Negli ultimi mesi si è parlato molto del decreto con cui il governo italiano intende recepire una direttiva europea sulla parità salariale tra uomini e donne. Attorno a questo provvedimento si è diffusa un’idea piuttosto semplice e potente: presto sarà possibile sapere quanto guadagnano i colleghi. La realtà, però, è più articolata. La nuova normativa non apre un registro pubblico degli stipendi individuali, ma introduce regole che rendono il sistema retributivo più trasparente di quanto non sia oggi, in un contesto in cui parlare di soldi sul lavoro resta spesso un tabù. Il decreto è stato approvato in bozza dal Consiglio dei ministri, dovrà ora passare dal Parlamento e sarà completato dai decreti attuativi. La scadenza fissata dall’Unione europea per recepire la direttiva è il 7 giugno.
L’obiettivo della direttiva europea
La direttiva europea del 2023 parte da una constatazione scomoda: il divario salariale tra uomini e donne non è un effetto collaterale inevitabile del mercato del lavoro, ma il risultato di scelte strutturali e di pratiche che continuano a penalizzare sistematicamente le donne. Le spiegazioni più comuni, che chiamano in causa fattori come ad esempio le interruzioni di carriera per la maternità, finiscono spesso per spostare l’attenzione dalle responsabilità delle aziende e delle politiche pubbliche. Quei fattori, infatti, non sono neutrali, ma il prodotto di un’organizzazione del lavoro che presume ancora che il tempo della cura ricada soprattutto sulle donne e che considera “normale” che questo abbia un costo in termini di stipendio e carriera. In questo contesto prosperano anche discriminazioni dirette, difficili da individuare proprio perché coperte dalla segretezza salariale: a parità di mansioni e responsabilità, uomini e donne possono essere pagati in modo diverso senza che nessuno sia in grado di verificarlo. La nuova normativa prova a rompere questo meccanismo, ma lo fa intervenendo su un sistema che per anni ha tollerato disuguaglianze evidenti, spesso giustificate come eccezioni o come meri aggiustamenti individuali.
Il punto di partenza: i contratti collettivi
In Italia una base comune per gli stipendi esiste già ed è rappresentata dai contratti collettivi nazionali. Questi contratti, negoziati dai sindacati e dalle associazioni datoriali, fissano i minimi salariali per ciascun livello professionale e valgono per la quasi totalità dei lavoratori. A quel livello non può esserci discriminazione: il minimo è lo stesso per uomini e donne. Le differenze, però, emergono sopra quella soglia. Le aziende possono riconoscere aumenti individuali per molte ragioni, come competenze specifiche, titoli di studio, trasferimenti o esigenze di mercato. È proprio qui che, in assenza di criteri chiari e condivisi, possono nascere disparità difficili da individuare.
Cosa cambia per le aziende
Il principio centrale della nuova norma è limitare l’arbitrarietà nelle decisioni retributive. Le aziende saranno chiamate a dotarsi di politiche interne che spieghino in modo chiaro perché alcuni dipendenti vengono pagati più di altri, sia in termini di stipendio sia di benefit, come l’auto o il telefono aziendale. Questi criteri dovranno essere comunicati ai lavoratori. Non sarà un passaggio semplice per tutte: molte imprese italiane sono piccole, spesso a conduzione familiare, e non hanno strutture organizzative complesse. La legge, però, si applicherà a tutte le aziende e a tutti i dipendenti, indipendentemente dal tipo di contratto o dal livello professionale, dirigenti compresi.
Colloqui di lavoro e annunci più trasparenti
Una delle novità più concrete riguarda le assunzioni. Durante i colloqui le aziende non potranno più chiedere quale fosse la retribuzione precedente del candidato, una pratica molto diffusa che tende a cristallizzare stipendi bassi e a penalizzare chi parte già da una posizione svantaggiata. Inoltre, già nella fase di annuncio o comunque prima dell’assunzione, dovrà essere indicata una fascia retributiva orientativa per la posizione offerta. Questo dovrebbe rendere il mercato del lavoro un po’ più equilibrato e ridurre le trattative completamente sbilanciate a favore del datore di lavoro.
Cosa potranno sapere i dipendenti
Chi lavora già in un’azienda avrà il diritto di chiedere informazioni sulla retribuzione media dei colleghi che svolgono lo stesso lavoro o che appartengono allo stesso livello contrattuale. Non si tratta di conoscere lo stipendio preciso di una singola persona, ma una media indicativa, con la distinzione tra uomini e donne. L’azienda sarà obbligata a rispondere entro tempi ragionevoli. Per esempio, una commessa potrà sapere quanto guadagnano in media i colleghi e le colleghe del suo stesso livello, per capire se il proprio stipendio è in linea o se esistono differenze significative. Non potrà invece accedere ai dati relativi ai livelli superiori.
Obblighi aggiuntivi per le imprese più grandi
Per le aziende con più di 100 dipendenti sono previsti obblighi ulteriori. Queste imprese dovranno redigere periodicamente rapporti dettagliati sul divario retributivo di genere, indicando non solo la differenza complessiva, ma anche quella relativa alla retribuzione oraria, alla parte variabile, ai benefit e alle progressioni di carriera. Gli obblighi scatteranno in modo graduale: dal 2027 per le aziende con più di 150 dipendenti, dal 2031 per quelle più piccole ma comunque sopra la soglia dei 100. Se dai dati emergerà un divario superiore al 5 per cento, l’azienda dovrà spiegarne le ragioni e, se non riuscirà a farlo con criteri oggettivi, avviare un confronto con i rappresentanti dei lavoratori per correggere la situazione.
Più tutele in caso di discriminazione
La nuova normativa rafforza anche la posizione di chi decide di fare causa per discriminazione salariale. In Italia l’onere della prova in questi casi è già invertito, ma avere dati ufficiali sulle retribuzioni medie renderà più semplice dimostrare l’esistenza di un problema. Se le aziende non rispetteranno le regole, sono previste sanzioni. Nel complesso, quindi, non si arriverà a conoscere lo stipendio esatto del collega alla scrivania accanto, ma il sistema diventerà meno opaco. E in un paese dove parlare di stipendi è ancora difficile, questo rappresenta comunque un cambiamento significativo.







