La morte di Ali Khamenei apre una delle fasi più delicate nella storia della Repubblica Islamica. Per 36 anni Khamenei ha governato senza contrappesi reali, concentrando nelle sue mani poteri politici, militari e religiosi. Prima di lui c’era stato solo Ruhollah Khomeini, fondatore del regime nel 1979.
L’Iran è una teocrazia autoritaria in cui l’ultima parola non spetta agli elettori ma al vertice religioso. Le opposizioni sono marginalizzate, le proteste represse con violenza, la libertà di stampa fortemente limitata. La scomparsa della Guida Suprema non apre uno scenario di cambiamento democratico. Apre piuttosto una lotta interna per la continuità del sistema.
Un potere enorme, concentrato in una sola figura
Nel sistema iraniano la Guida Suprema è la carica più alta dello Stato. Non è un ruolo simbolico. Decide l’indirizzo politico generale, controlla le forze armate, nomina i vertici della magistratura e dei media pubblici, e influenza direttamente il processo elettorale attraverso il Consiglio dei guardiani.
Questo organismo può bocciare le leggi approvate dal parlamento e soprattutto stabilire chi può candidarsi alle elezioni. In pratica, filtra l’intero sistema politico. La Guida Suprema è anche il punto di riferimento dei Guardiani della rivoluzione, il corpo militare ideologicamente più fedele al regime e con enormi risorse economiche e militari.
Khamenei aveva progressivamente ampliato la propria influenza, trasformando la carica in un centro di comando totale.
Il governo ad interim: chi tiene il timone ora
Nell’immediato, la gestione del potere passa a un consiglio provvisorio di tre persone:
- Il presidente Masoud Pezeshkian, esponente riformista ma rimasto ai margini nelle fasi più dure della crisi.
- Il capo della magistratura Gholam Hossein Mohseni Eje’i, figura vicina all’ala più conservatrice e repressiva.
- Il religioso Alireza Arafi, membro del Consiglio dei guardiani.
È una soluzione pensata per garantire continuità e impedire scontri immediati tra fazioni. Ma è una reggenza, non una guida definitiva.
Nel frattempo, un altro nome pesa molto: Ali Larijani, capo del Consiglio supremo di sicurezza nazionale. Negli ultimi mesi aveva già assunto un ruolo centrale nella gestione delle crisi. È considerato l’uomo forte del momento, ma non può diventare Guida Suprema perché non appartiene formalmente al clero sciita, requisito fondamentale per la carica.
Come funziona la successione
La nuova Guida Suprema deve essere eletta dall’Assemblea degli esperti, composta da 88 religiosi sciiti eletti ogni otto anni. L’ultima elezione si è tenuta nel 2024.
In “teoria” è un organo indipendente. In pratica, i candidati vengono selezionati dal Consiglio dei guardiani, quindi indirettamente dalla stessa Guida Suprema.
Nel 2024, ad esempio, il Consiglio dei guardiani ha escluso dalla corsa all’Assemblea degli esperti l’ex presidente Hassan Rouhani, considerato una figura relativamente moderata. La composizione dei suoi 88 membri è stata quindi attentamente filtrata, e Ali Khamenei negli ultimi anni aveva fornito indicazioni chiare per orientare la propria successione.
Non esistono tempistiche pubbliche precise per l’elezione del nuovo leader. Tuttavia è probabile che il regime cerchi di accelerare per evitare un periodo prolungato di incertezza, che potrebbe incoraggiare proteste interne o pressioni esterne.
La pressione esterna e l’assenza di un piano politico
Sul piano internazionale, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ribadito più volte l’obiettivo di rovesciare il regime iraniano. Anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha parlato apertamente di colpire la leadership di Teheran.
Tuttavia, al di là delle operazioni militari e delle dichiarazioni politiche, non sembra emergere un vero piano per il “dopo”. Non c’è un progetto politico chiaro per una transizione ordinata o per la costruzione di un’alternativa di governo. Gli Stati Uniti, in questa fase, appaiono concentrati sulla pressione strategica e militare, non su una roadmap istituzionale per l’Iran post-Khamenei.
Questo vuoto di visione aumenta l’incertezza. Un cambio di regime senza un piano politico rischierebbe di aprire scenari caotici, con possibili lotte interne tra fazioni armate.
Conclusione
Il regime iraniano ha avuto anni per prepararsi a questo momento. Khamenei, consapevole dell’età avanzata e dei rischi legati alla sicurezza, aveva lavorato a piani di continuità e a una gerarchia di sostituzioni per le cariche chiave.
L’obiettivo ora è chiaro: evitare il vuoto di potere e mostrare compattezza. La scelta della nuova Guida Suprema avrà un segnale politico preciso. Se prevarrà la linea dura, l’Iran potrebbe chiudersi ancora di più. Se emergerà una figura più pragmatica, si potrebbe aprire uno spazio di manovra, almeno tattico. L’ipotesi più probabile la momento è una successione con un esponente della linea più dura e repressiva.
In ogni caso, questa successione non riguarda solo Teheran. Avrà effetti sull’intero Medio Oriente e sugli equilibri globali.








