Il Premio Nobel per l’Economia 2024 è stato assegnato a Daron Acemoglu, Simon Johnson e James Robinson per il loro contributo fondamentale alla comprensione del ruolo delle istituzioni nel determinare la prosperità economica dei paesi. I tre economisti hanno dimostrato come le istituzioni sociali e politiche siano alla base dello sviluppo economico, influenzando il benessere e le opportunità di crescita di intere nazioni. Società in cui le leggi e le istituzioni sono deboli, sfruttatrici o orientate al beneficio delle élite al potere non riescono a generare né crescita economica né progresso sociale, condannandosi spesso a una stagnazione prolungata.
Gli studiosi hanno spiegato questi concetti sia nel famoso articolo di ricerca Colonial Origins of Comparative Development, sia nel libro altrettanto noto Why Nations Fail. La loro ricerca parte dall’osservazione delle differenze di sviluppo tra ex colonie, mostrando come le istituzioni imposte dai colonizzatori abbiano avuto impatti duraturi e drammaticamente diversi a seconda delle strategie adottate. In alcuni territori, l’obiettivo primario fu lo sfruttamento delle risorse e della popolazione locale, mentre in altri i coloni instaurarono istituzioni politiche ed economiche inclusive, mirate a creare stabilità e prosperità a lungo termine per i migranti europei.
Secondo l’analisi dei tre laureati, uno dei fattori principali che spiega le differenze di ricchezza tra i paesi è quindi da ricercarsi nelle istituzioni introdotte durante il periodo coloniale. Le istituzioni inclusive, spesso create in territori poveri al momento della colonizzazione, hanno generato prosperità diffusa e crescita economica duratura. Al contrario, le istituzioni estrattive, che miravano al solo sfruttamento, hanno lasciato una pesante eredità di disuguaglianza e scarso sviluppo economico.
Le Tre Premesse Fondamentali
Prima Premessa: istituzioni inclusive e estrattive
La teoria di Acemoglu, Johnson e Robinson si fonda su tre assunti principali che aiutano a spiegare come le diverse scelte di colonizzazione abbiano plasmato il destino economico e sociale delle ex colonie. Gli studiosi osservano come i colonizzatori europei abbiano adottato due strategie divergenti, che hanno portato alla nascita di istituzioni molto diverse tra loro. Da un lato, in alcuni territori, si stabilirono quelli che possiamo chiamare stati estrattivi, il cui scopo principale era trasferire risorse alla potenza colonizzatrice. Esempio paradigmatico di questo modello fu il Congo belga, dove le istituzioni non proteggevano la proprietà privata e non vi erano bilanciamenti contro l’espropriazione governativa. Il potere coloniale, invece di stabilire un quadro di sviluppo, si concentrava sullo sfruttamento delle risorse, senza lasciare spazio a un’evoluzione autonoma della società locale.
Al contrario, in altre colonie, gli europei adottarono una strategia di insediamento massivo, creando ciò che lo storico Alfred Crosby ha definito “Neo-Europes.” In luoghi come gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia e la Nuova Zelanda, i coloni cercarono di replicare le istituzioni del proprio continente, fondandole su diritti di proprietà privati e su un sistema di bilanciamento del potere, a tutela sia dei cittadini sia degli interessi economici locali. La presenza di insediamenti stabili favorì lo sviluppo di istituzioni inclusive, capaci di promuovere crescita e prosperità.
Seconda Premessa: la mortalità dei coloni
La fattibilità dell’insediamento europeo, però, giocò un ruolo determinante nel tipo di istituzioni adottate. Nei territori dove il clima e l’ambiente sanitario risultavano inospitali, come in molte aree dell’Africa subsahariana, la mortalità dei coloni era molto elevata, scoraggiando ogni ipotesi di insediamento stabile. Qui si prediligeva la strategia estrattiva, che puntava a trarre vantaggio dalle risorse senza necessità di formare una popolazione di coloni. Al contrario, in ambienti più favorevoli, come in Nord America e Oceania, l’idea di insediamenti duraturi era sostenibile, e l’adozione di un modello di istituzioni simile a quello europeo risultava più naturale.
Terza Premessa: Persistenza delle istituzioni coloniali
Anche dopo l’indipendenza, molte ex colonie hanno mantenuto le istituzioni introdotte dai colonizzatori. Gli stati con istituzioni estrattive hanno spesso conservato strutture autoritarie, lasciando un’eredità di fragilità istituzionale che ancora oggi limita la crescita e ostacola la protezione dei diritti civili e della proprietà privata. Al contrario, le ex Neo-Europes, dotate di istituzioni basate su diritti di proprietà e meccanismi di controllo sul potere, hanno continuato a prosperare.
Il Modello Empirico
Per misurare l’impatto di queste istituzioni coloniali sull’economia contemporanea, Acemoglu, Johnson e Robinson hanno ideato un modello empirico in cui la mortalità attesa dai primi coloni europei in ciascun territorio diventa una variabile strumentale. Questa scelta è motivata dal fatto che la mortalità dei coloni fornisce un indicatore oggettivo della fattibilità degli insediamenti stabili, influenzando quindi la formazione di istituzioni estrattive o inclusive. Il modello si articola in una sequenza causale: la mortalità dei coloni condiziona la formazione degli insediamenti europei, che a loro volta determinano il tipo di istituzioni introdotte. Le istituzioni coloniali, una volta stabilite, continuano a plasmare le istituzioni odierne, influenzando infine le performance economiche attuali di ciascun paese.
Per verificare l’ipotesi, gli autori hanno utilizzato i dati storici di mortalità dei coloni e confrontato il reddito attuale dei paesi con un indice di protezione contro il rischio di esproprio, fornito dalle Political Risk Services, per misurare il livello di tutela della proprietà privata. Le analisi hanno confermato una relazione significativa tra la qualità delle istituzioni e lo sviluppo economico contemporaneo, dimostrando che le istituzioni inclusive tendono a favorire la crescita, mentre quelle estrattive sono associate a stagnazione e povertà.
I Risultati
Le conclusioni tratte dallo studio di Acemoglu, Johnson e Robinson evidenziano una correlazione significativa tra le condizioni di salute ambientali che i coloni europei trovarono nei territori colonizzati e il livello di prosperità economica che questi paesi hanno raggiunto oggi. Analizzando i dati di 75 paesi, gli autori mostrano, in Figura 1, come il livello di reddito pro capite odierno sia negativamente correlato con i tassi di mortalità dei coloni. Nello specifico, il grafico rappresenta il logaritmo del PIL pro capite attuale di ciascun paese in relazione al logaritmo dei tassi di mortalità dei coloni europei (espressi per mille abitanti).

La relazione negativa indicata suggerisce che i paesi dove i coloni europei affrontarono tassi di mortalità più elevati — spesso causati da malattie e condizioni climatiche ostili — tendono oggi ad avere un reddito pro capite inferiore rispetto alle ex colonie dove i coloni potevano insediarsi senza rischi sanitari estremi. Questo è coerente con la teoria degli autori secondo cui, nelle aree con alti tassi di mortalità, gli europei optarono per strategie estrattive piuttosto che per insediamenti stabili. Di conseguenza, instaurarono istituzioni estrattive che hanno limitato lo sviluppo economico di lungo periodo.
Le Critiche
Il lavoro di Acemoglu, Johnson e Robinson ha ricevuto un ampio consenso, ma ha suscitato anche diverse critiche, specialmente riguardo all’uso di alcuni indicatori e alla generalizzazione delle loro conclusioni. Le critiche principali vertono su tre punti: l’uso di proxy per misurare la qualità delle istituzioni, la visione del diritto di proprietà come leva esclusiva di sviluppo e la causalità stessa proposta tra istituzioni coloniali e prosperità economica odierna.
L’Utilizzo del Political Risk Services come Proxy del Diritto di Proprietà
Una delle principali critiche rivolte a questo studio riguarda l’uso dell’indice di Political Risk Services (PRS) come proxy per il diritto di proprietà e, più in generale, per la qualità delle istituzioni. Il PRS è un indice usato da Acemoglu e colleghi per quantificare la protezione dei diritti di proprietà nei vari paesi, presupponendo che sia un indicatore affidabile della stabilità istituzionale e della protezione contro l’espropriazione. Tuttavia, alcuni economisti e studiosi di sviluppo hanno sottolineato che il PRS non è necessariamente un indicatore preciso per misurare i diritti di proprietà nel contesto di tutte le nazioni, specialmente in quelle in cui le istituzioni sono in continua evoluzione o subiscono influenze significative da parte di fattori esterni.
Critici come Hauke J. Borchert e Nathan Nunn hanno osservato che il PRS tende a misurare più direttamente il rischio percepito dagli investitori esterni piuttosto che le reali garanzie di proprietà godute dai cittadini locali. Questo potrebbe distorcere i risultati, enfatizzando eccessivamente la centralità della proprietà privata nella crescita economica e ignorando altri fattori istituzionali che potrebbero influire sullo sviluppo. Inoltre, poiché il PRS è costruito su criteri di valutazione occidentali, la sua applicazione universale può portare a letture fuorvianti, specialmente in contesti dove il concetto di proprietà privata e le istituzioni si basano su strutture e tradizioni diverse da quelle occidentali.
Il Diritto di Proprietà come Ostacolo allo Sviluppo
Un’altra critica solleva un punto importante: il diritto di proprietà, pur essendo generalmente visto come un motore per lo sviluppo, in alcuni casi può rappresentare un ostacolo. Economisti come Michele Boldrin e David K. Levine hanno approfondito questo aspetto, suggerendo che un eccesso di protezione del diritto di proprietà può limitare l’innovazione e la crescita economica. In particolare, sostengono che istituzioni troppo rigide in materia di proprietà possono creare monopolizzazioni e concentrazioni di risorse nelle mani di pochi, rallentando così la diffusione di benefici economici all’intera popolazione.
In alcuni contesti, infatti, il diritto di proprietà è stato utilizzato per consolidare disuguaglianze piuttosto che per incentivare investimenti e crescita. Neipaesi dove il diritto di proprietà è strettamente collegato al controllo di grandi latifondi o risorse naturali, la sua protezione senza adeguati meccanismi redistributivi ha favorito la concentrazione di ricchezza, generando situazioni di stagnazione economica e impedendo uno sviluppo inclusivo. Pertanto, alcuni critici sostengono che il diritto di proprietà, pur essendo un elemento chiave per lo sviluppo, deve essere bilanciato da politiche che assicurino una distribuzione più equa delle risorse e delle opportunità.
Causalità e Generalizzazione: Problemi di Interpretazione
Un altro aspetto critico del paper riguarda la causalità tra istituzioni coloniali e sviluppo economico odierno. Acemoglu e colleghi sostengono che le istituzioni introdotte durante la colonizzazione abbiano un effetto duraturo sullo sviluppo delle nazioni. Tuttavia, molti studiosi evidenziano che altri fattori potrebbero influenzare il reddito pro capite attuale e che i cambiamenti istituzionali non derivano esclusivamente dal passato coloniale. Per esempio, eventi storici successivi, come le guerre di indipendenza, i movimenti politici, l’apertura al commercio internazionale e le riforme post-coloniali, hanno avuto effetti significativi sulle istituzioni.
Un’altra critica importante riguarda l’applicazione universale della teoria. Paesi che non hanno una storia coloniale, come il Giappone e la Corea del Sud, hanno dimostrato di poter sviluppare istituzioni inclusive e raggiungere elevati livelli di sviluppo economico attraverso percorsi diversi. Questi esempi sembrano contraddire l’idea che istituzioni inclusive possano nascere solo in contesti coloniali favorevoli agli insediamenti europei, dimostrando che esistono percorsi alternativi per la costruzione di istituzioni efficaci.
Limiti dei Dati sulla Mortalità e Della Variabile Strumentale
Infine, l’uso della mortalità dei coloni come variabile strumentale è stato criticato per la sua mancanza di precisione e completezza. I dati utilizzati dai tre autori provengono da fonti storiche limitate e non sempre rappresentative, spesso basate su registri incompleti o relativi a specifiche categorie di coloni, come i soldati. Alcuni critici sostengono che la variabile della mortalità possa non essere così strettamente correlata con la creazione di istituzioni inclusive o estrattive come suggerito, poiché trascurerebbe fattori aggiuntivi come le politiche locali, le influenze culturali e le relazioni con le popolazioni indigene.
In definitiva, pur riconoscendo il valore del modello proposto, queste critiche indicano che una lettura troppo rigida dei risultati potrebbe non tenere conto della complessità storica e culturale di ciascun paese. Il modello di Acemoglu, Johnson e Robinson ha aperto la strada a nuove interpretazioni dello sviluppo economico, ma la ricerca suggerisce che il ruolo delle istituzioni, benché centrale, debba essere analizzato con cautela, tenendo conto della varietà dei contesti e dei percorsi storici di sviluppo.









