è che le famiglie italiane non abbiano risparmio o non si avvicinino ai mercati. Anzi. Alla fine del 2024 la ricchezza netta delle famiglie italiane era pari a 11 miliardi di euro e, nello stesso anno, le attività finanziarie sono cresciute, con un aumento trainato soprattutto da quote di fondi comuni, titoli e riserve assicurative. Nello stesso documento, Banca d’Italia segnala anche che i depositi sono tornati a crescere.

Questo significa una cosa molto semplice: gli italiani non sono affatto fermi. Risparmiano, accumulano, sottoscrivono prodotti, allocano una parte del patrimonio. Ma il fatto di avere soldi investiti non implica affatto che esista una costruzione di portafoglio sensata.
Avere prodotti finanziari non significa avere un portafoglio
Un portafoglio è una struttura. Significa che ogni componente dovrebbe avere una funzione precisa: proteggere liquidità utile nel breve, cercare crescita di lungo periodo, stabilizzare il rischio, diversificare esposizioni, mantenere coerenza con gli obiettivi personali.
Nella realtà, però, molto spesso accade il contrario. I patrimoni si formano per stratificazione. Un prodotto sottoscritto anni fa in banca. Un fondo comprato perché sembrava prudente. Un certificato preso per avere una cedola. Un titolo di Stato per sentirsi più tranquilli. Il risultato è che il patrimonio finisce per assomigliare più a una somma di decisioni separate che a una vera strategia.

Il Rapporto CONSOB 2024 fotografa bene questo quadro. Tra gli strumenti più diffusi tra gli investitori italiani compaiono i prodotti di risparmio bancario e postale al 48%, i titoli di Stato al 39%, i fondi comuni al 36%, le obbligazioni corporate al 35%, le azioni al 32% e gli ETF al 14%. Questo non dimostra di per sé che i portafogli siano costruiti male; dimostra però che molti investitori detengono strumenti molto diversi tra loro, spesso accumulati nel tempo, ma totalmente senza una logica.
Obiettivi spesso concreti, ma struttura spesso poco coerente
Ciò che preoccupa ancora di più sono gli obiettivi: secondo CONSOB, gli obiettivi di investimento più frequenti sono la protezione del capitale nel 81% dei casi e la realizzazione di progetti personali futuri nel 70%. Inoltre, l’orizzonte temporale preferito è spesso intermedio: 3-5 anni per il 38% degli investitori, mentre il breve termine sotto i 3 anni resta molto presente.

Questo dato è fondamentale.
Perché se molti investitori non stanno ragionando su orizzonti lunghissimi, e se i loro obiettivi riguardano protezione del capitale o progetti concreti, allora la costruzione del portafoglio dovrebbe essere ancora più rigorosa. Dovrebbe esserci ancora più attenzione nel distinguere ciò che serve nel breve da ciò che può essere investito nel lungo. Ancora più attenzione nel dosare rischio, liquidità, strumenti efficienti e costi.
Invece, molto spesso, accade il contrario: si mescolano prodotti prudenziali e prodotti costosi, strumenti deposito e fondi attivi, magari qualche esposizione azionaria, ma senza una vera allocazione. Il risultato è un patrimonio che appare diversificato, ma che in realtà non ha un criterio chiaro.
Nel nostro lavoro è uno degli errori che vediamo più spesso: persone con patrimoni formalmente investiti, ma in cui la struttura complessiva non riflette davvero il loro obiettivo, il loro tempo a disposizione o la loro tolleranza alla volatilità.
Perché tanti patrimoni finiscono per essere un insieme di strumenti, non una strategia
Il problema non nasce quasi mai da una sola scelta sbagliata. Nasce più spesso da un processo debole.
Un patrimonio può diventare inefficiente per molte ragioni insieme:
- perché i prodotti sono stati acquistati in momenti diversi e con logiche diverse;
- perché il canale distributivo ha spinto strumenti ad alto margine o poco efficienti;
- perché nessuno ha mai fatto davvero un lavoro di sintesi;
- perché si è dato più peso alla familiarità di uno strumento che alla sua funzione reale nel portafoglio.
Banca d’Italia, nel Rapporto sulla stabilità finanziaria 1/2025, segnala che nel secondo semestre del 2024 la ricchezza finanziaria delle famiglie si è rafforzata, che le famiglie hanno ampliato gli investimenti nel risparmio gestito, soprattutto nei fondi comuni, e che i depositi sono tornati a crescere. Nello stesso passaggio, l’Istituto rileva anche che si è arrestata la crescita dei certificates, che restano comunque molto diffusi tra gli investimenti delle famiglie.
Questa combinazione è interessante perché racconta bene il problema: più prodotti non significa automaticamente più qualità. Può voler dire solo più complessità.
Quando il patrimonio è frammentato, i risultati tendono a essere mediocri
Ed è qui che si arriva al punto più concreto.
Quando il capitale nasce da acquisti frammentati, da costi inutili, da strumenti poco efficienti e da una logica di allocazione debole, il risultato tende a essere un portafoglio:
- più costoso del necessario;
- meno coerente con gli obiettivi;
- meno efficiente nel rapporto tra rischio e rendimento;
- spesso incapace di esprimere una crescita soddisfacente nel tempo.
Non serve nemmeno immaginare scenari estremi. Basta pensare a una situazione molto diffusa: una parte consistente del patrimonio lasciata in strumenti deposito o pseudo-prudenti, e un’altra parte investita in fondi attivi mediamente costosi, senza una vera architettura complessiva. Il risultato non è necessariamente disastroso. Ma spesso è mediocre. E la mediocrità, quando si accumula per anni, ha un costo enorme.
Una simulazione illustrativa: cosa cambia quando il capitale ha una struttura
La simulazione che segue ha finalità esclusivamente illustrative e si basa su ipotesi verosimili, costruite usando rendimenti che si osservano abitualmente sul mercato in diverse categorie di strumenti.
Non rappresenta una promessa di rendimento né una previsione. Serve solo a mostrare come una struttura di portafoglio più coerente possa incidere nel tempo sull’evoluzione del capitale.
Immaginiamo due scenari.
Nel primo, il patrimonio è frammentato:
- 50% in strumenti deposito o prodotti assimilabili, con rendimento medio annuo del 2,5%;
- 50% in fondi attivi, con rendimento medio annuo netto del 4%.
Nel secondo, il capitale è costruito con più logica:
- 20% in liquidità o conto deposito non vincolato, con rendimento medio annuo del 2%, per eventuali esigenze;
- 45% in ETF azionari globali, con rendimento medio annuo dell’8%;
- 35% in ETF obbligazionari, con rendimento medio annuo del 4%.

La differenza, nel tempo, può diventare molto ampia, perché nel secondo caso ogni componente ha una funzione più chiara: una quota davvero liquida per il breve termine, una parte obbligazionaria per dare struttura e una parte azionaria efficiente per cercare crescita.Questo è il punto che conta: non basta avere strumenti prudenti e strumenti più dinamici. Bisogna sapere come combinarli e come combinare le loro versioni. Senza questa logica, il patrimonio tende a crescere meno di quanto potrebbe, pur restando magari più complicato e più costoso del necessario.
Il vero salto non è iniziare a investire, ma costruire un portafoglio
Il problema, oggi, non è che i risparmiatori italiani non investano. Il problema è che molto spesso investono senza una vera architettura di portafoglio.
Hanno prodotti, ma non sempre una strategia.
Hanno esposizioni, ma non sempre una vera allocazione.
Hanno capitale investito, ma non necessariamente un progetto coerente con obiettivi, orizzonte temporale e rischio.
Per questo il vero salto non è semplicemente iniziare a investire.
Il vero salto è iniziare a costruire un portafoglio di investimento.
Ed è una differenza enorme. Perché è lì che si decide se il patrimonio sarà organizzato in modo davvero efficiente, comprensibile e sostenibile nel tempo.Quando analizziamo patrimoni già investiti, è proprio qui che troviamo più spesso il problema: non nell’assenza di strumenti, ma nell’assenza di struttura.
Il nostro impegno
Non vendiamo prodotti. Costruiamo strategie. Il nostro unico mandato è l’interesse del cliente — e la struttura della nostra attività lo garantisce per legge.
Jacopo Mazzocchitti — Laureato in Economia e Finanza, iscritto all’Albo OCF, oltre 10 anni di esperienza nella consulenza finanziaria indipendente in Italia.
FAQ — Domande frequenti
| Come costruire un portafoglio di investimento? |
| Si parte da quattro elementi: obiettivi, orizzonte temporale, necessità di liquidità e capacità di sopportare oscillazioni. Solo dopo si scelgono gli strumenti. Invertire l’ordine è uno degli errori più comuni: prima si compra un prodotto, poi si cerca di giustificarlo. |
| Come investire i risparmi in modo corretto? |
| Non esiste una risposta uguale per tutti. Ma esiste un principio valido quasi sempre: i risparmi non dovrebbero essere distribuiti a caso tra strumenti diversi. Dovrebbero essere allocati secondo una funzione precisa. Una parte può restare liquida, una parte può servire stabilità, una parte può cercare crescita. Senza questa distinzione, si rischia di investire senza davvero costruire. |
| Quanti strumenti servono davvero in un portafoglio? |
| Non esiste un numero giusto in assoluto. Il punto non è quanti strumenti possiedi, ma se ciascuno ha una funzione precisa e se l’insieme è coerente. A volte troppi strumenti aumentano solo confusione, sovrapposizioni e costi. |
| Meglio ETF o fondi attivi per costruire un portafoglio? |
| La differenza vera è tra strumenti efficienti e strumenti inefficienti, tra costi giustificati e costi non giustificati, tra portafogli progettati e portafogli assemblati. In molti casi gli ETF offrono più trasparenza e costi più bassi; i fondi attivi, per avere senso, devono dimostrare di aggiungere davvero valore (cosa molto rara in Europa). |
| La consulenza indipendente è solo per grandi patrimoni? |
| No. La consulenza indipendente è accessibile a partire da patrimoni medio-piccoli. Il costo di una parcella professionale è spesso inferiore a quanto si paga implicitamente ogni anno attraverso i costi di un portafoglio bancario tradizionale. La domanda corretta non è “hо abbastanza capitale?”, ma “quanto mi sta costando non avere un consulente che lavori davvero per me?” |
| Quanto costa un consulente finanziario indipendente? |
| Il costo varia in base al patrimonio gestito e alla complessità del servizio. In generale, una parcella professionale si aggira tra l’1% e l’1,2% annuo del patrimonio. Considerando che un portafoglio bancario tradizionale può costare 3-4 volte di più in modo implicito attraverso i TER degli strumenti, la consulenza indipendente risulta quasi sempre più conveniente nel lungo periodo, oltre che più trasparente. |
Note e fonti: Banca d’Italia. (2025, 23 aprile). Rapporto sulla stabilità finanziaria – 1/2025. Banca d’Italia. (2026, 28 gennaio). La ricchezza dei settori istituzionali in Italia: 2005–2024. CONSOB. (2024). Report on financial investments of Italian households 2024. Commissione Nazionale per le Società e la Borsa.









