Prezzi delle sigarette in aumento progressivo fino al 2028: il piano del Governo e le nuove accise europee

Il piano del Governo: aumenti graduali fino a 1,5 euro a pacchetto

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze sta preparando una revisione delle accise sui prodotti da fumo che porterà a rincari progressivi delle sigarette e del tabacco in Italia a partire dal 2026. Secondo le ipotesi in valutazione, il prezzo medio di un pacchetto di sigarette aumenterà gradualmente fino a 1,5 euro entro il 2028.

A oggi, un pacchetto di sigarette tradizionali in Italia costa in media 5,5 euro: ciò significa che, al termine del piano, il prezzo potrebbe avvicinarsi ai 7 euro. La misura, riportata da Repubblica e confermata da fonti interne al MEF, non prevede un incremento immediato, ma una crescita programmata, utile a garantire stabilità sia ai conti pubblici sia alle imprese del settore.

Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha definito il comparto del tabacco “strategico e fondamentale” per lo Stato, visto che produce un gettito fiscale stimato di circa 15 miliardi di euro l’anno tra Iva e accise. La progressività dei rincari, dunque, mira a bilanciare due esigenze: mantenere costante l’entrata fiscale e allo stesso tempo evitare shock troppo bruschi per i consumatori e per gli operatori della filiera.

La revisione riguarderà non solo le sigarette tradizionali, ma anche le sigarette elettroniche e i prodotti a tabacco riscaldato. In questo caso, però, il MEF sembra intenzionato a introdurre aumenti più limitati, così da non scoraggiare gli investimenti legati ai prodotti di nuova generazione, promossi da molte aziende come strumenti di riduzione del danno.

La spinta dell’Europa: nuove accise minime

Il contesto nazionale si intreccia con una partita ben più ampia che si gioca a Bruxelles. La Commissione europea ha infatti presentato una proposta di revisione delle accise sui tabacchi, ferma dal 2010, che entrerà potenzialmente in vigore dal 2028. L’obiettivo è duplice: armonizzare il livello minimo di tassazione sui prodotti da fumo tra tutti i Paesi membri e garantire nuove entrate dirette al bilancio dell’Unione.

La proposta Ue prevede:

  • un innalzamento significativo del livello minimo delle accise su sigarette, tabacco trinciato e sigari;
  • l’obbligo per gli Stati membri di versare a Bruxelles il 15% del gettito derivante dalle accise minime.

Le simulazioni ufficiali parlano di un incremento del +139% delle imposte sulle sigarette tradizionali, del +258% per il tabacco trinciato e addirittura del +1.090% sui sigari. Anche prodotti alternativi come e-cig, tabacco riscaldato e bustine di nicotina verrebbero inclusi nella riforma.

Per l’Italia l’impatto sarebbe significativo: un ulteriore incremento di circa 1 euro per pacchetto, con effetti stimati sull’inflazione di mezzo punto percentuale. Bruxelles punterebbe così a raccogliere circa 15 miliardi di euro annui, sottraendone una parte alle casse nazionali.

Non sorprende, quindi, che diversi Stati membri – tra cui Italia, Svezia, Grecia, Romania e Bulgaria – abbiano espresso forti perplessità sulla proposta. Come sottolineato dal viceministro Federico Freni, il rischio è di “rinunciare a entrate sul piano nazionale senza avere garanzie sui ritorni fiscali”.

Effetti economici e sociali: gettito, inflazione e mercato nero

Il nodo centrale del dibattito riguarda le ricadute economiche. Per lo Stato, le accise sul tabacco sono una fonte di entrate relativamente certa e stabile. Programmare un calendario di aumenti progressivi consente di stimare con più precisione il gettito futuro e limitare la volatilità. Tuttavia, come dimostrano esperienze internazionali, rincari troppo rapidi o eccessivamente pesanti possono avere effetti distorsivi.

La Francia rappresenta un caso emblematico: nel 2018, un aumento consistente del prezzo delle sigarette fece schizzare i consumi di contrabbando, riducendo il gettito fiscale atteso e favorendo il mercato nero. L’Italia, con la sua posizione geografica vicina a Paesi come Albania e Montenegro, è particolarmente esposta al rischio di traffici illeciti, difficili da tracciare e controllare.

Un altro punto critico è l’effetto sull’inflazione. Se le simulazioni di Bruxelles si rivelassero corrette, i rincari porterebbero a un incremento dell’indice dei prezzi al consumo di circa 0,5 punti percentuali. Non una cifra drammatica, ma rilevante in una fase in cui la BCE è ancora attenta a mantenere l’inflazione sotto controllo.

Sul piano della salute pubblica, l’aumento dei prezzi potrebbe avere un effetto positivo, inducendo una parte dei fumatori a ridurre o abbandonare il consumo di sigarette. Tuttavia, se i rincari spingono troppi consumatori verso il contrabbando, i benefici sanitari rischiano di ridursi, mentre aumentano i costi sociali legati alla criminalità organizzata e alla perdita di gettito per lo Stato.

Un equilibrio instabile tra fisco, salute e mercato

Il piano del Governo italiano di alzare progressivamente i prezzi delle sigarette rappresenta una scelta pragmatica di politica fiscale. Una programmazione chiara fornisce certezza ai conti pubblici e segnala agli operatori economici un percorso trasparente. Tuttavia, il quadro europeo rischia di complicare ulteriormente le cose: se la proposta della Commissione dovesse passare, l’Italia si troverebbe a subire rincari imposti da Bruxelles oltre ai propri, cedendo una parte di sovranità fiscale.

Da un punto di vista liberale e pro-mercato, è difficile non vedere nei rincari un’ulteriore distorsione: lo Stato interviene pesantemente sui prezzi di un bene legale per finalità fiscali, ma con l’effetto collaterale di alimentare mercati paralleli e illegali. In teoria, sarebbe meglio lasciare che domanda e offerta determinino i prezzi. In pratica, però, il tabacco è uno di quei settori in cui gli Stati non rinunceranno mai a esercitare una pressione fiscale, sia per ragioni sanitarie sia per la necessità di finanziamento.

Il compromesso sembra quindi inevitabile: aumenti graduali e comunicati con anticipo, per garantire allo Stato nuove entrate senza destabilizzare il mercato. Ma l’orizzonte del 2028 resta incerto, perché la vera battaglia si giocherà in sede europea, e l’unanimità richiesta tra i 27 Stati membri rende la riforma tutt’altro che scontata.

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