Lo scorso 25 giugno, al vertice Nato de L’Aia, i paesi membri hanno concordato un traguardo ritenuto finora impensabile: portare la spesa complessiva per la sicurezza al 5 % del prodotto interno lordo entro un orizzonte di dieci anni. Per l’Italia, questo impegno comporta un aumento strutturale dei costi che si traduce in decine di miliardi di euro aggiuntivi ogni anno, con scelte difficili sul fronte delle tasse, dei tagli o del debito pubblico. È davvero inevitabile un simile sforzo? E potrebbe essere l’occasione per dare vita a una vera difesa comune europea?
1. Le origini di un target «politico»
Il 5 % del Pil non è emerso da uno studio approfondito sui reali fabbisogni difensivi dell’Alleanza, bensì da un’esigenza politica: soddisfare le richieste del presidente degli Stati Uniti, che aveva più volte invocato un maggiore coinvolgimento finanziario degli alleati europei.
- Pressione americana e «Trump factor». Il presidente Trump aveva già in passato accusato le nazioni europee di non contribuire in misura adeguata alle spese per la propria sicurezza. Con la prossima tornata elettorale in vista negli Stati Uniti, ottenere un impegno formale dei partner Nato assume un valore sia simbolico sia pratico, perché rafforza il vincolo di mutua difesa in vista dell’incertezza politica di Washington.
- Il ruolo di Mark Rutte. Il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, ha mostrato un’apparente sottomissione alle richieste americane, cercando di assicurarsi fin da subito la firma di Trump sotto la dichiarazione finale in cui “un attacco a un membro è un attacco a tutti”. È evidente che il timore di un ritiro unilaterale degli Stati Uniti dal continente ha accelerato la decisione.
- Aspetti simbolici vs. esigenze reali. Se è vero che un’impostazione politica forte ai vertici può dare slancio all’Alleanza, resta da capire se il 5 % del Pil sia un parametro efficiente per innalzare la sicurezza collettiva, oppure un mero strumento di pressione interna ai governi.
2. Cosa prevede l’accordo Nato
Secondo i criteri di calcolo Nato, il famoso “5 %” si scompone in due voci distinte:
- 3,5 % del Pil per la difesa tradizionale – include mezzi, armamenti, spese operative, esercitazioni, addestramento e persino le pensioni del personale militare, che rientrano nei conti Nato anche se spesso vengono escluse dai confronti internazionali basati su Cofog.
- 1,5 % del Pil per la sicurezza generale – una voce più ampia, che abbraccia infrastrutture critiche, protezione civile, cybersecurity, salvaguardia delle reti, difesa missilistica e ogni altra attività di “enabling” strettamente connessa alla sicurezza nazionale.
Nel 2024, l’Italia ha speso complessivamente circa l’1,5 % del Pil secondo i parametri Nato, ossia poco più di 33 miliardi di euro. Per raggiungere il 3,5 % servirebbero dunque altri 40–45 miliardi all’anno; per arrivare al 5 %, l’incremento necessario sfiora i 75–80 miliardi annuali.
3. La manovra italiana: numeri e coperture
Di fronte a questa sfida, il governo italiano ha adottato una strategia in più fasi:
- Riconteggio al 2 % del Pil. Roma sostiene di poter far rientrare nel calcolo Nato voci extracontabili, come il bilancio delle capitanerie di porto e delle guardie costiere, portando così la spesa attuale nominale al 2 % del Pil senza aumento reale. In passato questa tattica non ha ottenuto l’ok dell’Alleanza, ma resta un argomento sul tavolo negoziale.
- Incremento graduale dello 0,15 % del Pil all’anno. Secondo le anticipazioni, il governo intende innalzare la spesa per la difesa di 3,2 miliardi di euro ogni dodici mesi, per dieci anni di seguito, fino a saturare la soglia del 3,5 %.
- Il “colmabile” 1,5 % restante. Sulla voce di sicurezza generale si punta a sfruttare una parte di spese già previste nei bilanci nazionali, come investimenti in cybersecurity e opere infrastrutturali protette, mossi dall’interpretazione più larga dei criteri Nato. Ciò ridurrebbe l’impatto netto sulle casse dello Stato.
Tuttavia, si tratta di cifre che da un lato rischiano di comprimere ulteriormente risorse già scarse per sanità, istruzione e welfare; dall’altro, se finanziate con nuovo indebitamento, potrebbero mettere a rischio la traiettoria di riduzione del debito/Pil prevista dal Documento Programmatico di Bilancio 2025–2031.
4. Impatti sull’economia e sulla produzione
4.1 Composizione della spesa
Attualmente, circa il 60 % del budget difensivo italiano è assorbito dal personale: stipendi, pensioni, indennità. Trattandosi di un’incidenza ben superiore alla media europea (40 %), diventa prioritario concentrare l’aumento sulle spese in conto capitale (acquisto di mezzi, tecnologie, addestramento) e sulle spese operative (esercitazioni, manutenzioni, esercizi congiunti).
4.2 Effetto moltiplicatore
- Buying American: se la maggior parte degli appalti andrà agli Usa, l’impatto sulla domanda interna italiana è nullo: i 40–80 miliardi in più uscirebbero dal circuito nazionale.
- Buying European/Nazionale: acquistare da aziende italiane o da gruppi europei integrati, come Leonardo o progetti congiunti franco-tedeschi, genererebbe un moltiplicatore keynesiano positivo, stimolando l’occupazione, l’indotto e la ricerca e sviluppo nel settore high-tech.
4.3 Spill-over tecnologici
Investimenti in “strategic enablers” – intelligence satellitare, sorveglianza aerea, cyberwarfare, difesa missilistica – creano ricadute in ambito civile: tecnologie dual-use (es. droni, software di sicurezza, sensoristica avanzata) che trovano applicazioni nell’agricoltura di precisione, nell’energia, nelle telecomunicazioni.
Condizione necessaria: un’industria europea della difesa efficiente e integrata, che elimini barriere nazionali e favorisca la concorrenza tra produttori di diverso Paese, con l’obiettivo di abbattere i prezzi e accelerare l’innovazione.
5. La prospettiva di una difesa comune europea
5.1 Nato o difesa Ue?
I due livelli non sono in contraddizione. I paesi Ue già dialogano all’interno della Nato e, rispetto a un sistema parallelo, ha senso sfruttare l’Alleanza atlantica come piattaforma di coordinamento, includendo anche membri non appartenenti all’Unione (ad esempio Regno Unito, Norvegia).
5.2 ReArm EU e i prestiti Safe
La Commissione europea ha lanciato il programma Readiness 2030, che mette a disposizione 150 miliardi di prestiti agevolati (strumento Safe) per progetti di difesa congiunta. Se questi fondi venissero convogliati verso capacità critiche e progetti industriali transnazionali, rappresenterebbero il primo passo verso un’autonomia strategica europea.
5.3 Il nodo della sovranazionalità
Un’architettura di difesa veramente comune presuppone un livello di governance sovranazionale, con istituzioni europee (es. Agenzia Ue per la Difesa) dotate di poteri normativi e di bilancio, sottoposte a controllo democratico. Ciò implicherebbe la cessione di quote di sovranità in materia di politica estera e militare, tema su cui i singoli governi mostrano ancora forti resistenze.
6. Conclusioni e scenari futuri
Il target del 5 % del Pil per la sicurezza, pur nascendo da ragioni in parte strumentali alla politica americana, può fungere da volano per un rilancio dell’autonomia difensiva europea. Per l’Italia, il prezzo da pagare è un impegno finanziario pesante: 75–80 miliardi extra all’anno, da reperire attraverso un mix di nuovi introiti e possibili tagli.
Se però gli investimenti verranno indirizzati verso la filiera industriale nazionale ed europea, si potrà cogliere l’occasione per:
- Rafforzare la capacità militare presente (macchine, sistemi di comando, cyber);
- Stimolare l’innovazione e la competitività dell’industria high-tech;
- Ridurre la dipendenza dagli Usa in settori strategici.
Il vero bivio riguarda però il grado di integrazione politica: un’autonoma difesa europea — in grado di garantire protezione contro le nuove sfide globali — richiede istituzioni sovranazionali solide e risorse comuni. Senza questo passo, l’aumento di spesa rischia di rimanere un esercizio puramente contabile, utile a placare le pressioni esterne ma inefficace nel rafforzare la sicurezza collettiva e la sovranità industriale del nostro continente.








