La Corte Suprema degli Stati Uniti ha inflitto un colpo pesante alla strategia commerciale di Donald Trump, stabilendo che l’imposizione unilaterale di dazi globali ha violato la legge federale. Con una maggioranza di sei giudici contro tre, la Corte ha chiarito che il presidente non poteva ricorrere ai poteri d’emergenza per introdurre tariffe di portata così ampia senza il via libera del Congresso.
La decisione non chiude però la partita. Nel giro di poche ore, Trump ha annunciato una nuova linea: dazi al 10% per tutti i partner commerciali, questa volta utilizzando un’altra base normativa. Sullo sfondo resta una questione enorme: che fine faranno i circa 130 o più miliardi di dollari già incassati?
La bocciatura della Corte: limiti ai poteri d’emergenza
Al centro della sentenza c’è il ricorso all’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), la legge degli anni Settanta che consente al presidente di adottare misure straordinarie in caso di emergenza nazionale. Trump aveva invocato proprio questa norma per giustificare l’imposizione di dazi generalizzati, sostenendo che la situazione commerciale rappresentasse una minaccia per l’economia e la sicurezza degli Stati Uniti.
Secondo la Corte, però, l’IEEPA non può essere interpretata come un lasciapassare per introdurre tariffe senza limiti di importo, durata e portata geografica. Una misura di tale rilevanza, scrivono i giudici in una motivazione lunga oltre 170 pagine, richiede un passaggio parlamentare. In altre parole, serve il Congresso.
Il presidente della Corte, John Roberts, ha precisato che i giudici non si sono espressi sull’opportunità economica dei dazi, ma esclusivamente sulla legittimità dello strumento utilizzato. La risposta, sul piano giuridico, è stata netta: il presidente ha superato i poteri conferiti dalla legge.
Trump ha reagito con durezza, definendo la decisione “una vergogna” durante una conferenza stampa e criticando anche due giudici da lui stesso nominati.
Il nodo dei miliardi già riscossi
La sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegittimi i dazi, ma non ha chiarito cosa accadrà ai circa 130 miliardi di dollari già incassati dal governo federale. Ed è proprio questo il punto che rischia di trasformarsi nel vero terreno di scontro politico e giudiziario nelle prossime settimane.
I dazi, va ricordato, non sono pagati dai Paesi esteri ma dalle aziende statunitensi che importano merci. In questi mesi migliaia di imprese hanno dovuto versare somme aggiuntive per continuare a rifornirsi di materie prime o prodotti finiti. In molti casi hanno assorbito i costi riducendo i margini; in altri li hanno scaricati sui consumatori, aumentando i prezzi finali. Le stime sulle somme complessivamente sostenute variano: alcune parlano di 115 miliardi di dollari, altre di 175 miliardi o più.
Ora che i dazi sono stati giudicati illegittimi, la domanda è semplice: quei soldi devono essere restituiti? La Corte non ha dato una risposta diretta, lasciando la questione ai tribunali inferiori. Diverse aziende avevano già avviato ricorsi prima della sentenza, e nuove richieste di rimborso sono attese a breve. Durante la conferenza stampa successiva alla decisione, Donald Trump ha evitato di impegnarsi chiaramente sul tema.
Il problema riguarda soprattutto le piccole e medie imprese, che nei mesi scorsi hanno sofferto di più l’impatto delle tariffe. Sono anche quelle che potrebbero incontrare maggiori ostacoli nel chiedere i rimborsi: le procedure richiedono assistenza legale e amministrativa, costi e tempi che non tutte possono permettersi.
Le eventuali richieste verrebbero indirizzate al Dipartimento del Tesoro. Secondo ricostruzioni di stampa, il Tesoro avrebbe pianificato di arrivare a fine marzo con una liquidità disponibile intorno agli 850 miliardi di dollari, una cifra che renderebbe tecnicamente sostenibili anche rimborsi consistenti. Resta però il nodo politico.
I Democratici stanno già cercando di intestarsi la battaglia per i rimborsi. Il governatore dell’Illinois JB Pritzker ha stimato che l’aumento dei prezzi legato ai dazi sia costato circa 1.700 dollari a famiglia nel suo Stato, chiedendo un risarcimento complessivo di 8,6 miliardi di dollari. Se la questione dovesse approdare in Congresso, il tema dei rimborsi potrebbe diventare uno dei fronti più caldi dello scontro tra Casa Bianca e opposizione.
Un’eventuale restituzione integrale avrebbe un impatto significativo sui conti pubblici. L’amministrazione sostiene che rimborsi di tale entità rischierebbero di creare uno shock fiscale. I giudici, sia di orientamento conservatore sia progressista, hanno indicato che la questione sarà probabilmente affrontata nei tribunali di grado inferiore, aprendo la strada a una lunga stagione di contenziosi.
Il giudice Brett Kavanaugh, tra i dissenzienti, ha parlato di un possibile “pasticcio”, sottolineando le difficoltà pratiche nel gestire l’effetto retroattivo della decisione.
La nuova mossa: dazi al 10% tramite il Trade Act
Fermato sull’IEEPA, Trump ha cambiato strategia. La nuova imposizione di dazi al 10% per tutti i partner commerciali sarebbe stata adottata facendo leva sul Trade Act, che consente al presidente di introdurre tariffe fino al 15% per un periodo massimo di 150 giorni in presenza di squilibri commerciali.
In questo modo, la Casa Bianca punta a restare formalmente nei limiti previsti dalla legge, evitando un nuovo scontro diretto con la Corte Suprema. Si tratta però di una soluzione temporanea, che potrebbe richiedere ulteriori passaggi politici o negoziali allo scadere dei 150 giorni.
L’ipotesi del 50%: il ritorno al Tariff Act del 1930
Sul tavolo c’è anche un’opzione più aggressiva. Il Tariff Act consente infatti di imporre dazi fino al 50% per un massimo di cinque mesi nei confronti di Paesi ritenuti responsabili di pratiche discriminatorie verso il commercio statunitense.
Questa strada è stata evocata dal segretario al Tesoro Scott Bessent come possibile alternativa per mantenere una linea dura, pur rispettando i paletti indicati dalla Corte. Se percorsa, segnerebbe un ritorno a tariffe molto elevate, con effetti potenzialmente rilevanti sulle catene globali del valore e sui prezzi interni.
Uno scontro istituzionale destinato a continuare
La decisione della Corte Suprema segna un punto fermo sul piano costituzionale: il presidente non può aggirare il Congresso quando esercita poteri di ampiezza storica. Ma sul piano politico ed economico la partita è tutt’altro che chiusa.
Tra nuovi dazi al 10%, possibili impennate al 50% e una montagna di ricorsi sui rimborsi, la politica commerciale americana entra in una fase di incertezza. La sentenza ridisegna i confini del potere esecutivo, ma lascia aperto un confronto che si sposterà ora nei tribunali, nei mercati e, con ogni probabilità, in Congresso.








