Il Tribunale di Milano accende i riflettori su una delle eccellenze del Made in Italy, travolta da un’inchiesta che svela le zone d’ombra della filiera produttiva del settore moda. Al centro, l’azienda Loro Piana e un sistema di subappalti che, secondo la Procura, ha colposamente agevolato lo sfruttamento lavorativo.
Il provvedimento del Tribunale di Milano
Il 12 luglio 2025, la Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano ha disposto l’amministrazione giudiziaria per un anno nei confronti della società Loro Piana S.p.A., storica maison vercellese specializzata in tessuti pregiati e parte del gruppo LVMH dal 2013. Il marchio è oggi presieduto da Antoine Arnault, figlio del patron del lusso Bernard Arnault.
La misura non è un sequestro penale e non implica un’ammissione di colpevolezza da parte dell’azienda, che non è indagata. Tuttavia, è un segnale forte e inequivocabile: la giustizia milanese ritiene che Loro Piana, con “gravi lacune organizzative” e un sistema di controlli interni “fallace”, abbia colposamente agevolato lo sfruttamento lavorativo nella propria filiera produttiva.
Un’accusa che riecheggia quella già mossa contro altri giganti della moda italiana come Armani, Dior, Valentino e Alviero Martini, tutti colpiti da analoghi provvedimenti in base all’articolo 34 del Codice Antimafia (D.lgs 159/2011).
Il meccanismo dello sfruttamento: una filiera fuori controllo
L’inchiesta condotta dal Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro e coordinata dal procuratore capo Marcello Viola e dal pm Paolo Storari, ha ricostruito un complesso sistema di subappalti in cui, lungo ogni passaggio, la tracciabilità si assottigliava fino a scomparire, lasciando spazio allo sfruttamento dei lavoratori, in particolare cittadini cinesi irregolari.
Secondo gli atti, Loro Piana affidava parte della produzione delle sue giacche alla Evergreen Fashion Group srl, società con sede a Milano ma priva di impianti produttivi. Evergreen, a sua volta, subappaltava alla Sor-Man snc di Nova Milanese, che appaltava ancora una volta la produzione alle aziende cinesi Clover Moda srl e Dai Meiying, attive in provincia di Milano.
Nei laboratori cinesi, secondo la Procura, si lavorava senza regole, senza sicurezza, senza diritti: turni massacranti anche di notte e nei festivi, ambienti insalubri, assenza di formazione, alloggi abusivi, compensi ben al di sotto dei minimi tabellari. In alcuni casi, addirittura violenze fisiche: come quella denunciata da un sarto cinese della Clover Moda, che ha dichiarato di essere stato picchiato con tubi di plastica per aver chiesto il pagamento dello stipendio arretrato.
Il fallimento degli audit e la responsabilità colposa
Uno degli elementi centrali del provvedimento del Tribunale è la mancanza di controlli efficaci. Nonostante Loro Piana abbia commissionato audit a società esterne (come Nexia Audirevi), questi sarebbero stati poco più che verifiche di facciata. In nessun caso – sottolinea la Procura – veniva approfondita la reale capacità produttiva delle società appaltatrici.
Emblematica la testimonianza di Maria Teresa Provenzi, contitolare della Sor-Man, che ha ammesso di aver informato Evergreen del fatto che parte della produzione veniva realizzata da aziende cinesi. Evergreen, a sua volta, sapeva di non avere né personale né macchinari per produrre. Eppure Loro Piana ha continuato ad affidare ordini importanti – fino a 7.000 giacche l’anno – senza effettuare controlli sostanziali sulla filiera.
Solo il 21 maggio 2025, otto giorni dopo l’arresto per caporalato del titolare della Clover Moda, Hu “Stefano” Xizhai, Loro Piana ha rescisso il contratto con Evergreen. Troppo tardi, secondo il Tribunale.
Margini stellari, diritti invisibili
Ciò che rende ancora più controversa la vicenda è il divario abissale tra costi di produzione e prezzi finali. La giustizia milanese ha evidenziato come il costo unitario per la realizzazione di una giacca in cashmere oscillasse tra 80 e 128 euro, mentre il prezzo di vendita nei negozi Loro Piana raggiungeva anche i 3.000 euro. Un ricarico tra i 1.000 e i 2.000 euro per capo, ottenuto, secondo la Procura, anche grazie al silenzio sulle condizioni della manodopera.
Il Tribunale parla di un meccanismo “strutturalmente finalizzato all’abbattimento dei costi e alla massimizzazione dei profitti, alimentato dalla scelta di non verificare l’effettiva capacità produttiva dei fornitori né le condizioni dei lavoratori”. Un’omissione che, pur non configurando dolo, ha comunque contribuito a consolidare un sistema di sfruttamento.
Il prezzo del lusso e la crisi del modello produttivo
Il caso Loro Piana è solo l’ultimo di una serie che sta scuotendo il mondo della moda italiana. Un settore che vale oltre 24 miliardi di euro all’export, e che negli ultimi anni ha fatto del “Made in Italy” un marchio globale di qualità. Ma anche un settore in cui l’esternalizzazione e la pressione sui margini hanno portato a sacrificare il controllo sulla legalità lungo la catena produttiva.
La recente sottoscrizione di un protocollo di legalità nella filiera della moda, promosso con le associazioni sindacali e datoriali, appare oggi in forte contrasto con le pratiche emerse dalle indagini. Non basta firmare codici etici se poi non si mettono in atto audit incisivi e trasparenti.
Il vero problema, come mostra il caso Loro Piana, è che più la produzione si allontana dalla casa madre, più i controlli si fanno evanescenti e le responsabilità si annacquano. Il costo umano di questo modello, però, è altissimo. E oggi, anche grazie all’azione della magistratura, non è più ignorabile.
Conclusione
Il caso Loro Piana rappresenta uno spartiacque per l’industria del lusso italiana. Non si tratta solo di una questione giudiziaria, ma di una crisi di modello e reputazione. I consumatori globali chiedono trasparenza, rispetto del lavoro e coerenza tra valore dichiarato e valore creato. Il tempo delle filiere opache è finito. Per chi non lo ha ancora capito, il prezzo – d’immagine, legale e umano – sarà sempre più alto.









